Romeo e Giulietta 1949
- Autore: Francesco Guccini
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Giunti
- Anno di pubblicazione: 2025
Che ceselli “frasi dentro le canzoni” o autobiografismi per interposti anti-eroi, la cifra portante di Francesco Guccini si individua nella rimembranza, pervasa dal confronto con l’impassibile correre del tempo. Osterie che chiudono, ricordi che svaniscono, come del resto fedi, amori, mondi, illusioni. Riprova che nei testi di Guccini l’impermanenza sta alla vita come antitesi indisgiungibile (“siamo qualcosa che non resta / frasi vuote nella testa / e il cuore di simboli pieno”). Al netto, d’altro canto, di un’ironia sottotraccia; un tempo mordace, quasi smargiassa, oggi più sfumata, agrodolce, venata di crepuscolarismo. Un’ironia che viene buona per allentare la morsa del mal de vivre, insomma. Al pari delle radici. Visibili e invisibili, geografiche e familiari. Un altro eterno ritorno tematico. Un’ancora di salvezza che non è sterile passatismo ma poetica post-pasoliniana, anestetico, se non proprio antidoto a solitudini in fondo senza scampo. Romeo e Giulietta 1949 (Giunti, 2025) lo leggi sì e no in un’ora ma racchiude, declinati, i topoi dello specifico gucciniano.
C’è lo sguardo retroverso sul piccolo mondo antico di un Appennino del primo dopoguerra. C’è la giovane Italia divisa tra i campanilismi delle fedi politiche ancora intonse. C’è - forse, soprattutto – l’estate incantata (bredburyana) di un bambino prossimo a misurarsi con le colonne d’ercole del passaggio alle rigorose scuole medie di allora (“terribile grata classista voluta dalla Riforma Gentile”). L’epos di Romeo e Giulietta 1949 inoltre non è un epos oggettivo, legato cioè ad accadimenti eclatanti, quanto piuttosto interno allo sguardo - avventuroso, salgariano, sognante - del giovane Francesco:
Mantova… era provincia lombarda; non sorgeva in Emilia ma nella lontana e sconosciuta Lombardia, territorio esotico, raggiungibile non per mezzo di banale trenino a Diesel ma percorrendo complesse piste carovaniere, a dorso di dromedari, o attraversando giungle infestate da feroci belve e pullulanti da mortiferi strangolatori Thung. Mantova, così lontana, così misteriosa, come la Momprecem descritta nei due romanzi di Emilio Salgari che portavo con me.
Si srotola in questo modo - sulle ali immaginifiche del ricordo bambino - l’estrema parentesi estiva del Guccini-decenne, in parallelo al disvelamento di rituali laici – l’Idrolitina per insaporire l’acqua, i discorsi sul lavoro, le paste nei giorni di festa, i manifesti politici sui muri – e religiosi - l’obbligo sociale della messa la domenica, la scomuniche del papa ai “senza Dio” (comunisti in primis), il digiuno e la confessione prima della prima comunione (“La chiesa non è una barzelletta. È una cosa seria”) –, epitomi di un’Italia chissà se traumatizzata o sognante a sua volta, in quanto affrancata dai gioghi di guerra e dittatura.
Lo spunto narrativo del romanzo è presto detto: il secondo conflitto mondiale è finito da qualche anno, e Francesco ha finito a sua volta le scuole elementari. Sul liminare dell’estate del ’49 la mamma lo porta in visita agli zii “di pianura”, quasi degli estranei per lui che ha vissuto in montagna i suoi primi anni. Da siffatto pretesto discendono situazioni e tableau vivant di un racconto lungo capace di alternare subitamente - e quando è il caso - l’ironia disincantata del narratore onnisciente alla noia vacanziera ma anche alla stupefazione tipica dell’età del protagonista.
Come nell’episodio che dà il titolo al romanzo:
Trascorse ancora qualche giorno senza che accadesse nulla a spezzare il solito andare noioso delle giornate [...] Mi venne allora un’idea: le soffitte [...] Soffitte voleva dire stanze colme di vecchie cose neglette, vetusti bauli contenenti forse tesori preziosi, forse libri, forse, perché no, antiche armi. Mi precipitai lungo le scale e arrivai su col fiatone [...] Procedevo a tentoni ma mi fermai subito. Avevo avvertito, nel buio, una presenza. Rimasi fermo, immobile, terrorizzato[...] Una voce venne dal buio:
‘Vèe, monèlo, sei il nipote di quelli di sotto?’.
Non risposi, indeciso se voltarmi e fuggire.
‘Vieni un po’ avanti e fatti vedere’.
Mi feci un po’ avanti. Quello che vidi era roba da non credere. Abbracciati, o meglio, mentre si stavano sciogliendo da un abbraccio, c’erano il vecchio dei Lodi, Libero, e la vecchia dei Benassi, Maria.
‘Vèe, monèlo’ mi apostrofò il vecchio (che poi così vecchio non era) Lodi. ‘Vèe, monèlo, lo sai tenere un segreto?’
[...]
Feci cenno di sì con la testa.
‘Allora non devi dire a nessuno, nemmeno ai tuoi parenti, che ci hai visti qui. D’accordo?’
Si scoprirà qualche pagina più avanti come il “vecchio” (che poi così vecchio non era, se non agli occhi dell’artista da piccolo) sia di comprovata genia fascista. E come la vecchia, invece, vanti estrazioni di fiera appartenenza comunista. Lo sviluppo di questo amore contrastato – una sorta di Capuleti e Montecchi in versione MSI contro PCI – non è rivelabile, in quanto parte della micro-suspense interna al romanzo di Guccini, non a caso sodale del giallista Machiavelli.
In ultima sintesi: sotto la patina di finto divertissement Romeo e Giulietta 1949 possiede la scorza dell’ennesimo libro-madeleine di uno scrittore in piena forma, tematica ed espressiva. Da non perdere.
Romeo e Giulietta 1949
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