- Autore: James Joyce
- Genere: Storie vere
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: L’orma editore
- Anno di pubblicazione: 2024
Le lettere inedite di James Joyce hanno un ventaglio di opzioni, rispetto a chi sia il destinatario della lettera. Quindi in questi suoi scritti, dal titolo Strappare alla vita il suo segreto. Lettere ad altri scrittori (L’orma, 2024, curatela di Marco Federici Solari e Lorenzo Flabbi), c’è molta varietà di scelta.
In realtà, le lettere sono tutte interessanti, anche quando Joyce chiede del denaro per andare avanti a scrittori più fortunati di lui o a parenti. La cosa che ci turba oggi è che i prestiti, anche quelli a fondo perduto, venivano dati senza nessuno che si scandalizzasse. Joyce era uno scrittore e, avendo già due bambini, andava aiutato ma in ogni caso lo studioso dava lezioni private, correggeva compiti e tesi di laurea. Ora nessuno darebbe cifre importanti per un amico scrittore, men che meno con i figli piccoli come Joyce; ma era questo il lavoro che aveva scelto di fare. Si conoscevano alla perfezione, tra loro che avevano questa urgenza di scrivere; ora sarebbe impensabile avere rapporti di fiducia e di profonda amicizia, se ci sono migliaia e più di scrittori e poi con internet a gestire i nostri legami. E non che Joyce agli inizi non traballasse, con gli studi di medicina alla Sorbona di Parigi; gli arrivò la notizia che la madre era gravissima, quindi torna a Dublino e si mantiene con articoli e recensioni su riviste letterarie e conosce Nora Barnacle, di soli vent’anni, che gli sarà accanto fino alla fine. Va a Trieste e conosce finalmente Italo Svevo e Ezra Pound, e diventa padre di Giorgio e Lucia. E finalmente Gente di Dublino venne pubblicato, la raccolta di racconti più amata dai lettori, molti dei quali proprio non capirono il libro monstre Ulisse, che peraltro non piaceva nemmeno a Joyce, che nei giorni difficili economicamente si chiedeva perché si era imbarcato in un progetto più che ambizioso, continuamente cambiato.
Trieste divenne la città dove visse di più, e ai tempi era scontato conoscere l’inglese, certo, ma soprattutto il francese, l’italiano e qualcosa di tedesco. Così scriveva:
Caro signor Schmitz [cognome vero di Svevo, ndr], non posso muovermi di qui prima di maggio. Infatti da mesi e mesi non vado a letto prima delle 2 o 3 di mattina, lavorando senza tregua.
E non che Italo Svevo fosse preoccupato di quella vita insonne, perché era anche la sua; e si divertivano a scrivere in dialetto, con Joyce che non si capacitava come Ulisse in molti capitoli fosse ritenuto moralmente osceno. Lo scrittore era orgoglioso di aver scritto un libro così lungo, pieno di fatti, considerazioni e quel flusso di coscienza che dava alle pagine la sensazione che non ci fosse una fine.
Le altre lettere erano di natura commerciale, ma preziose negli incisi. I periodi che non passava a Trieste si trovava a Parigi e nella "trascurata" Dublino. Quella sua facilità di scrivere e capire più lingue era dovuta anche alla durata dei viaggi; se Joyce andava a Parigi ci restava mesi e mesi e spesso si portava la famiglia dietro. Gli attuali nostri fine settimana in una città europea con pernottamento di tre notti, se non due, sarebbero sembrati incomprensibili e bizzarri. Joyce, Larbaud, Yeats, Pound si mettevano alla ricerca di una casa e, tra lettere e raccomandazioni, ci si manteneva dando lezioni private, o si vendeva un racconto o una raccolta di poesie alle riviste letterarie.
Strappare alla vita il suo segreto è una plaquette da affrancare e spedire a un amico o a un’amica, ennesimo esemplare di questi "pacchetti" preziosi.
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