Non ho aneddoti degni di storia in merito ai miei incontri con i cantautori italiani e qualora ne avessi non ne scriverei. Meno che mai riguardanti Guccini, in questo momento in cui tutti si affanneranno a millantarne assidue frequentazioni, chiave di accesso per primogeniture di tributi postumi.
Per il niente che vale, riporto quindi minuti stralci inediti di un libro appena ultimato su Guccini, di cui ieri – in accordo con l’editore – ho deciso di procrastinare l’uscita a tempi meno intasati di peana celebrativi come quelli che verranno. Ecco l’estratto.
“L’ultima Thule”: l’addio alla canzone di Guccini
Con L’ultima Thule (EMI, 2012), Francesco Guccini aveva deciso di passare la mano: da lì in avanti avremmo potuto rintracciarlo soltanto nei libri, dentro i “gialli” che firma col sodale Macchiavelli, oppure attraverso le tracce-madeleine sparse per live e (sedici) album in studio. Il groppo in gola è annesso e connesso col prezzo. All’addio di Ultima Thule sono di fatto seguiti due auspicati ritorni - Canzoni da intorto (2022) e Canzoni da osteria (l’anno seguente), che non spostano di una virgola la sostanza del discorso gucciniano.
L’ultima Thule, dunque. Malgrado non suoni come disco-caposaldo (non è Amerigo. E nemmeno Radici o Via Paolo Fabbri o Signora Bovary, se è per questo) si afferma come lavoro riepilogativo, coerente all’impronta del Guccini Novanta-Duemila. Il Guccini consueto make-up per orecchie e cervello: otto stazioni di ontologia minima, a tagliare trasversalmente canzoni di notte (senza contare Notti, siamo arrivati al capitolo quattro della saga), esistenza e resistenza (Su in collina - traduzione della poesia dialettale Mort en culleina di Gastone Vandelli; e Quel giorno di Aprile), serio e faceto (Il testamento di un pagliaccio), distinguo professionali (Gli artisti), locuzioni tanto desuete e colte che Jovanotti - o chi per lui oggigiorno - nemmeno se le sogna (la “battola”, la mitologica “anfesibena”, il prendere a “gabbo”, il fiume che “muglia”, gli animali nelle “roste”). E almeno due capolavori assoluti: la title-track, rimando a una foto di copertina simil-poeiana (ricordate lo spaesamento tra i ghiacci che coglie Gordon Pym?), livida, intirizzita, fascinosa al contempo. Con diversi sensi traslati, un tragitto - sul filo di metafora - più a Nord del Nord, alla ricerca del capolinea (un fine-mondo associato a un fine-vita), forse anche della dimenticanza.
L’Ultima Thule attende e dentro il fiordo / si spegnerà per sempre ogni passione / si perderà in un’ultima canzone / di me e della mia nave anche il ricordo.
E la malinconica, fin quasi allo struggimento, L’ultima volta:
Sarà quando quell’ultima volta / che la vedi e la senti parlare / quando il giorno dell’ultima volta / che vedrai il sole nell’albeggiare / e la pioggia ed il vento soffiare / ed il ritmo del tuo respirare / che pian piano si ferma e scompare.
L’inafferrabile nel reiterato: le verità in Guccini
Mi piace infine pensare a L’ultima Thule non come a una rimozione, come a una resa, come a una fuga vigliacca, piuttosto come a un rendez-vous con sè stessi e il senso ultimo della (propria) vita. Come a un riepilogo meditativo di anni affollati, di piazze praticate-subite-celebrate (compresa la genovese Piazza Alimonda), rivoluzioni mancate, frasi di canzoni, avvelenate, bevute, cazzeggi, frati, America, Barthres, storie ignobili quante ne vuoi, e soprattutto diverse stanze, affacciate su vite quotidiane. Un modo come un altro per uscire di scena in forma non ufficiale, congedarsi senza chiasso, senza frasi storiche, senza un ultimo concerto, a testa alta. Come può permettersi soltanto chi sa comunque di avere vissuto. O, al peggio, cantato. D’amore, di morte e altre sciocchezze. Che è tutt’altro che cosa da poco.
Lo sforzo di cogliere l’inafferrabile all’interno del reiterato alternarsi di vita e morte (“che rimangono uguali”) è forse il primo intento della scrittura gucciniana. Già nel suo terzo album, L’isola non trovata (1971), Guccini ritorna spesso sul tema delle verità non colte. Sui vani tentativi di avvicinarsi al senso della vita e dello sgomento che dà la sua fine, geograficamente traslato nell’Asia immaginifica degli enigmi, delle meraviglie. L’Asia dei “mitici animali da bestiario”, eterea e molteplice, sfrangiata, irraggiungibile nella sua essenza piena. E anche La collina (1970) assume connotati fantasmagonici. Un’isola non trovata in piccolo: un (non)luogo che nessuno scorge mai, in quanto avvoltolato da nebbia perenne. E a rafforzare il discorso sull’impalpabile ci sono anche la strana saggezza de Il frate (1970) smarrito in fantasticherie poste tra il vino, Dio e Schopenhauer. E il primo, autentico, caposaldo gucciniano: la fluente Un altro giorno è andato (1970), che medita sullo scorrere del tempo e quindi della vita. Dove leopardiane “Silvie sbeffeggianti” rincorrono immagini montaliane, incalzate della giovinezza che scorre via.
E un altro giorno è andato / la sua musica ha finito / quanto tempo è ormai passato e passerà? / Le orchestre di motori ne accompagnano i sospiri. / L’oggi dove è andato l’ieri se ne andrà / Se guardi nelle tasche della sera / ritrovi le ore che conosci già / ma il riso dei minuti cambia in pianto ormai / e il tempo andato non ritroverai.
Nello stesso disco c’è anche Il tema, in cui Guccini esplicita ulteriormente la propria vocazione autoriale.
Cantare il tempo andato sarà il mio tema / perché negli anni uguale sempre è il problema / E dirò sempre le stesse cose viste sotto mille angoli diversi / Cercherò i minuti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni, i visi che si sono persi / Canterò soltanto il tempo…
“Ma il tempo, il tempo chi me lo rende?”
Sarà di parola: con maggiore e minore pregnanza, le canzoni di Francesco Guccini rimandanti al tempo (e alla conseguente precarietà del nostro vivere) si contano intorno alla cinquantina. Alcune, sparpagliate negli anni, particolarmente significative in ordine allo scorrere inesorabile dei giorni. Lettera (in D’amore, di morte e altre sciocchezze, EMI 2020), in cui il cantautore occhieggia il Leopardi del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (filosofia in forma poetica) sottolineando lo iato che passa tra l’assenza di percezione temporale degli animali (o dei vegetali) e la consapevolezza sperimentata dall’uomo in merito al suo procedere inarrestabile verso la fine:
Ma il tempo, il tempo chi me lo rende? / Chi mi dà indietro quelle stagioni / di vetro e sabbia, chi mi riprende / la rabbia e il gesto, donne e canzoni / gli amici persi, i libri mangiati / la gioia piana degli appetiti / l’arsura sana degli assetati / la fede cieca in poveri miti?
Il tempo come agostiniana “dimensione dell’anima” si declina dunque, in Guccini, attraverso il susseguirsi di stagioni e situazioni in fondo simili (se non uguali) da cui deriva il desiderio antitetico della ricerca – strenua, ancorchè vana – di ciò che non è più o non è ancora. L’ingorgo delle domande si afferma in Guccini come cifra filosofica e senso ontologico parimenti. Un domandare instancabile, malgrado “la risposta non ci sarà” (Shomèr ma mi-llailah?) e da “tempo e mare non si impara niente” (Gulliver). Può sgomentare la consapevolezza di uno sforzo sisifico. Di uno slancio ideale destinato giocoforza a sovrapporsi ai sogni (La vita è sogno, Caldéron de la Barca): il tempo fugge, e con esso gli anni. Si diventa grandi, si invecchia. Ci si approssima alla morte, senza che gli aneliti della giovane età abbiano mai trovato riscontro reale. Per cui il ricordo stesso diventa incerto, sfumato, si intreccia col sogno, senza che si possa distinguere l’uno dall’altro. Il desiderio che animava il cuore e le azioni della gioventù trova nel tempo il suo più grande nemico. E lo slancio nella realizzazione dei sogni diventa quasi un affanno privo di senso.
Ancora in Lettera:
Come vedi tutto è usuale / solo che il tempo stringe la borsa / e c’è il sospetto che sia triviale / l’affanno e l’ansimo dopo una corsa / L’ansia volgare del giorno dopo / la fine triste della partita / il lento scorrere senza uno scopo / di questa cosa... che chiami… vita...
Non credo esista un Cielo, nemmeno quello dei poeti più capaci (Francesco Guccini lo è stato), non ho retoriche suppletive di scorta. Per l’addio all’inarrivabile Maestrone per il momento spero possa bastare.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Ma il tempo, il tempo chi me lo rende?”: omaggio a Francesco Guccini
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