Gesù e Cristo
- Autore: Vito Mancuso
- Genere: Religioni
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Garzanti
- Anno di pubblicazione: 2025
Tra i regali di Natale, il libro di Vito Mancuso Gesù e Cristo (Garzanti, 2025) è stato quello che ho apprezzato di più, perché l’autore è stato, nel tempo, uno dei pochi capaci di riaccendere in me una curiosità autentica verso il cristianesimo. Non una curiosità religiosa in senso stretto, ma piuttosto intellettuale ed esistenziale: il desiderio di comprendere che cosa ci sia davvero all’origine di una tradizione che ha segnato così profondamente la nostra cultura.
La lettura procede come un racconto, più che come un saggio teologico, e questo mi ha colpito fin da subito. I personaggi prendono forma nella loro umanità, con contraddizioni e fragilità evidenti. In particolare, la figura di Gesù emerge in modo sorprendentemente concreto: figlio di un carpentiere e carpentiere egli stesso, parte di una famiglia che spesso non lo comprende, fino a giudicarlo eccessivo, persino folle. Non il Cristo già trasfigurato dalla fede, ma un uomo immerso nel suo tempo, animato da una profonda tensione interiore e da un senso di urgenza.
È qui che ho trovato uno dei nuclei più interessanti del libro: la distinzione tra Gesù e Cristo. Il Gesù che emerge dalle pagine di Mancuso è un uomo della vigilanza e dell’attesa, animato dalla speranza che qualcosa stia per accadere. La sua spiritualità è inquieta, mai pacificata, tutta protesa verso il Regno di Dio. Al contrario, nel Cristo del Vangelo di Giovanni questa tensione sembra dissolversi: non c’è più nulla da attendere, perché tutto è già compiuto. È una differenza sottile ma decisiva, che mi ha fatto riflettere a lungo.
Da lettrice non credente, mi sono sentita molto più vicina al Gesù umano che al Cristo teologico. Non per rifiuto della fede, ma perché nel primo ho riconosciuto il dubbio, la ricerca e l’inquietudine che appartengono anche alla mia esperienza. Il secondo, invece, si colloca in una dimensione che richiede un atto di fede che non mi sento di compiere, come emerge nella rilettura paolina, che fa nascere il cristianesimo dalla croce e dalla fede nella salvezza dell’umanità dal peccato originale.
Ho apprezzato molto anche il rigore con cui Mancuso costruisce il suo discorso. Le numerose citazioni e i continui rimandi agli studi biblici e ai testi evangelici trasmettono la sensazione di un lavoro serio, meditato, mai improvvisato. In particolare, mi ha colpito il modo in cui viene ricostruito il passaggio dal gesuanesimo al cristianesimo: da una predicazione radicata nell’ebraismo e nella speranza escatologica a una successiva rilettura teologica destinata a portare con sé inevitabili tensioni e contraddizioni. Tali contraddizioni emergono anche nei racconti dei quattro evangelisti, soprattutto nel modo in cui viene interpretata la morte di Gesù e il significato dell’ultima cena, fino a delineare un cristianesimo sempre più centrato sull’evento della croce più che sulla resurrezione. In questo quadro riemerge con forza il contrasto tra la prospettiva gesuana della salvezza legata alle opere e alla responsabilità personale e la visione paolina della salvezza fondata primariamente sulla fede.
Questa differenza implica anche un diverso modo di intendere il libero arbitrio. Nel messaggio di Gesù, l’uomo è chiamato a scegliere, ad agire, a farsi carico delle proprie decisioni all’interno di una relazione viva con Dio. In Paolo, invece, l’accento si sposta sull’iniziativa divina e sulla grazia, ridimensionando il ruolo dell’agire umano. È uno scarto che non solo attraversa i testi fondativi del cristianesimo, ma continua ancora oggi a interrogare il rapporto tra libertà, responsabilità e salvezza.
Che dire. Gesù e Cristo mi ha aiutato a comprendere meglio una figura centrale della nostra storia culturale e spirituale. Ma soprattutto mi ha restituito una sensazione rara: quella di essere rispettata come lettrice, non invitata a credere, bensì a pensare. Ed è forse proprio questo, per me, il valore più grande delle opere di Vito Mancuso. Ho trovato infine particolarmente significativa la conclusione, quando l’autore torna sul tema della preghiera definendola come alimento dell’anima. Non una pratica rituale né una richiesta rivolta a Dio, ma uno spazio di interiorità, di silenzio e di ascolto: un tempo in cui fermarsi, interrogarsi, restare in ascolto senza pretendere risposte immediate. È una definizione che, pur non appartenendo al mio linguaggio abituale, ho sentito sorprendentemente vicina, ed è forse questo l’ultimo, inatteso dono di questo libro.
Gesù e Cristo
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