- Autore: Maurizio de Giovanni
- Genere: Gialli, Noir, Thriller
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Feltrinelli
- Anno di pubblicazione: 2026
- ISBN: 9788807037375
Ci sono romanzi che finiscono con un punto. Altri lasciano una porta socchiusa. E poi ci sono quelli come L’orologiaio di Brest di Maurizio de Giovanni, che terminano con una domanda ostinata, inquieta, urgente: e adesso?! Non è solo curiosità per ciò che potrebbe accadere in seguito – quella appartiene a qualunque buon finale aperto – piuttosto la sensazione di allontanarsi da un luogo in cui i personaggi continuano a muoversi e ad agire.
Per questo, pur non avendo progettato fin dall’inizio un seguito e tanto meno una serie, l’autore ha sentito il bisogno di tornare in quel luogo dove trovare le risposte a quella domanda e chiudere un cerchio.
Il tempo dell’orologiaio (Feltrinelli, 2026), la seconda parte di questa storia, si è come “manifestata” mentre de Giovanni scriveva gli ultimi capitoli del primo libro, quasi imponendosi da sola e con una natura del tutto inedita: non più un noir costruito sulle crepe del tempo, sulle sue permanenze e sugli effetti del passato, ma un vero e proprio thriller, caratterizzato da un ritmo diverso e da un meccanismo diverso.
Ci sono, naturalmente, gli stessi personaggi e le trame sono connesse, ma non si tratta più del tempo fermo delle ferite mai rimarginate, delle vite rimaste sospese, piuttosto di un conto alla rovescia che si fonda su un’idea molto precisa: il passato – non un participio, ma un sostantivo – in realtà non è passato, continua a produrre conseguenze, a deformare relazioni, a influenzare scelte che sembrano nuove, ma in realtà arrivano da molto lontano.
Il tempo dell’orologiaio, scritto rapidamente per non perdere nel lettore il battito emotivo lasciato dal romanzo precedente, riprende i destini rimasti incompiuti e li trascina in una nuova urgenza: la scomparsa di Vera, la giornalista che porta dentro di sé il vuoto lasciato da un padre assassinato nel 1984 in un attentato e la corsa contro il tempo per salvarla, costringe i protagonisti a confrontarsi con ciò che credevano sepolto.
Succede anche ai quattro compagni militanti nella lotta armata che Carlo cerca e incontra: lungi dall’aver esaurito la propria funzione narrativa, sono la dimostrazione di come un passato terribile abbia potuto cambiare le loro esistenze. Ciascuno, in fondo, soffre una diversa forma di prigionia: c’è chi ha conosciuto il carcere reale e chi invece è rimasto legato a qualcosa di meno tangibile: il rimpianto, la colpa, la paura, l’ostinazione ideologica, o semplicemente l’impossibilità di ricominciare davvero.
Attingendo alle carte processuali, alle testimonianze e alle confessione dell’epoca, l’autore avrebbe potuto trasformare questa materia in un romanzo nostalgico sugli anni Ottanta.
Oppure scivolare verso il thriller esoterico dai contorni storico-cospirativi con uomini di chiesa che, nascosti nell’ombra, esercitano poteri oscuri.
Con grande intelligenza, de Giovanni rifiuta le soluzioni facili e le costruzioni più convenzionali, resistendo a entrambe queste tentazioni.
I personaggi non diventano simboli ideologici, restano persone vere, con le loro contraddizioni e il peso delle scelte fatte. Spesso colpevoli, quasi mai innocenti, non cercano l’assoluzione: le azioni compiute restano con tutta la loro gravità, ma vengono vissute come conseguenze ineluttabili delle circostanze. Anche nei rapporti familiari viene evitato qualsiasi sentimentalismo.
Il legame tra Martina e il nonno sembra costruito più sui silenzi che sulle parole, e proprio per questo acquista una forza particolare. Nel conoscere il nonno non scopre soltanto un pezzo di storia della sua famiglia, ma comincia a capire qualcosa di se stessa, della propria rabbia, del bisogno di cambiare il mondo, della tensione verso certe battaglie ambientaliste che improvvisamente non appaiono più astratte o generazionali, ma in un certo senso “ereditate”.
La giovane vede anche il padre in modo completamente diverso. Dietro l’uomo prudente, trattenuto, banale e prevedibile, quasi incapace di uscire da sé stesso, affiora qualcuno disposto a esporsi davvero, a rischiare, a trasgredire le regole pur di non rinunciare alla persona amata. È un passaggio, questo, che descrive anche il senso profondo del romanzo: nessuno dei personaggi resta fermo nel ruolo con cui era entrato in scena.
E così come la trama non dà l’impressione di essere stata inventata, ma semplicemente intercettata, anche il finale non sembra imposto dall’autore: è quello che ciascun personaggio ha scelto di scrivere e di vivere fino in fondo.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il tempo dell’orologiaio
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