Tutte le strade portano a Roma, secondo un famoso detto. Di certo il 31 luglio del 1906 conducono nella città eterna un visitatore famoso, anche se piuttosto riluttante. James Joyce, ventiquattrenne, vi arriva in serata con la moglie Nora Barnacle e il figlio Giorgio di soli 13 mesi. Restano per 7 mesi e 7 giorni. Lo scrittore tiene il conto, perché la permanenza gli pesa.
La capitale non fa per lui, abituato all’esperienza mitteleuropea di Trieste. Lo dicono le lettere che via via spedisce al fratello Stanislaus. Lo racconta il saggio Su tutti i vivi e i morti. Joyce a Roma di Enrico Terrinoni (Feltrinelli, 2022). Con una precisazione:
Esistono tanti resoconti della vita di Joyce e dei periodi vissuti nelle varie città protagoniste del suo esilio: l’amata, odiata, e mai dimenticata Dublino, la cara Trieste, l’illuminante Parigi e la rassicurante Zurigo che ancora lo abbraccia. Su Roma abbiamo studi accademici rilevanti. Quel che ancora manca è una storia. Una storia dei suoi giorni nella capitale d’Italia.
Terrinoni non scrive una biografia, piuttosto indaga, scava, colma i vuoti della corrispondenza.
Le date importanti di un viaggio complesso
Parlarne in questa calda estate in corso, distante esattamente centoventi anni, è quasi d’obbligo. Joyce, che era fissato con la numerologia tanto da pretendere la coincidenza della pubblicazione dell’Ulisse con il suo compleanno, il 2 febbraio 1922, non sottovaluterebbe la coincidenza. Per lui le date sono importanti. Comunque Trieste allora non era tecnicamente Italia. Non ancora. Quindi Joyce entra in Italia solo quando si sposta a Roma.
Il viaggio di avvicinamento, secondo le sue testimonianze, non fa presagire niente di buono. Si susseguono la traversata notturna del porto di Fiume, l’itinerario in treno per superare l’Appennino, l’approdo ad Ancona. Di cui scrive:
Lurido buco: sembra un cavolo marcio. Truffato tre volte. Tutta notte sul ponte.
Il 7 agosto in un’altra lettera al fratello, suo supporto morale ed economico, spiegherà meglio:
Il cambiavalute mi ha fregato 2 lire, il vetturino mezza lira, e l’impiegato delle ferrovie tre lire.
Non esattamente un buon segno per uno che sta per iniziare a lavorare in banca.
“Il Tevere mi fa paura”: un rapporto difficile con Roma
A Roma arriva carico di aspettative, economiche prima di tutto. Ha risposto a un annuncio sul giornale “La Tribuna”: cercano un giovane che sappia parlare le lingue. Infatti il colloquio con il direttore della banca Nast, Kolb & Schumacher va bene: Joyce verrà assunto nel reparto corrispondenza straniera, perfetto per lui. Traduce lettere commerciali. A Stanislaus scrive 5 righe su una cartolina la sera stessa dell’arrivo:
Roma piacerebbe più a te che a me.
C’è il primo indirizzo: via Frattina, 55, in pieno centro. E quella frase che dice tutto:
Il Tevere mi fa paura.
I sentimenti nei confronti della città sono altalenanti. All’inizio non è così negativo:
Letteralmente tutti i romani parlano e ridono a Georgie. Gli regalano biscotti, frutta […] Non credo che abbia pianto una sola volta […] La padrona di casa gli vuole bene: una gran brava persona.
Visita il centro: vede la targa in piazza di Spagna che ricorda il poeta Pyerce Bysshe Shelley. Poi qualcosa cambia: vince un senso di disgusto, di oppressione. Complice il rapporto altalenante con la religione e la Chiesa romana. Arriverà a dire:
Roma mi fa pensare a un uomo che si mantiene esibendo ai turisti il cadavere di sua nonna.
Sette mesi dopo ipotizza un trasferimento a Marsiglia, in Francia, ma poi decide di ritornare alla sua Trieste, sicuro di trovare il desiderato sollievo. Una consolazione: a Roma scrive I morti, l’ultimo e fortunato racconto della raccolta Gente di Dublino. E concepisce il suo capolavoro: l’Ulisse. Valeva il viaggio.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: James Joyce a Roma: centoventi anni fa un viaggio complicato ma prolifico
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