Come il suo più grande fratello germanico, il Reno tedesco, o il Rodano, il nostro fiume ha, nel suo nome. Quella liquida arrotata, quella erre, forse di origine sanscrita, che va a cadere nel greco di Eraclito “panta rei” (tutto scorre, tutto fluisce), per finire nel latino “omnia ruit” con lo stesso significato (tutto scorre, tutto fluisce), passando prima probabilmente nell’etrusco dei Rasna e per terminare nel celtico dei Galli padani. E scorre, il fiume Reno, scorre. Nasce toscano, sull’Appennino pistoiese, a Prunetta, nel comune di San Marcello Piteglio. A vederlo alla sorgente è un po’ una delusione: un rubinettino asfittico dal quale, goccia a goccia, esce un filo d’acqua. Ma comincia subito a correre, ad andare: la sua vocazione è, ingrossato da fossi e affluenti, quella di sfociare nel mare lontano, a 211 chilometri.
Poiché si tratta del romanzo postumo di Francesco Guccini, qualcuno potrebbe indiziare come retorico il mio incipit di commento. Questo: Calde le pere! Storia di un fiume e di una integerrima fanciulla (Giunti, 2026) riepiloga esemplarmente l’umanesimo colto e frastagliato di cui è disseminato lo specifico dell’autore scomparso di recente. Detesto l’apologesi quanto la retorica, credetemi se vi riesce: lo scrivo con assoluta sincerità, per me è così. In questo estremo racconto gucciniano, affluiscono i topoi narrativi del suo poetare per libri e per canzoni. A cominciare dalla leggerezza di tono che controbilancia la malinconia che può evincersi sottotraccia a contesti e circostanze. Locuzioni persino. L’evocazione struggente di un passato intonso dalla corruzione ontologica cui siamo costretti. Le geografie e i dintorni appenninici di una Pavana simil Macondo. I personaggi resi genuini da una penna capace, e per questo anti-eroici, ciascuno a suo modo. I dettagli minuti delle divagazioni in merito a flora, fauna, antropologia e mitismo locali. La lontana Storia in maiuscolo, nella fattispecie il fascismo ingerente negli anni Trenta italiani. Quasi marginale rispetto alla pregna essenzialità di posti, cose, persone, che appaiono e scompaiono in questa ennesima spoon river emiliana redatta da Guccini. Il tutto - more solito - prosasticamente omerizzato. Senza artificio però. Assecondando piuttosto una grazia naturale, la stessa che accompagna il suo folto canzoniere in cui la rifrazione sentimentale coinvolge il corollario delle domande consuete in parallelo al “ritmo dell’uomo e delle stagioni” (Il vecchio e il bambino, del lontano 1972), e quindi al tempo e alla malinconia.
La trama di questo romanzo, essenziale per forma e contenuti, risulta quasi pretesto per la rivisitazione una a una delle suddette situazioni tematiche. Un pretesto mica da nulla però. Se è vero che racchiude in sé, quanto meno due misteri buffi (un po’ alla Dario Fo). Sul secondo sottaccio, per non sbiadire lo sbigottimento poetico che attende il lettore sul finire della storia. Riguardo al primo, inerisce al titolo del romanzo, occasione ulteriore per sapide dissertazioni gucciniane sui dialetti regionali, dove le “pere” sono richiamo traslato al seno femminile; o magari un rimando più sfumato al frutto cotto e venduto per strada dagli ambulanti di una volta.
Questo è Guccini, signore-lettrici e signori-lettori: miseria e nobiltà, voli pindarici e ispirazione terragna. Capacità come nessuno di coniugare erudizione e vernacolo, realismo e malinconia. In ossequio agli incipit di tanta narrativa gotico-avventurosa, in Calde le pere tutto comincia dal rinvenimento di un “brogliaccio” con dentro storie di un tempo lontano (“cantare il tempo andato sarà il mio tema”, nella programmatica Il tema del 1970), e dal richiamo di una donna che pedala discinta sulle sterrate provinciali di quegli anni. Si è in una torrida giornata d’estate, la donna pedala e chissà perché si lascia andare a quel richiamo oscuro e surreale (felliniano) da cui discende il titolo: calde le pere, dice ad alta voce. Un mistero nel mistero. Malizia sensuale o proustiana innocenza di intenti? Chissà se entrambe, trattandosi di una storia - di storie. Minime, e proprio per questo un filino anche epiche - di Guccini. A cui, del resto, basta poco. Bastano un pretesto e una visione per dispiegare questo romanzo per affluenti, a una trama che forse è portante o forse no. La storia di Lisetta, fanciulla integerrima (fate caso al lemma desueto: la dice lunga sul senso gucciniano di un’oralità adeguata ai contesti) e della sua umile famiglia. Integerrima al punto da rimandare a virginei antecedenti religiosi; o di contro (altra antitesi dialettica) a stregonesca accondiscendenza ai richiami di una natura che risente dei miti pagani della tradizione classica. Il racconto è essenziale, ma pregno e sognante quanto basta per convocare alla mente rêverie della giovinezza perduta. Sottile rimando percettivo sollecitato talvolta, di volta in volta, da un luogo, un odore, un gesto, un suono, dal ritratto sbiadito in una foto di un tempo ormai andato. Un po’ come Calde le pere, questo romanzo rimembrante pure se in modo lieve di Francesco Guccini, che risuona anche degli eco di un Reno italiano, motore immobile - e perciò decisivo - nell’evolversi progressivo della storia.
Lisetta era rimasta sdraiata sull’acqua che, dopo il primo impatto di freddo improvviso, le dava ora un piacevole senso di frescura. Si sistemò meglio. Era davvero piacevole stare lì, lambita dall’acqua, distesa. Si guardò attorno, ancora non c’era nessuno: sua madre Isolina dormicchiava all’ombra sotto gli alberi e anche il Mario si era allontanato più a monte. Era uno di quei momenti estivi nei quali l’ora e la calura ti privano di ogni forza e di ogni volontà. Si lasciò prendere completamente dal fiume e precipitò in un assonnato dormiveglia.
Via Paolo Fabbri 43 è stato il primo 33 giri di Francesco Guccini che ho comprato (allora i dischi si compravano e li compravo). Mi ha detto bene, giacché dentro ci suona dentro quanto basta per farsi un’idea del microcosmo intellettuale del cantautore, come scriverebbero quelli bravi. Quelli capaci di scovarci dentro i francesi, Gozzano, Roland Barthes, Montale, Paperino e chissà quali altri dotti riferimenti. Con me non è mai attaccata fino in fondo: per quanto mi riguarda, Via Paolo Fabbri è molto più che un semplice disco: è un disco che mi piace senza troppi valori aggiunti. Mi piace a prescindere dai rimandi, dai richiami, dai venerati maestri che potrebbe scomodare, tirare in ballo fuori e dentro le righe, tra un pezzo e un altro. Via Paolo Fabbri è per me un totem senza tabù. E posso garantirvi che di dischi ne ho ascoltati. Via Paolo Fabbri è per me un feticcio, il classico esempio di ballate di spessore che mettono le ali, sfarfallano ad alta quota e ti fanno ciao con la manina: provate a prenderci se vi riesce, o se no assumeteci come qualcosa vicina al bello in sé. Se c’è una cosa che so è che le canzoni (più ancora che i libri) non andrebbero spiegate, mai fino in fondo: il disco suona e canta bene, e dice cose intelligenti nel modo in cui si dovrebbero dire e cantare le cose intelligenti. Stop. Ancora oggi che di Francesco Guccini ho ascoltato e letto tutto, Via Paolo Fabbri 43 è la mia coperta di Linus. Non a caso mi è prossimo, anche in questo momento in cui ne scrivo. Sta di fianco alla mia scrivania, mentre provo a buttar giù qualcosa di minimamente intelligente in ultimo alla segnalazione dell’ennesimo e ultimo romanzo di Guccini. Ne osservo la copertina; come cappello al titolo rileggo il suo nome. Mi vengono da fare due cose, piangere e sorridere insieme. Piangere per l’autore che non c’è più e che più ha concorso alla mia articolata formazione culturale-sentimentale. Sorridere perché anche in Calde le pere l’ho ritrovato ostinatamente adeso al proprio mondo (geografico e mentale), identico a sé stesso fino in fondo. Terrò per mesi questo romanzo piacevole, acquerellato e a tratti ironico “alla Guccini”, discosto soltanto appena da Via Paolo Fabbri 43. La prima e l’ultima madeleine referenti al cantautore-scrittore che, a sua insaputa e più di tutti, mi ha iniziato al dubbio e ai riverberi sottili "di questa cosa che chiami vita". Grazie di tutto, e addio Maestrone.
- Autore: Francesco Guccini
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Giunti
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Calde le pere! Storia di un fiume e di una integerrima fanciulla
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