directorvale, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
Sono un cantastorie e racconto, attraverso me, quello che faccio e che vedo, e non mi si deve dare del poeta o altro.
Così scriveva Francesco Guccini in una nota che compare nell’album Via Paolo Fabbri 43, inciso nel 1976.
Francesco Guccini (1940- 2026) è stato uno dei più importanti cantautori del nostro secondo Novecento italiano. Il suo primo album è stato Folk beat n.1 e nella sua carriera ne ha inciso una ventina. Memorabili alcune sue canzoni come La Locomotiva, Dio è morto, Canzone per Piero, L’Avvelenata, Il vecchio e il bambino, Eskimo. Un cantautore, un poeta che ha accompagnato la mia generazione: quella che indossava l’eskimo, che si faceva qualche canna, quella della beat generation, quella che ascoltava un testo profondo come Dio è morto (1965), i cui riferimenti letterari sono quelli dell’incipit del poema manifesto Urlo (1956) di Allen Ginsberg:
Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate, nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa
Così cantava Guccini:
Ho visto la gente della mia età
andare via lungo le strade
che non portano mai a niente,
cercare il sogno che conduce alla pazzia
nella ricerca di qualcosa
che non trovano nel mondo che hanno già
Lungo le notti che dal vino son bagnate
dentro alle stanze da pastiglie trasformate
dentro alle nuvole di fumo
nel mondo fatto di città
essere contro ed ingoiare
la nostra stanca civiltà.
[...]
È un Dio che è morto
nei campi di sterminio Dio è morto
coi miti della razza Dio è morto
con gli odi di partito Dio è morto.
Una canzone dura, che mette a nudo le fragilità del mondo e di una (una sola?) generazione, ma che coltiva una speranza perché il Dio che è morto poi risorge.
in ciò che noi crediamo, Dio è risorto
in ciò che noi vogliamo
Dio è risorto
nel mondo che faremo
Dio è risorto
Dio è risorto
Un artista poliedrico e curioso che ha sviluppato la propria sensibilità artistica non solo con la musica. Giornalista, conduttore radiofonico, professore, sceneggiatore, attore, disegnatore di fumetti e autore di di noir, alcuni scritti insieme a Loriano Macchiavelli, e di romanzi a partire dal primo, del 1989, Cròniche epafàniche (Feltrinelli) fino all’ultimo, pubblicato nel 2025, Romeo e Giulietta 1949 (Giunti).
Nell’estate del 1983, mentre il pubblico prendeva posto sul prato dello stadio comunale della cittadina di Pietra Ligure, il cantautore modenese mi dedicò alcuni minuti per una breve intervista che poi pubblicai su “L’orecchio”, una testata mensile del Ponente ligure. Una domanda su Radio Marconi, un’altra sulla sua collaborazione con il disegnatore Bonvi, un richiamo a Pasolini e al suo fan di un giorno Gianni Baget Bozzo, una domanda sulle elezioni politiche del giugno 1983 e l’ultima, di cui ora mi vergogno, sul suo rapporto tra musica e fiaschi di vino, come carburante per ogni concerto.
L’intervista a Francesco Guccini
- Quindici anni che suoni: 1968-1983. Quindici anni di musica e quindici di vita, da sociale o da antisociale?
Un po’ tutte e due, più da sociale, ovviamente, che da antisociale. Perché antisociale richiede delle cose che io non ho fatto. La canzone L’antisociale, comunque, è del ’60 e, quindi, sono più di quindici anni.
- Oggi è un giovedì. Nel 1970 eri all’Osteria delle Dame, vicino alla tua Pavana. Cosa ci può essere di simile fra un giovedì del ’70 e un giovedì del 1983 a Pietra Ligure?
Un giovedì del ’70 d’estate? Fammi pensare. In questo periodo c’era più fresco, più tranquillità e, forse, più ingenuità. E meno... saggezza!
- Undici album di Guccini e fatti con un titolo abbastanza particolare. Come mai il tuo ultimo album porta il tuo nome?
È una domanda che molti mi pongono. Volevo dare una specie di marchio di fabbrica, poi mi sono accorto che lo hanno fatto tutti. Allora, peccato, lasciate che lo faccia anch’io! Non ho dato nessun titolo proprio perché è questo il titolo giusto, cioè dire "sono ancora io che faccio queste canzoni" che sono cambiate perché gli anni cambiano ma sono, comunque, sempre le stesse: come quella faccia che è lì fuori, un po’ cambiata perché da quindici anni e più cambia ma, in fondo, praticamente è sempre la stessa. Quindi è una specie di timbro artigianale di fabbrica.
- Francesco Guccini si è avviato al mondo giornalistico. Puoi parlarci di questa attività e, a quando, un libro autobiografico?
Mi sono avvicinato al mondo giornalistico nel senso che ne parlo male... ho fatto il cronista negli anni 59-60 alla famosa, ben nota "Gazzetta di Modena". Quel giornale, come potete immaginare, di grandissima tiratura... e dato che eravamo in quattro o cinque, facevamo un po’ di tutto. Pertanto ho imparato veramente il mestiere, poi per ragioni economiche, cioè non mi pagavano, mi sono rimesso a suonare. Ma ho sempre detto che è uno dei mestieri che potrei saper fare perché mi è congeniale, ancora adesso faccio qualche collaborazione. Il libro autobiografico mi sembra un po’ eccessivo: se uno, magari, vince o perde una campagna di Russia ha tutte le ragioni per scrivere un libro di tal genere, ma io non ho fatto né l’una né l’altra cosa.
- Hai avuto una bellissima esperienza di fumetti con Bonvi. La ripeterai?
Sì, volentieri ma anche con altri disegnatori. Ci sono in progetto alcune cose.
- Tu, che hai fatto Radio Marconi, che consiglio potresti dare, da ex speaker, agli amici delle radio liguri?
Ho fatto pochissimo, è durata una settimana perché ci siamo messi a litigare. Le radio private sono state una grande speranza e forse anche una grande delusione. Ma, pure, una grande fonte di divertimento perché io sto preparando tutta una serie di imitazioni di disc-jockey locali: quello che parla con l’accento ferrarese, modenese, toscano.. disc-jockey d’avanguardia, quello hippy, quello folk.
- Pasolini aveva denunciato una "mutazione antropologica in Italia", una fusione aberrante di valori tra le classi. Le ballate di Guccini sono ancora leggibili ideologicamente?
Sì, sono sempre leggibili ideologicamente perché nascono da delle ideologie che sono le mie, cioè non nascono a caso e per caso. C’è sempre il modo di pensare di uno che si colloca in una certa situazione, in un certo momento; dunque, è logico, è legittimo fare una lettura di quel tipo. Però per ideologia non si deve necessariamente intendere una strettissima o sbandierata ideologia politica.
- "Libera nos domjne... da crociati a crociate, da ogni sacra scrittura". Francesco, hai votato il 26 giugno?
Sì, ho votato. Anche se non dirò mai per chi ho votato.
- Al tuo concerto di Sestri Levante ha assistito Gianni Baget-Bozzo, figura di intellettuale scomodo. Cosa avete in comune?
Cosa abbiamo in comune non lo so, sinceramente. Me lo hanno detto e mi sarebbe piaciuto incontrarlo e conoscerlo. In comune forse poche cose: indossa una veste che io non indosso, quindi nasce da una educazione che non è la mia. Diciamo, forse, che l’unica cosa che possiamo avere in comune è quella forma di umanità che la maggior parte di noi ha.
- Guccini, quante canzoni fai con un litro?
Questa è una domanda vecchissima. Dipende dai momenti: posso fare una canzone in venti minuti o, posso mettercene sei mesi e, dunque, i litri si accumulano.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Addio a Francesco Guccini: intervista (1983) al cantastorie di Pavana
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