La manipolazione di un brano è un intervento creativo, una rivisitazione con altra prospettiva da quello originario. Ricreare il testo è aggiungere qualcosa di nuovo, è reinterpretarlo alla luce dei problemi del tempo in cui si scrive.
Così Sciascia aveva risposto a Claude Ambroise:
Non è più possibile scrivere: si riscrive. E in questo operare – più o meno consapevolmente – si va da un riscrivere che attinge allo scrivere [Borges] a un maldestro e a volte ignobile riscrivere. Del riscrivere io ho fatto, per così dire, la mia poetica: un consapevole, aperto, non maldestro e certamente non ignobile riscrivere.
Sciascia: la giustizia e la favola del lupo e dell’agnello
Viene in mente la prima pubblicazione Favole della dittatura, dove campeggia la riscrittura della favola sul lupo e l’agnello che Fedro riprende da Esopo, e Sciascia la rielabora col sintagma che ne sta a fondamento: Superior stabat lupus.
È il testo d’apertura in cui egli fa una parodia con l’intento di mostrare la violenza del più forte. La favola, è noto, narra che un lupo e un agnello bevono nello stesso fiume. Nasce una disputa tra i due; il lupo, avendo fame oltre che sete, si adopera a trovare pretesti allo scopo di addentarlo; tre le argomentazioni addotte, facilmente smontate dal povero agnello. Da ingenuo, pensa che le intenzioni del lupo possano essere corrette da un motivato ragionamento. Quando infine il lupo si stanca di ragionare, aggredisce e divora il malcapitato indifeso. Il lupo è più scaltro delle cose del mondo. È abbastanza pragmatico, ostile al conversare: i ragionamenti sono sterili, lasciano il tempo che trovano:
Questa volta non ho tempo da perdere - disse. - Ed ho contro di te un argomento più valido dell’antico: so quel che pensi di me, e non provarti a negarlo.
D’un balzo gli fu sopra a lacerarlo.
Da qui potrebbe discendere una chiave di lettura delle sue opere, una fra le tante indubbiamente: la comprensione del presente attraverso l’indagine del passato con l’attenzione al problema della giustizia.
Al noto critico francese Ambroise aveva risposto:
Tutto è legato, per me, al problema della giustizia: in cui si involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo. Un problema che si assomma nella scrittura, che nella scrittura trova strazio e riscatto. E direi che il documento mi affascina – scrittura dello strazio – in quanto entità nella scrittura, nella mia scrittura riscattabile.
Sciascia e il condizionamento della sua Sicilia
Su Leonardo Sciascia, Matteo Collura ha rivolto attenzione, dando alle stampe un’opera, che, oltre a essere l’espressione di “un’amicizia totale quanto discreta, sviluppatasi nel corso di un ventennio”, manifesta l’esito di un’indagine organica sulla vita e le opere “di un uomo tra i più colti e raffinati di questo secolo”.
Il libro, metaforicamente intitolato Il maestro di Regalpetra e sottotitolato Vita di Leonardo Sciascia (Longanesi, Milano, 1996), è sorretto da un’ampia architettura. A chiarirne lo scopo è nell’Introduzione lo stesso autore:
Perché Sciascia è diventato lo scrittore che sappiamo? E qual è stata la molla iniziale? Ho scritto questo libro per rintracciare i punti eminenti di vita di un uomo tra i più colti e raffinati di questo secolo, formatosi – e questo andava indagato, perché ha dello straordinario – nell’angolo più povero dell’Italia più povera, violenta e dimenticata. Vero è che nella Sicilia di Sciascia erano già nati Pirandello, Quasimodo, Brancati e Vittorini, ma è altrettanto vero che Leonardo Sciascia, contrariamente a loro, non si è mai allontanato dalla terra d’origine (mai per più di un mese di seguito), e anzi ne ha fatto punto di osservazione ideale, addirittura una metafora del mondo.
Collura tende a un discorso efficace, punta lo sguardo in profondità, conduce la sua pacata e misurata scrittura a risposte su interrogativi fortemente speculativi.
Recensione del libro
Il maestro di Regalpetra. Vita e opere di Leonardo Sciascia
di Matteo Collura
L’immagine della Sicilia occidentale, al tempo della nascita di Sciascia, nettamente si staglia nel secondo capitolo. Vi sono tutti gli elementi del dramma sociale: la gestione del territorio voluta da una o più famiglie, l’assenza dello Stato, lo sfruttamento degli zolfatari. Quel contesto pieno di inquietudini, come per Pirandello anche per Sciascia, ha costituito la molla iniziale della sua scrittura. Come a dire che i condizionamenti ambientali incidono positivamente o negativamente sulla formazione della personalità: la cultura dell’appartenenza – nella fattispecie la realtà della zolfara intesa come avventura - porta dunque certi uomini ad essere gli scrittori che poi diventano, annota Collura.
L’indagine, da cui non si può prescindere per avviare un discorso sull’itinerario di Sciascia, ha un andamento narrativo che felicemente raccorda i dati biografici con le opere, in modo da offrire un quadro dettagliato dei fattori che hanno influito sull’uomo e sullo scrittore. Anche le testimonianze e gli aneddoti hanno il loro peso e il loro senso.
Risultano scandagliati le letture giovanili, le amicizie, i modi di rapportarsi agli scolari per conoscerli e catturarne gli interessi, nonché la passione per il cinema (da Sciascia visto come insostituibile apprendistato da affiancare ai libri, anzi a dar più significato e forza alla lettura). I misteri e i veleni del palazzo della politica negli anni del terrorismo, l’infittirsi dei delitti mafiosi, l’isolamento degli uomini chiave nella lotta alle cosche sono aspetti centrali della ricostruzione biobibliografica.
In una situazione sempre più avviata alla totale perdita della verità, prende corpo la sua presenza sui temi della mafia, dell’umana solidarietà e della morte.
Sciascia, un uomo che “ha contraddetto e si è contraddetto”
La memoria e il futuro sono le parole che Collura evidenzia alla fine del percorso perché, fra questi due termini amati dall’eretico combattente, si tendono l’oscurità della storia e la moralità della ragione.
La scrittura sciasciana è pluricompositiva: narrazione e poesia, autobiografia e strumento di protesta civile, operetta morale e saggio storico, testimonianza e apologo fantapolitico, pamphlet e dramma satirico che si pongono come irrinunciabile mezzo di orientamento della coscienza. La sua presenza scomoda e costante nel sociale lo ha posto al centro dell’attenzione pubblica per avere intercettato vizi e guasti del Paese: oltre ai suoi libri, gli interventi sui giornali e sui settimanali d’attualità e di politica, le interviste alla radio e in televisione, l’attività parlamentare e di critica d’arte, gli hanno assicurato un posto autorevole.
Parole brevi ed essenziali, le sue, che illuminavano gli scenari più oscuri, ed egli, sganciato dal potere, viveva quasi in solitudine, sofferenze e inquietudini, muovendosi flessibilmente nel legame fra micro e macrostorie, fra locale e globale.
Con il coraggio di cercare la verità ha attivato entusiasmi e dissensi; le sue idee di uomo libero, sottratto a ogni forma di condizionamento, hanno incoraggiato dibattiti e discussioni, mentre la sua ricerca è stata animata dalla contraddizione come egli stesso ha dichiarato nel corso dell’intervista con Marcelle Padovani:
Di me come individuo, individuo che incidentalmente ha scritto dei libri, vorrei che si dicesse: “Ha contraddetto e si è contraddetto”, come a dire che sono stato vivo in mezzo a tante “anime morte”, a tanti che non contraddicevano e non si contraddicevano.
Viva la sua dirompente critica culturale. Egli ha fermamente creduto nel rapporto della letteratura con la verità: le analisi condotte hanno avuto la forza di orientare alla costruzione della mente critica e le sue opere, appunto perché la riflettono, hanno facilitato la conoscenza della realtà.
Rimanendo fedele all’uso dell’indagine razionale, la contraddizione va connessa col difficile tentativo di ricercare il vero nella complessità di una realtà attraversata da forti tensioni. Da qui le polemiche e le invettive sui problemi più assillanti, quale per esempio la laicità dello Stato testimoniata nell’opera del 1969 Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A. D., cioè ad Alexader Dubcek, l’uomo della “Primavera di Praga”, evento in cui le manifestazioni studentesche vennero schiacciate dai carri armati sovietici. Lo sguardo etico-civile sul contenzioso tra il viceregno di Sicilia e il papato è etico-civile, ed anche sulla cultura siciliana che si apriva a nuove prospettive: Davide Hume era il filosofo più conosciuto e Domenico Scinà, fisico e letterato, pubblicava il prezioso Prospetto letterario della Sicilia del XVIII secolo, nonché il testo Introduzione alla fisica sperimentale. Prendendo le distanze da ogni schieramento, dai dogmi e dalle ipocrisie, con la sua vocazione al dubbio e al dissenso egli ha scelto la contraddizione, ritenuta la via migliore da cui muovere per avviare una ricerca senza preconcetti.
Il valore ermeneutico della contraddizione e la storia del Paese
Anche se la verità sfugge di mano e resta imprendibile, va cercata nell’ottica di molteplici punti di vista con quella flessibilità mentale che sarebbe sacrificata dall’appartenenza ideologica. Ecco, dunque, il valore ermeneutico della contraddizione: guardare al vero come come sforzo continuo del pensiero critico, che fa accogliere sia la tesi che l’antitesi di un particolare problema per riflettervi in profondità e raccontarlo.
Contraddizione dunque come stile e indagine documentata che guarda alle cose senza rigidità, utilizzando con ogni rigore possibile il dubbio per smascherare abusi, ingiustizie, imposture.
La sua opera complessiva, che rivela procedimenti narrativi affascinanti e coinvolgenti, è un antidoto alle logiche mistificatrici del Potere: alla menzogna che fa della ragione uno scempio. Moralista Sciascia che, ripensando la vita, ha scritto di cose concrete, rifiutando la forza della violenza quale senso ultimo del mondo, nonché ogni sorta di fascismo e di stalinismo. ‘Classico inattuale’, cioè dal valore di “grande attualità” secondo la brillante veduta di Felice Cavallotti, saggista e narratore di gialli e di racconti storici, si è schierato contro l’intolleranza, raccontando il trasformismo politico: gli arrivismi degli intriganti simbolizzati dalla figura del barone Graziano nel Quarantotto.
Si potrebbe anche ricordare il nonno di Candido che, generale ed ex gerarca fascista, si fa eleggere deputato nelle liste della Democrazia Cristiana. La guerra di Spagna, voluta da Franco e sostenuta da Mussolini, è l’imbroglio che Sciascia scopre fino ad affermare poi che l’Italia è il paese dei misteri. Polemista, pur di rimanere isolato, essendo per lui “l’unanimismo l’altra faccia dell’intolleranza” (Squillacioti), ha sempre detto la sua con fermezza di principi senza mai rinunciare ad opporsi al “falso” per tutelare la dignità dell’essere umano.
Lo intrigavano e lo inquietavano i processi, osserva Gianfranco Dioguardi nell’intervento La grazia del silenzio in Nuove effemeridi. Del resto, Sciascia nel 1912 + 1 aveva scritto:
Se si togliessero le illazioni dei testi e il sentito dire, i processi che si fanno oggi in Italia crollerebbero come castelli di carta.
Solitario, drammatico in Porte aperte, il giudice non applica la legge sulla pena di morte ripristinata dal fascismo. E qui il Nostro scrittore fa tesoro dell’Illuminismo e del Manzoni, rivisitato nello splendido saggio Storia della colonna infame.
Doppiezze, ambiguità, interessi affaristici vengono denunciati in Todo modo. Si potrebbe anche citare i Pugnalatori, opera in cui prevalgono le deviazioni fino all’insabbiamento delle indagini. Respinge Sciascia l’idea che la ragion di Stato possa prevalere sull’uomo e avanza la convinzione della stretta alleanza di politica e di etica che ogni intellettuale dovrebbe sostenere: Ha scritto in Nero su nero che
Uno scrittore dovrebbe sempre poter dire che la politica di cui si occupa è etica. Sarebbe bello che potessero dirlo tutti. Ma che almeno lo dicano gli scrittori.
Sciascia e la contestazione del “Potere”
Il suo rapporto con la Sicilia è stato problematico. La vita del feudo e delle zolfare gli ha inoculato il senso dell’offesa dovuto alla prepotenza di nobili e mafiosi. Da qui la contestazione del “Potere”, manifestata in tutti i suoi libri con uno stile asciutto, essenziale e privo di barocchismi linguistici, con una tecnica di scrittura condensata, nuova, originalmente controllata.
Sciascia ha avuto la consapevolezza che i sogni fatti in Sicilia sono di breve durata e che la Palma va a nord: così si intitola il libro che raccoglie articoli e interventi dal 1977 al 1980. Forse il meno conosciuto, e certamente non meno importante degli altri suoi testi che fanno capire la vita pubblica italiana.
La “palma” è la metafora della malavita: come la pianta risale a latitudini inconsuete, allo stesso modo si diffonde ovunque un modo di essere negativo coi suoi intrecci di mafia e politica. L’impegno civile non è in lui disgiunto dall’autonomia di pensiero: binomio inscindibile che lo porta a rifiutare ogni compromesso e a essere intransigente nei confronti delle forme insidiose del potere che si affermavano negli anni ‘70 per espandersi negli anni ‘80.
Se il Contesto è la rappresentazione del totale crollo dell’opposizione politica alleata del potere, ovunque nel mondo, Todo modo denuncia il mascheramento: dietro l’apparenza degli esercizi spirituali che fanno da copertura, c’è l’intrallazzo a fare da collante, ad accomunare uomini di chiesa, industriali, politici di prestigio di tutta l’Italia. L’ottimismo crolla definitivamente nel romanzo Il Consiglio d’Egitto, ambientato a Palermo nel periodo delle riforme settecentesche e ispirato da un antico documento che descriveva il massacro dei presunti giacobini siciliani. Le idee illuministiche si incarnano nella realtà abitata dai miserabili “che gridano fame, le scarne mani tese ad implorare la carità” e Di Blasi entra in azione, rivendicando contro gli abusi “il diritto del contadino ad essere un uomo”. Con dignità egli è però un vinto, uno che perde la sua partita. Anche il Vice del romanzo Il cavaliere e la morte, pur essendo affetto da un male incurabile, fino all’ultimo non si arrende e manda avanti la sua indagine con piena convinzione, ma anch’egli viene fatto fuori. E ci si potrebbe riferire alla morte del frate Diego La Matina de La morte dell’inquisitore, uomo di “tenace concetto” che con le proprie catene abbatte l’inquisitore.
Recensione del libro
Morte dell’inquisitore
di Leonardo Sciascia
Duri molti degli scritti di Sciascia: politicamente, eticamente, stilisticamente. Per esempio, questa frase estratta da uno dei testi, riassume una scelta, un comportamento di rinuncia della prudenza:
Certo, a uno che polemizza col silenzio, sarebbe saggio rispondere col silenzio. Ma in certi momenti non si può essere saggi; e, io, poi, raramente lo sono.
Il suo pensiero difatti è stato netto e deciso contro il compromesso storico e l’azione scellerata dei brigatisti:
nella campagna per le ultime elezioni politiche, che io ho fatto assieme ai comunisti, mi sono sempre, a ogni comizio, dichiarato contrario al compromesso storico e per un governo di salute pubblica in cui avessero parte i comunisti [...] Vogliono che io dica: o che bisogna difendere questo Stato così com’è, o che hanno ragione le BR. Tutta la mia vita, tutto quello che ho pensato e scritto, dicono che non posso stare dalla parte delle BR. E in quanto a riconoscermi nello Stato così com’è (e sarebbe esatto dire com’era fino al rapimento dell’on. Moro), continuo a dire di no. Capisco che ci sia da parte dei fanatici, la esigenza di etichettarmi una volta per tutte o come rivoluzionario o come reazionario. I fanatici hanno bisogno di star comodi. Per parte mia, dico di essere semplicemente, in questo momento, un conservatore. Voglio conservare, di fronte allo Stato che se ne è svuotato, la Costituzione.
Malgrado la ragione venga ingoiata dai buchi neri del male, a vincere è la scrittura-verità sostenuta da una ricerca a tutto tondo che ignora una zona d’approdo.
Giuseppe Bonura, ricordando Sciascia come “sagace narratore” e “impareggiabile saggista”, nonché come intellettuale “a servizio permanente”, così conclude in Nuove effemeridi il suo intervento intitolato Un ottimismo biologico (ripreso da Avvenire, 21.11.89):
E qui ritorniamo al tema del pessimismo di questo scrittore. Non era del tutto pessimismo, basterà pensare al fatto che la sua prosa ha una leggerezza e una lievità che incantano. Ebbene, proprio nella prosa risalta l’ottimismo biologico di Sciascia, la sua strenua volontà di non rinunciare mai alla lotta per il trionfo di una vera giustizia umana. Ma l’ottimismo sciasciano risalta anche per un altro aspetto. Nella sua prosa si avverte un grande amore dei classici, di Pirandello in primo luogo, e poi di Manzoni. Non è questo il luogo di spiegare la bellezza della prosa di Sciascia, la luminosità del suo stile. Forse per onorare la sua grandezza, basterà aprire il suo ultimo libro, Una storia semplice.
Del resto nell’opera La Sicilia come metafora, Sciascia aveva affermato di credere in un mondo imperfetto, ma ragionevole:
Sì, ci credo. Nella ragione, nella libertà e nella giustizia che sono, insieme, ragione (ma guai a separarle). Credo si possa realizzare, anche se non perfettamente, un mondo di libertà e di giustizia. Ma la storia siciliana è tutta una storia di sconfitte della ragione, sconfitte degli uomini ragionevoli. Anche la mia storia è una storia di sconfitte. O, più dimessamente, di delusioni.
Sciascia: i Greci, Borges e Savinio
Non si potrebbe concludere l’itinerario senza accennare al fascino della società greca che nella sua mente critica brillava dell’affabile ricerca.
Eloquente il riferimento a Platone, il filosofo del simposio culturale che amava conversare senza preconcetti col fine di fare chiarezza nell’oscurità e amalgamare la bellezza con la saggezza. Ce ne rendiamo conto leggendo il brano in cui situa Savinio e Borges nell’angolo misterioso di un passato, ricordato per gli eroi del viaggio nel mondo della conoscenza come antico sogno per celebrare l’utopia di una comunità di uomini liberi. Ed è Platone, di cui si nutrivano le migliori intelligenze del Novecento, a mostrargli il valore del conversare. Così Sciascia:
La presenza dell’antica Grecia – misura del vivere, assenza di ogni fanatismo, sogno, vagheggiamento – s’intravede costante nel discorrere di Borges, nel discorrere di Savinio, nel loro conversare. Dirà Borges: “Quando Platone inventa il dialogo, è come se egli si ramificasse in diverse persone, tra esse anche Gorgia, non soltanto Socrate. Il suo pensiero si ramifica, sono prese in considerazione le diverse opinioni possibili”. E dopo più di due millenni, nell’uomo che è Borges, nello scrittore che è Borges: “Io non possiedo certezze, neppure quella dell’incertezza”. Così senza certezze, per ipotesi, per congetture, avventurandosi nella Memoria (la maiuscola distingue la memoria individuale da quella storica e collettiva, dalla “grande memoria” della specie umana), attenti alle coincidenze e alle rispondenze, agli imprevedibili richiami e alle improvvise trasparenze, scrittori come Borges e Savinio conversano coi lettori che si sono scelti.
Con queste parole ha voluto ripensare al Platone dei Dialoghi, dove domande e risposte, spoglie dai pregiudizi e dalle apparenze, accolgono la diversità delle opinioni con il rifiuto del pensiero unico in un conversare visto come metodo, come insoddisfazione di ogni sistema incompiuto con la consapevolezza della massima di Borges: "Non si discute per avere ragione ma per capire".
Ed è forse una delle più luminose pagine in cui Sciascia, nel rendere omaggio ai suoi due amati scrittori, ha mostrato con sereno sguardo le possibilità costruttive di un’immagine altra del mondo: quella dell’inventività che intreccia plurime voci. E penso che gli sarebbero piaciuti i celebri versi dell’Ulisse dantesco, secondo i quali la vita va vissuta all’insegna del bene (“virtute”) e del desiderio di verità (“canoscenza”), avendo dato alla sua esistenza la direzione dettata da tali valori.
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Politica, verità e contraddizioni nelle opere di Leonardo Sciascia, l’eretico dell’isolamondo
Naviga per parole chiave
Cultura
Lascia il tuo commento