La logica è un po’ come un martello, che serve per piantare chiodi ma potrebbe invece schiacciarci un dito: è un utile strumento per ragionare correttamente ma può farci smarrire nell’astrattezza, infilandoci nelle nebbie della metafisica e distogliendoci dalla fisica, cioè dalla realtà. Cosicché a un logico può venire in mente di riprendere la questione aristotelica dei cosiddetti futuri contingenti per sostenere, logicamente, che un’inesorabile necessità domina gli eventi mondani, per cui tutto ciò che accade deve accadere e niente e nessuno può evitare che accada. E dunque ci si può scordare del libero arbitrio, che credevamo essere il sigillo dell’umanità.
Questo logico è Richard Taylor, che lo sostenne in Fatalism, un testo del 1962, trasformando un paradosso aristotelico in un principio universale. Nel De Interpretazione Aristotele pose il problema: se si afferma che “domani ci sarà una battaglia navale”, quest’affermazione dovrà essere o vera o falsa, per cui se è vera domani ci sarà una battaglia, se è falsa invece non ci sarà: dunque il futuro sarebbe predeterminato; sennonché Aristotele era certamente più intelligente dei suoi innumerevoli epigoni, quindi discerne tra la disgiunzione logica “domani ci sarà o non ci sarà una battaglia navale”, che dev’essere vera oggi in base al principio del Terzo Escluso, e le singole proposizioni, che invece saranno vere o false domani, quando la battaglia davvero ci sarà o non ci sarà. Perché il futuro è contingente, non determinato. Taylor ha provato a confutare Aristotele, sostenendo invece che il futuro è logicamente ineluttabile. Per farlo introduce un’equivalenza - che mi pare piuttosto capziosa - tra passato e futuro: se affermo che “ieri ero a Roma” la proposizione è necessariamente vera, poiché il fatto è realmente accaduto; ma siccome il tempo è indifferente rispetto alla funzione logica, lo stesso deve valere per il futuro, per cui se una proposizione concernente il futuro possiede oggi un valore di verità, dovrà essere vera anche in futuro; quindi se dico che “domani sarò a Roma” necessariamente ci sarò. Detto banalmente: il mondo va come va e non possiamo farci niente.
Pirandellianamente: così è, se vi pare. Al giovane studente di filosofia David Foster Wallace non pareva, cosicché nella sua tesi di laurea, Richard Taylor’s “Fatalism” and the Semantics of Physical Modality, provò a confutarlo, con una penetrante e complessa strategia argomentativa; ad esempio dimostrando che Taylor aveva erroneamente sovrapposto il principio di bivalenza con quello del Terzo Escluso, e che aveva confuso tra le verità ex post ed ex ante di un fatto. Il punto essenziale è che la tesi tayloriana - se un evento si verificherà nel futuro perché la sua necessità si afferma nel presente, - è contestata da Wallace, utilizzando la semantica dei mondi possibili ed elaborando perfino un complesso Sistema J che si aggiunge agli altri (S4, S5, ecc.; per “sistema” s’intende il modo in cui i mondi si relazionano) che serve a dimostrare che i valori di verità non dipendono solo dal tempo, bensì dalle situazioni del mondo in un momento dato, per cui un evento futuro potrà essere possibile o impossibile a seconda del contesto situazionale del mondo in cui si verifica, a prescindere dalla sua necessità logica.
Benché non sia molto edotto nelle questioni della logica modale, ovvero quella che tratta di necessità e possibilità, in cui l’ardua confutazione di Wallace si articola, credo di poter dire che per lui Taylor è incorso in una fallacia accidentale, cioè l’errore di ragionamento in cui un principio generalmente valido è esteso a una situazione particolare che il principio lo invalida, scivolando dalla logica nella metafisica. Detto ancora una volta banalmente: il mondo va come va, ma potrebbe anche andare diversamente, se vogliamo. E dunque il libero arbitrio è salvo.
Wallace discusse la sua brillante tesi di laurea nel 1985, tuttavia fu pubblicata soltanto nel 2010, dopo il suo suicidio, col titolo Fate, Time and Language: An Essay on Free Will; ora Einaudi ne ha pubblicata la traduzione col titolo Contro il fatalismo (2026, a cura di Mario De Caro e Guido Baggio).
Benché si possa ammirare la sagacia logica e la tenacia intellettuale (nonché la sua tipica ironia che s’intromette tra le formule logiche) con cui l’aspirante filosofo Wallace affronta una questione così problematica e fondamentale per l’essere umano, è indubbio che si tratta di un testo tecnicissimo, ostico, difficile da comprendere anche da chi possieda le basilari conoscenze della logica formale (che io ho appreso soprattutto grazie all’accattivante lezione di Piergiorgio Odifreddi); dunque: perché un lettore dovrebbe cimentarsi in questa estenuante e spigolosa lettura, barcamenandosi tra formule e diagrammi? Se fosse un lettore ordinario e non masochista non ne avrebbe motivo; se fosse un lettore filosofo magari aggiornerebbe il suo sapere sulla controversa antinomia tra fatalismo e libero arbitrio, che ha già intrigato menti come quelle di Abelardo, Tommaso d’Aquino, Guglielmo di Ockam, Luis de Molina, Leibniz (en passant: io tra le varie soluzioni preferisco quella di Duns Scoto, il Dottor Sottile: “potentia ad opposita simul”, cioè l’ipotesi della cosiddetta “contingenza sincronica”, per cui la volontà nel momento dell’azione non è vincolata da una sequenza causale, quindi può simultaneamente volere o non volere l’atto; ma magari fosse così semplice…); se invece il lettore fosse un estimatore di David Foster Wallace, cioè uno bendisposto a un’ermeneutica laboriosa pronto a ingaggiare un duello coi suoi testi, di cui ama gli intrecci narrativi non lineari, i cambi di registro, l’ironia e le prolungate, molteplici e talvolta enciclopediche digressioni filosofiche, scientifiche, televisive, pop e perfino sportive (tant’è che scrisse pure il saggio Federer as a Religious Experience), allora deve leggerlo. Deve leggerlo perché manifesta un paradosso che indubbiamente s’intrama nella poetica di Wallace.
L’opera letteraria non nasce all’istante nella mente dell’autore, quasi sempre è l’esito d’un lavorio intellettuale, linguistico e morale che si fonda sulla sua vita, la sua cultura, i suoi sentimenti, la sua immaginazione; la critica genetica ha denominato avantesto questo processo che infine si concretizza nel testo letterario, composto dal variegato materiale documentario: appunti, prime stesure, abbozzi, varianti, diari di lavoro, ecc. in cui si può rintracciare il percorso creativo che lo ha determinato. Si pensi, ad esempio, all’appunto del 1819 di Giacomo Leopardi che indica la sua predilezione per un certo luogo solitario, che poi attraverso successive versioni e scelte linguistiche e stilistiche diventa la poesia L’infinito, o ai Cahiers di Proust, in cui si trovano i primi appunti e le note della Recherche; talvolta l’avantesto è esso stesso un’opera che poi viene trasformata, come il Fermo e Lucia di Manzoni, e altre volte è un intimo diario intellettuale, proprio come lo Zibaldone di Leopardi o il sofferto Il mestiere di vivere di Pavese. Ci sono almeno due casi in cui l’avantesto è un memoriale, un racconto di fatti inerenti un particolare episodio autobiografico dell’autore, che successivamente è diventato sostanza di un testo letterario: uno è il Diario del Congo di Joseph Conrad, del 1890, che racconta del suo viaggio in Congo come comandante di un battello a vapore, da cui nacque Cuore di tenebra; l’altro è Aethiopia. Appunti per una canzonetta di Ennio Flaiano, che raccoglie gli appunti presi tra 1935 e il 1936, quando partecipò alla guerra in Etiopia, che fu la base del suo romanzo del 1947 Tempo di uccidere.
Ebbene, in un modo piuttosto intrigante, che dovremo indagare, Contro il fatalismo rappresenta l’avantesto del primo romanzo di Wallace. Perché nel 1985 il brillante ed eclettico studente presenta contemporaneamente due diverse tesi di laurea, una in scrittura creativa e l’altra in filosofia. Di questa s’è già detto, l’altra diventa, nel 1987, il suo romanzo d’esordio: The Broom of the System, La scopa del sistema, nella traduzione italiana del 1999; una storia sconcertante, che addirittura (non)termina con una frase mozza: "Puoi fidarti di me – dice R.V. guardando la mano di lei – Sono un uomo di…". R.V. è Rick Vigourus, in (non)fidanzato della protagonista, Lenore; lei è Mindy Metalman, moglie di Daniel Lang, che sottrae Lenore al (non)fidanzato ricomparendo dal suo passato, mentre Mindy per qualche oscuro motivo intreccia una relazione con Rick nella notte in cui la storia enigmaticamente (non) si conclude. Bastano questi cenni per comprendere la complessità del romanzo, in cui la trama zigzaga nel tempo e nello spazio del racconto e un coro di personaggi tra loro variamente legati si muove intorno a Lenore, la giovane protagonista alle prese con l’enigmatica scomparsa di un’altra Lenore, la bisnonna, e con la tossica relazione amorosa con Rick, tra bizzarre sedute psicoanalitiche, racconti di aspiranti scrittori depressi, misteriosi guasti al centralino in cui Lenore lavora, un pappagallo che improvvisamente diviene un eloquente parlatore nonché star di una telepredica, dialoghi surreali e scene grottesche. Apparentemente La scopa del sistema è un garbuglio metaletterario scritto da un comico demiurgo, tant’è che alla sua uscita i giudizi critici furono discordanti, ma è piuttosto una storia inquietante di solitudini che vagano in una realtà straniera, contraddittoria, volgare, in cerca di se stessi tra timori e desideri, speranze e coercizioni sociali.
Dunque: se Wallace ha scritto Contro il fatalismo e La scopa del sistema insieme, quasi parallelamente, è implicito che tra esse debba esserci una relazione, nonostante la notevole differenza che intercorre tra loro: un breve e complesso saggio di logica e una storia sconcertante. L’uno – ho affermato - è l’avantesto dell’altra, ma in che modo? Un modo paradossale (d’altronde nelle opere dello scrittore statunitense i paradossi imperversano). Poiché l’avantesto precede il testo è evidente che, come nei casi che prima ho citato come esempi, vi sia una connessione consequenziale: c’è un deposito di appunti, di storie, di memorie, di idee da cui, attraverso un creativo processo di elaborazione, il testo deriva dall’avantesto; nel caso di Wallace accade altrimenti, manca la consequenzialità e c’è la contemporaneità : perciò suppongo che la loro connessione sia piuttosto una simmetrica antiteticità che si fonda su una intrinseca corrispondenza, di cui ci sono numerosi indizi. Il primo dei quali è che la scomparsa bisnonna di Lenore fu un’allieva di Ludwig Wittgenstein, di cui conservava la copia autografata di Le ricerche logiche (scomparsa con lei), un altro è che la scopa a cui si riferisce il titolo del romanzo richiama proprio un celebre paradosso del filosofo; addirittura sembra che perfino i dialoghi tra i personaggi e i loro pensieri siano talvolta tratti dalla sua opera, che in qualche modo ricalchino i giochi linguisti di cui argomenta nelle Ricerche; è insomma probabile che la riflessione filosofica legata allo sviluppo di Contro il fatalismo, che si fonda proprio sulla teoria linguistica di Wittgenstein, abbia informato lo spazio immaginario del romanzo che stava nascendo. Ma come una sorta di simmetrici canto e controcanto, perché mentre il saggio filosofico è una confutazione del fatalismo, il romanzo ne sembra un’affermazione, con tutti quei personaggi che non riescono a essere e a fare quello che vogliono e che alla fine, come guidati da una mano invisibile, si ritrovano tutti in un luogo (il Bombardini Building, il cui proprietario è uno psicotico obeso che vuole ingrassare tanto da riempire di sé l’universo): nessuno di loro ha deciso di ritrovarsi là, ma ci sono, a rigirarsi nei loro destini. A far che, non si sa - perché la conclusione della storia è appunto inconclusa: forse il grattacielo crolla, forse le cose andranno altrimenti…
Sembrerebbe quasi che la tesi di filosofia e quella di scrittura creativa si siano scambiati i finali, e dunque che Wallace ci abbia regalato l’ennesimo enigma.
- Autore: David Foster Wallace
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Einaudi
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Contro il fatalismo
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