Haiti, un paese nel quale “ci sono molte buone ragioni perché le madri abbandonino i figli”, è la terra dove la scrittrice Edwidge Dandicat, originaria dell’isola caraibica e statunitense d’adozione, ambienta gran parte dei suoi romanzi, incluso Respiro, sguardo, memoria (2026), portato da poco in Italia da Utopia editore, nella traduzione di Hilia Brinis. È anche, come ogni angolo del mondo, una terra di contrasti, dove fiori la cui bellezza è quasi impossibile descrivere sbocciano accanto alle sanguinolente violenze che l’uomo compie contro il suo simile, e dove racconti tramandati di generazione in generazione (introdotti dall’espressioni creola krik? krak!, che dà anche il titolo alla più celebre raccolta di racconti dell’autrice) sono affiancati da riti traumatici che si compiono meccanicamente, basati su antidiluviani e inaccettabili processi di controllo.
Sophie, una delle protagoniste del romanzo e voce narrante di tutte le sue pagine, vive in un villaggio haitiano insieme alla zia, Tante Atie, e a qualche ora di cammino dalla nonna. Mentre tutto intorno gli altri abitanti preparano una festa e si dedicano alle quotidiane incombenze, la ragazzina viene messa al corrente, in una maniera un po’ brusca, di un grande stravolgimento che piomberà addosso alla sua adolescenza tutto sommato serena: tra qualche giorno un carro la porterà fino in città, salirà a bordo di un aereo e raggiungerà in poche ore New York, dove la mamma vive da qualche anno.
Lo strappo è potente: al sottrarsi alla vicinanza della zia, una figura più che materna, e al ritrovare in carne e ossa quella madre che svetta in casa nella fotografia incorniciata nella stanza principale si aggiungono, infatti, lo shock linguistico della Grande Mela (l’inglese, la lingua da studiare e padroneggiare per evitare la piaga delle mansioni sottopagate, della povertà) e i nuovi ritmi, dettati dal lavoro massacrante della genitrice. Ma gli Stati Uniti diventano anche lo scenario di nuove tappe: è proprio nella casa newyorkese che Sophie incontra il primo amore, in una passione che passa anzitutto attraverso le orecchie; l’uomo infatti, ben più grande di lei, è un musicista, e le deboli mura dell’appartamento traspirano giorno e notte delle note musicali dei suoi esercizi.
Respiro, sguardo, memoria procede a salti temporali e lungo l’asse delle partenze e dei ritorni; quando ritroviamo Sophie, infatti, tiene in braccio la sua bambina di pochi mesi e sta rimettendo piede ad Haiti, in una fuga che mette a soqquadro le sue relazioni americane. La donna prova ad allontanarsi da un trauma che non sa sciogliere, affretta i passi velocemente in direzione contraria agli incubi della madre e al gelo che la attanaglia nelle relazioni sentimentali e amorose. E forse la casa dell’infanzia potrebbe essere il luogo ideale per fronteggiare le radici dei suoi rovelli e di quelli, strettamente connessi, delle donne della sua famiglia.
Perché il romanzo della pluripremiata autrice è un romanzo-donna: non soltanto in quanto tutte le figure principali sono femminili, ma anche e soprattutto perché sono i tornanti del loro essere donne a scandire le pagine della storia. C’è anzitutto, in sottofondo costante, una castrante forma di condizione femminile, vissuta e tramandata di generazione in generazione come un mantra, un decalogo che non prevede eccezioni:
Secondo Tante Atie, ogni dito corrispondeva a uno scopo. Era il modo in cui le avevano insegnato a prepararsi per diventare una donna. Procreare. Bollire. Amare. Cuocere. Curare. Friggere. Sanare, Lavare. Stirare. Sfregare. Non era colpa sua, diceva. Alle sue dieci dita era stato dato un nome prim’ancora che lei nascesse. A volte desiderava avere sei dita per mano, così che gliene rimanessero due per sé.
Poi perché questo grumo di parole, scritte con uno stile autorevole, lascia spazio soprattutto ai corpi, e per l’appunto corpi femminili. La violenza, la malattia, la punizione, il trauma: tutti elementi che passano non dalla verbalizzazione (se non per frasi lancinanti, termini neutri lanciati da labbra tenute serrate), ma proprio attraverso le parti del corpo e il lavorio asfissiante degli incubi. Sophie è il frutto di una violenza vissuta dalla madre, che ne resterà per sempre marchiata; a sua volta la protagonista subisce una violenza, d’altro genere ma pur sempre intima e pur sempre traumatica, proprio da parte della donna che l’ha messa al mondo e che, inconsapevolmente, tramanda un rito arcaico di protezione della verginità. Ed è a questo punto che Sophie, incapace di vivere il suo corpo, di aprirsi all’intimità del sesso e delle relazioni sane, con la figlia in piena lallazione fra le braccia, capisce (o forse intuisce, spinta da un moto anch’esso estremamente fisico e corporeo) che è tempo di rompere la catena, di scardinare il percorso che spingerà la sua piccola verso un uguale destino. E diventa quindi salvifico il ritorno ad Haiti, come a dimostrare che solo un’immersione alle radici dei problemi possa farne detonare definitivamente, e una volta per tutte, il meccanismo traumatico. Eppure l’isola caraibica resta un grumo di violenze politiche (che sono, soprattutto, violenze fisiche – ancora il corpo, dunque), e non è dato a tutti (e a tutte) riuscire a sottrarsi all’orrore che batte rintocchi per anni e anni nello spirito.
Respiro, sguardo, memoria dimostra in tutta potenza perché Edwidge Dandicat sia considerata fra le autrici più indispensabili della letteratura contemporanea in lingua inglese. Stupisce la maestria con la quale sa mescolare infinite tematiche e incorporarle nei destini delle cinque donne protagoniste; la maternità, il contesto coloniale, le brutture politiche, i confini dell’intimo, il ricordo, lo strappo confluiscono in una pregevole trattazione del trauma, affiancando la descrizione di un’isola dove convivono col florilegio mozzafiato della natura. Romanzo prezioso, il suo, scritto con una prosa luminosa e dalla struttura estremamente raffinata.
- Autore: Edwidge Dandicat
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Utopia Editore
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Respiro, sguardo, memoria
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