Milano è gelata nel ’43, ce lo aveva detto già Fausta Cialente nel suo bellissimo Un inverno freddissimo, pubblicato per la prima volta nel 1966. Oggi, a ben sessant’anni di distanza, Barbara Cagni ci riporta proprio lì, nella grande metropoli che fa da sfondo a un nuova storia vissuta tra i palazzi distrutti, la fatica e la paura, con la guerra e la voglia di vita che camminano spalla a spalla. Un inquadramento geografico ben circoscritto e individuato, linguisticamente definito dal riconoscibilissimo dialetto meneghino che per molte persone, all’epoca, era ancora, di fatto, lingua ufficiale. Milano e la sua nebbia che rende il mondo quasi sfumato dal pennello di un artista. Milano infaticabile e indomita. Milano con il suo sapore immutato da sempre.
L’alba della nostra libertà (Fazi, 2025) tratta un argomento ormai molto conosciuto, parla di Resistenza e, più in generale, degli anni della Seconda Guerra Mondiale. La tradizione letteraria italiana, in questo ambito, è particolarmente ricca, restano indimenticabili libri fondamentali come Il sentiero dei nidi di ragno, La casa in collina, L’Agnese va a morire, Il Partigiano Johnny, Una questione privata, La storia e tanti altri.
Quindi che cosa porta di nuovo in questo panorama di illustri predecessori Barbara Cagni? Non poco, se ci pensiamo con attenzione. Innanzitutto un punto di vista inedito, quello delle case di tolleranza che nel ’43, a dispetto degli scontri, continuavano a lavorare regolarmente. Qui le donne trovavano rifugio e denaro e allo stesso tempo dolore e malattia: quel mestiere le lasciava “sempre un poco spente”. E sono le donne a farla da padrone nell’intera vicenda, che porta giustamente in primo piano l’importante data dell’8 Settembre del 1943 quando, dopo l’armistizio di Cassabile, l’esercito viene lasciato allo sbando, senza ordini né direzioni chiare. Questo giorno ha un valore fondamentale perchè, come spiegato benissimo da Benedetta Tobagi nel suo La resistenza delle donne: "nello sconquasso dell’armistizio con gli Alleati [...], il Paese si spacca e le donne irrompono sulla scena".
Dopo l’8 settembre il primo vero contributo alla causa della Resistenza è stato nascondere i soldati sbandati, sfamarli e dare loro nuovi vestiti. Sono azioni semplici e allo stesso fondamentali per le quali Anna Bravo utilizza la felice espressione “maternage di massa”, rendendo perfettamente l’idea dell’istinto protettivo e della abitudine alla cura che le donne mettono in campo in questo frangente, pur correndo un rischio enorme.
Tutte le donne di L’alba della nostra libertà percepiscono l’importanza del momento che stanno vivendo e, seppur non sempre pronte dal punto di vista intellettuale, non esitano a mettersi in gioco. Sono così intense le due protagoniste, Marilù e Venera! Quest’ultima, bellissima della bellezza dei giovani, attraversa Milano in sella alla sua bicicletta, con la borsa a tracolla e i capelli legati in una coda che svolazza sulla una camicia bianca, di un colore neutro capace di riflettere tutto il suo candore di universitaria non ancora intaccata dalle bruttura della guerra e del mondo che brucia di dolore. Venera, un nome ricercato ed evidentemente non scelto a caso, un sentore di grazia e bellezza, un ultimo baluardo contro le atrocità degli scontri. Alla sua storia si intreccia quella di Marilù che, oltre a gestire un’importante casa di tolleranza milanese, porta dentro di sé il tormento di non poter vivere a pieno il proprio ruolo di madre per il tipo di lavoro che svolge, cosa che la rende scissa e addolorata. Sentimenti di amore che non muoiono mai del tutto in questa bella storia nella quale tanta guerra ha bisogno di essere compensata da affetti più nobili e avvolgenti. Tanto dolore chiama amore fortemente. Un amore declinato in diverse forme, da quello per l’arte di Venera a quello sentimentale verso un professore con il quale nasce una intesa speciale. E poi Marilù e Giuseppe, Giovanna e Tigre. La cattiveria del regime fascista di fronte al coraggio di chi si scopre appassionata e coraggiosa: la storia delle nostra donne fortificate dai tanti dolori e capaci di non perdere comunque alcune piccole tracce di tenerezza.
E se parlare di “femminile” significa molto spesso parlare di corpi, qui il tema emerge affiancato a quello della nudità, usata e sottomessa nel caso delle ragazze della casa di tolleranza, più rispettata e nobilitata dall’arte per Verena, che sta scoprendo se stessa sotto tanti aspetti, questo fra gli altri.
Barbara Cagni costruisce e posiziona i propri personaggi nella Storia (qui un eco di Elsa Morante è evidentissimo) e, sempre attraverso di loro, ci lascia alcuni interrogativi non risolti. Che dire del Pittore e di sua moglie? Cosa pensare di certe adesioni al Fascismo esclusivamente opportunistiche? La scrittrice non prende apertamente posizione, non condanna definitivamente, lascia a noi la possibilità di scegliere se biasimare o comprendere, compito non facile.
Nella seconda parte del libro emergono figure storiche fondamentali la cui vicenda biografica, anche se non restituita per intero, gode di un approfondimento interessante. Questo è il caso di Lina Merlin, spesso ricordata esclusivamente per la sua battaglia contro la prostituzione legalizzata in Italia, ma che si è resa protagonista di un grande, duraturo e coraggioso impegno personale. Allo stesso modo, vengono ricordati i Gruppi di Difesa della Donna: nati a Milano nel 1943, sono stati in grado di unire alla lotta per la liberazione nazionale dal nazifascismo il tema dell’emancipazione femminile, avviando in questo modo un importante percorso di consapevolezza e partecipazione attiva delle donne.
Arriva in fretta, forse troppo, l’ultima pagina di questa storia e sfogliandola ci sentiamo un po’ immalinconite. Con il volume tra le mani ci ritroviamo a domandarci cosa ci resta di quanto abbiamo letto. Gli audaci sogni di quelle partigiane, ben rievocati dall’autrice, hanno ravvivato dentro di noi il profumo di un’audacia che forse abbiamo ormai scordato. Quelle lotte si sono concretamente trasformate in tante conquiste femminili che è doveroso riconoscere rimanendo salde nella convinzione che la conquista dei diritti è un lavoro faticoso e meticoloso che non può mai dirsi concluso o superato.
Conclusivo plauso speciale per la scrittura di Barbara Cagni capace di dare il meglio di sé nella resa dei dettagli (anche quelli più nascosti) e nella rappresentazione di quadri piccoli ma intensi e delicati. Una buona penna che desideriamo leggere ancora molto presto.
- Autore: Barbara Cagni
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Fazi
- Anno di pubblicazione: 2025
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: L’alba della nostra libertà
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