Brigantaggio nel Sud ex borbonico: il neonato Regno d’Italia lo ha represso manu militari con estrema durezza. Ci si dovrebbe chiedere come si sarebbe potuto affrontarlo diversamente all’epoca, ma sarebbe sconfinare nella politica, mentre l’approccio all’argomento è strettamente storico, nel saggio di Mariamichela Landi Processo ai briganti. La «legge Pica» e la giustizia militare nel Mezzogiorno postunitario, pubblicato dalla libreria editrice Viella (2026, collana “I libri di Viella”, 268 pagine), con un inserto di otto facciate color seppia d’immagini e riproduzioni di documenti.
Basato sulle carte processuali e muovendosi nelle aule dei tribunali più che sul campo tra polvere e spari, il lavoro della giovane storica (già ricercatrice negli atenei di Teramo e Salerno) si connota per un taglio esclusivamente storiografico, tra i prodotti della linea di ricerca dell’Università di Teramo, Dipartimento di scienze politiche (storia e diritto, il brigantaggio rivisitato, narrazioni, pratiche e usi politici nella storia dell’Italia moderna e contemporanea). Non si presta a dispute ideologiche, pro o contro il Risorgimento, a favore o a contestazione del progetto nazionale di Casa Savoia. L’oggettività del punto di partenza, delle argomentazioni e delle conclusioni del saggio è interamente rivolta alla storia, si colloca al di sopra di qualsiasi posizione di parte, tanto da non giustificare l’entusiasmo con cui questo studio è stato accolto dalla fazione avversa al movimento revisionista neoborbonico. A parere dei risorgimentali, farebbe giustizia della “vulgata demoniaca del tutto mistificatoria” secondo cui la legge Pica avrebbe autorizzato rappresaglie, uccisioni senza processo e altro ancora. Un punto di vista francamente fuori tema rispetto al connotato processuale e giudiziario dell’approfondimento storico, teso sta l’altro a valutare in punto di diritto il confronto tra giustizia ordinaria e giustizia militare. Confronto che viene giudicato "costante", a studi fatti.
Certo, la monografia è peraltro lontanissima, indenne potremmo dire, dal rivendicazionismo polemico e stizzoso della mala unità e della rapina al Sud, a volte collocato su basi storiche claudicanti. Si tratta di una ricerca seria, di valore, realizzata con competenza e compostezza professionale, nel quadro di un segmento centrato d’indagine storica. Anche per la tesi di dottorato di ricerca, nel 2020, Mariamichela Landi si è impegnata sulla giurisdizione delle corti militari nella guerra al brigantaggio (1863-1865).
La legge Pica risale al 1863, quando la Camera dei deputati di Palazzo Carignano, a Torino, rese istituzionale il dibattito sulla situazione nel Mezzogiorno e sedette “in permanenza”, per affrontare l’emergenza di un territorio annesso da un triennio e insanguinato da una feroce guerriglia, alimentata in maggiore o minore misura dal revanscismo borbonico.
La classe politica doveva occuparsi del grande brigantaggio. Non si trattava più dell’endemica criminalità banditesca di sempre, ma di un fenomeno estremamente aggressivo, organizzato in bande armate e connotato da una struttura paramilitare.
Al cambio di regime, i capibanda sfruttarono il vuoto istituzionale nelle aree interne del Sud della penisola, intercettando “una persistente e diversificata conflittualità locale e alleandosi temporaneamente con la monarchia borbonica in esilio”. Questa saldatura in realtà non avvenne, come dimostrano le traversie del generale spagnolo Josè Borges. Era stato inviato dal re in esilio Francesco II di Borbone, a guidare una sollevazione popolare per tentare di riconquistare il Regno delle Due Sicilie. Fallito il sodalizio con le pur numerose bande brigantesche e rimasto isolato con pochi uomini, nel tentativo di tornare a Roma, venne intercettato dai piemontesi e fucilato a Tagliacozzo, l’8 dicembre 1861. Le sue memorie, nel celebre Diario di guerra, mettono in luce inesorabilmente l’incompatibilità tra la condotta militare (guerriglia), pretesa dal veterano carlista e la barbarie delle uccisioni, dei saccheggi, delle spoliazioni ai quali si abbandonavano i briganti, a cominciare dal famigerato Carmine Crocco.
Quindi, senza essere ispirata da obiettivi organicamente realisti filo borbonici, l’azione del variegato schieramento antiunitario assunse i caratteri di una guerra civile contro il potere regio. Non era un moto coerente, teso a ripristinare la sovranità d’o rre, ma può considerarsi il primo conflitto dello Stato unificato.
Divenne anche teatro di narrazioni differenti e rivali, espressione di due modelli statuali, politici e ideologici contrapposti e inconciliabili.
Per sconfiggere il brigantaggio, si decise di adottare misure di giustizia speciale e militare, in deroga alle leggi ordinarie. Anche se l’eccezionalità non entusiasmava (normativa, oltre che pratica), la legge dell’agosto 1863, proposta dal deputato abruzzese Giuseppe Pica, era ispirata dalla necessità e inevitabilità dell’intervento contro una piaga che minava la tenuta dello Stato e l’unità nel Mezzogiorno. La giurisdizione penale venne affidata ai tribunali militari e l’ordinamento costituzionale sospeso temporaneamente, ma solo nei territori indicati.
Il testo di legge, piuttosto semplice, nove articoli, approvato da Camera (174 sì, 33 no) e Senato (73 a favore, 10 contrari), divideva il Mezzogiorno in otto zone militari, ciascuna posta sotto la giurisdizione di un tribunale di guerra. Segnò un punto di svolta, scrive la ricercatrice, puntando principalmente a disciplinare l’emergenza, riportando la repressione del brigantaggio entro una cornice di legalità. Il monopolio della violenza venne strappato alle bande, “lo Stato superò la sfida della transizione del Mezzogiorno verso l’unità e la costruzione di un nuovo patto sociale”.
- Autore: Mariamichela Landi
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Processo ai briganti. La «legge Pica» e la giustizia militare nel Mezzogiorno postunitario
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