- Autore: Veronica Raimo
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Einaudi
- Anno di pubblicazione: 2026
Veronica Raimo ha trovato il centro della sua scrittura, ricorrendo meno ai ricordi di sé stessa, mentre mischia le carte su un personaggio che le assomiglia ma che la finzione letteraria diluisce in una storia d’amore non solo tossica, ma bella e romantica. Un elemento che fa di questo romanzo uno scritto di letteratura, con tutti i crismi, che può piacere al lettore oppure no, fra quelli che si dividono tra ricordi quasi reali alla pura fantasia di un’autrice che esce con questo libro dal titolo Non scrivere di me (Einaudi, 2026), contemporaneamente col romanzo del fratello Christian Raimo che pubblica L’invenzione del colore per i tipi de La nave di Teseo.
Qui ci interessiamo alla voce narrante di Veronica, che ci presenta una cameriera, che potrebbe già essere laureata, che si incarta in un amore distruttivo, raccontando ai genitori che se ci mette tanto a laurearsi è perché deve lavorare per pagare l’affitto e le bollette; la separazione tra lei e la famiglia di origine è cosa fatta. Non è sempre simpatica questa ragazza, ma triste, in credito con la vita; ama Gionata ma pensa sempre all’americano, conosciuto a Roma, Dennis May.
Il romanzo inizia quando da due clienti viene a sapere che l’attore è morto. Vorrebbe lasciare il lavoro per saperne di più del suo amore defunto, ma visto che si sono incontrati solo quattordici volte prevale il senso di realtà. Le telefonate e i messaggi, che già arrivavano poco, ora non ci saranno più e lei dovrà crescere senza il suo mito di carta. Con la sua avvenenza e i suoi muscoli (a lei che piacciono i magri ed emaciati, che leggono libri di filosofia), Dennis May già era un azzardo; dunque quando va tutto male lei si rifugia dai genitori, che credono alle sue parole, per finire questa tesi di laurea che è incentrata sull’attore Dennis May e sul suo unico film di successo. Sono passati tredici anni da quando lo ha visto al cinema, in un’arena estiva. Il film era “Lark”, quello che ha dato la notorietà a May, e lei si stupisce che l’unico fidanzato, Lorenzo, che sapeva tutto del suo amore per l’americano, non le mandi nemmeno un messaggio - si sarà sposato nel frattempo.
Per essere chiari, Raimo scrive:
Alla fine è stato lui a suicidarsi, non io. Era depresso da tempo, e sotto psicofarmaci, si è ammazzato con quelli, nella sua casa di Los Angeles.
Si ricorda che facevano sesso in alberghi lussuosi, alla cameriera part-time non era mai successo. Le attese, le feste, il sentirsi parte della vita dell’attore; tutto questo finisce quando accade un fatto doloroso, insensato e bruttissimo. Lei si sente spezzata dall’atteggiamento dell’attore, e meno male che i genitori le conservano la stanza, dove va a rintanarsi. Come può elaborare un lutto se si sono lasciati per un fatto ignobile?
Il lettore resterà sorpreso dagli sforzi mentali della protagonista per dimenticare una chimera amorosa. Il sottotesto è intessuto di un’ironia amara, poche volte l’autrice si lascia andare. Poi la voce narrante, in una sontuosa festa, dietro al rimprovero del fidanzato Lorenzo che trova di cattivo gusto che la sua donna si lasci dare del tu dal personale del party, replica che sono tutti colleghi camerieri con cui ha lavorato.
Un libro, nonostante le brutture della vita quotidiana, che si lascia leggere, anche se è di una tristezza profonda. C’è una vera scrittrice nelle librerie e non c’eravamo accorti di nulla.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Non scrivere di me
Come molti, ho scoperto Veronica Raimo con il suo romanzo d’esordio, Niente di vero, nell’estate del 2022, su una spiaggia della Liguria. Associo l’edizione bianca dell’Einaudi con quella bellissima e buffa fotografia in bianco e nero di bambina che strizza gli occhi, e all’odore dell’olio che solo la buona focaccia sa emanare. Forse ci sono ancora delle macchie sulla mia copia.
Sicuramente ci sono delle sottolineature, perché lo stile sagace, ironico e teso di Raimo mi ha subito colpito:“Comunque chi l’ha detto che avere un talento sia meglio di non avercelo? Se mi chiedessi ora cosa so fare, sprofonderei nello stesso imbarazzo dei miei vent’anni, ma se c’è qualcosa che ho capito d’allora è che temo la verità più della morte.”
Siamo in un’altra estate, altro mare. Sono appena tornato dalla Croazia e ho appena finito di leggere Non scrivere di me. Questa copia non ha macchie: sono cresciuto e ora sto più attento ai miei libri.
Ammetto che all’inizio ho fatto fatica ad apprezzare questo romanzo perché mi è parso di non ritrovare quella ventata di freschezza che, quattro anni fa, avevo percepito immediatamente, fin dalle prime pagine, e che mi aveva fatto pensare: caz*o, che stile e che sguardo! Qui c’è qualcosa di nuovo!
Mi è parso di leggere pagine sicuramente ben scritte, ma punteggiate da cliché di una scrittrice bo-bo del circuito buono che non aggiungevano nulla di nuovo: la ragazza protagonista senza nome - avrà come riferimento Kafka o Il giardino dei Finzi-Contini? - che lavora in un bar alla moda ma che disprezza il mondo che lo frequenta; che ha un animo tormentato da scrittrice, anzi da poeta; che si innamora e vive il suo amore un po’ idealizzante e un po’ tossico; che tratta male chi le vuole bene davvero.
E poi c’è il co-protagonista, un attore americano antipatico, neanche così bello a giudicare dalle descrizioni e sicuramente privo di gusto: Dannis May, che l’autrice fa di tutto per tenerci lontano.
A questo si aggiunge il mio inglese traballante e quindi l’utilizzo del traduttore - avrei voluto poter dire del dizionario, per darmi un tono, ma 1) non credo di possedere un dizionario d’inglese che vada oltre il 2008 2) difficile reperirlo su una spiaggia di un’isola croata - per capire alcune delle parole piacione che Raimo inserisce, fin dall’esergo. Chi sono le split-writers? E poi, perché sulky e non “imbronciata”?
Ma poi tutto cambia, tutto precipita, tutto acquista di senso.
Accade un evento, quell’evento “brevissimo e infinito” che apre una voragine.
Qui Veronica Raimo riesce a dettagliare e a descrivere il momento della violenza con uno sguardo - oh, è tornato lo sguardo del 2022! - che ho trovato davvero intenso.
Raimo riesce a raccontare lo stupro con una doppia lettura, interna ed esterna.
Da una parte, la protagonista è sicuramente incagliata nel “pozzo” di cui parlava Natalia Ginzburg, in quella malinconia mista a depressione o chissà cos’altro, e finisce quindi per trascendere l’atto, trasformandolo in qualcosa che la porta a dire di essere stata scelta, in una sorta di devozione assoluta nei confronti di quest’uomo seducente che le impedisce di vedere la degradazione del suo corpo, la violenza psicologica che la segnerà da lì in avanti. Dall’altra, riesce a guardare il tutto da un punto di vista quasi neutro, analizzando l’atto anche su un piano sociologico: Dannis May riversa sulla protagonista il dolore e la frustrazione di un maschio proletario ferito, di un uomo che sente di essere stato respinto, giudicato e umiliato dalla critica benpensante che ha bocciato il suo film. Lei, studentessa semi-privilegiata, finisce così per rappresentare, ai suoi occhi, tutto ciò che lo ha rifiutato: una classe, un ambiente culturale, un modo di guardare e giudicare il mondo. Tutto questo rende, a mio parere, la violenza ancora più inquietante.
Mentre leggevo, la scena mi ha ricordato le immagini di Ultimo tango a Parigi e la ragazza, nella mia mente, ha subito preso le sembianze di Maria Schneider in quella camera spoglia. A lui, però, non ho dato la soddisfazione di essere Marlon Brando.
Ragionandoci a freddo, proprio come nella pellicola di Bertolucci, anche lei è fidanzata con un altro: un ragazzo che studia cinema e che sarà sicuramente un regista in erba. Gionata, per me, è uno dei personaggi più rassicuranti del romanzo, sicuramente l’unico con cui avrei voluto uscire. Fortunatamente, un maschio attento, che piange, che sa perdonare, che sa “esserci”.
Mi sembra che, in questo suo ultimo romanzo, Raimo abbia lavorato molto anche sulla lingua, e quasi ce lo dica apertamente quando fa riflettere la protagonista sul modo in cui scrive. Cerca una lingua meno trasformativa, meno retorica e metaforica, una lingua in cui “ogni parte del corpo ha un suo nome specifico, ogni azione non ne indica un’altra”.
E qui mi è venuto da pensare a Montale. Non so se sia davvero così, e forse è proprio questo il bello: Raimo non sembra mai mettersi lì a dimostrare il canone, anzi.
Però poi quella fetta di cheesecake e la forchettina che affonda nel formaggio, senza rompere la frolla, lasciando un vuoto, uno scavo che fa male alla protagonista. E allora penso: eccolo, il correlativo oggettivo.
Consiglio la lettura di questo romanzo e, soprattutto, vorrei che qualcuno mi dicesse se ha sentito anche lui o anche lei, nella chiusa, quella specie di liberazione che Raimo concede alla protagonista. Io l’ho sentita come una lunga sorsata di vino rosso, caldo, che irrora la gola.
E alla fine torno a quella frase del suo primo romanzo: “temo la verità più della morte”. Forse Veronica Raimo, anche con Non scrivere di me, continua a girare intorno alla stessa ossessione, o forse continua semplicemente a dimostrarci che vivere la propria verità può arrivare ad essere forse anche peggio della morte.
E probabilmente non possiamo nemmeno darle torto.
Grazie per questo articolo, che spazia, ma non divaga. L’interesse reale per Veronica Raimo è palpabile, le piace davvero molto.
A me un po’ meno e se ha avuto tempo a disposizione, leggendo la mia nota critica, se ne accorge subito.
Cordiali saluti
Vincenzo Mazzaccaro