Maurizio de Giovanni sceglie la comicità per esplorare il mondo della stazione di Napoli, fra solidarietà, contraddizioni sociali e una coppia investigativa decisamente fuori dagli schemi. In un giallo, di solito, il cadavere è il punto di partenza. Ne Il Bufalo e Sammarzano, il nuovo romanzo pubblicato da Rizzoli nella collana “Nero”, bisogna invece arrivare a pagina 142, su 256, per trovarne uno. Non è un dettaglio da poco: racconta meglio di tante dichiarazioni d’intenti quale sia il vero centro di gravità del libro. Il morto c’è, l’indagine forse. Ma per buona parte della narrazione restano in secondo piano rispetto a ciò che interessa maggiormente all’autore: le persone, le loro relazioni e il mondo nel quale si muovono.
Quel mondo è il rione Vasto, con il suo universo brulicante, che trova nella stazione di Napoli il proprio centro e, insieme, il proprio confine. Un piccolo mondo che è anche grande, attraversato da vite e destini differenti, regolato da abitudini e codici che possono apparire incomprensibili a chi arriva da fuori. La stazione non è soltanto uno scenario: è una città nella città, un luogo nel quale transitano ogni giorno cinquecentomila persone, fra le quali, alcune ci lavorano, altre ci vivono.
A guidarci in questo ambiente sono due personaggi che più diversi non potrebbero essere. Da una parte Antonio Lorusso, detto il Bufalo, cuoco comunista, burbero e geniale; dall’altra Claudio Bistrotti, commissario milanese calvo, brillante e benvoluto.
Il Bufalo è proprietario di una trattoria sui generis, tanto piccola quanto singolare. Qui non si sceglie cosa mangiare, non c’è un menu e non si entra semplicemente perché si è disposti a pagare. Il cuoco decide chi ammettere e serve piatti memorabili a prezzi irrisori, quando non gratuitamente, e chi vuole lascia un pasto sospeso per chi non può permetterselo. Un posto nel quale il cibo non è una merce come le altre, ma diventa un gesto politico, un modo concreto di prendere posizione nei confronti delle disuguaglianze. Per stazza, il Bufalo ricorda un celebre chef napoletano, ma il paragone si esaurisce presto: qui non ci sono le logiche della ristorazione televisiva, né la spettacolarizzazione del piatto. Ci sono invece una precisa visione del mondo e un’idea di solidarietà che non si accontenta delle buone intenzioni. Anche il singolare regolamento della trattoria, con una sorta di interrogatorio a cui sottoporre chiunque voglia essere ammesso, contribuisce a delineare un personaggio decisamente fuori dagli schemi. La sua capacità di riconoscere chi mente si rivelerà preziosa nelle indagini informali per ricostruire la storia di una senzatetto scomparsa.
L’arrivo a Napoli di Bistrotti, invece, non è dettato da ragioni professionali, almeno non nel senso più convenzionale del termine. É fuggito da Milano dopo essersi ritrovato in una situazione sentimentale a dir poco esplosiva: le due donne che frequenta – all’insaputa l’una dell’altra – gli hanno chiesto contemporaneamente di sposarle, con tanto di pubblicazioni ufficiali. Per sottrarsi all’imbarazzante impasse, incapace di scegliere per non causare dolore in chi gli sta vicino, ha millantato l’esistenza di un incarico segreto, del quale non può rivelare nulla, e ha chiesto come favore personale di essere trasferito, finendo alla Polizia Ferroviaria di Napoli.
Ma la vera protagonista del libro è Ciociò, un’anziana artista di strada, che è stata “adottata” da chi nella stazione lavora e che da anni suona il violino con maestria sorprendente, accompagnando con la sua musica i viaggiatori. Inoltre, ogni sera, alle sette, raggiunge la testa del binario 20, in fondo a tutto, si ferma, tira fuori il suo strumento, suona una canzone, poi lo rimette nella custodia e resta lì per qualche minuto. Nessuno sa perché lo fa. È la sua scomparsa il mistero attorno al quale ruota la trama, e l’aspetto più tragico è che, inizialmente, nessuno se ne accorge. Una donna può sparire nel silenzio e nell’indifferenza e, se non c’è una denuncia, né ci sono elementi per ipotizzare un reato, non si possono aprire indagini ufficiali: occorre agire sottotraccia. Solo allora emerge un dettaglio che è quasi una condanna collettiva: nessuno sa quale sia il suo vero nome: la ferita più profonda non è soltanto la scomparsa di una persona, ma l’invisibilità di una vita intera agli occhi degli altri.
C’è poi un altro filo che attraversa il romanzo e ne rivela la sensibilità sociale: il volontariato, raccontato non come un generico richiamo alla bontà d’animo, ma attraverso il lavoro quotidiano di chi cerca, in questo caso, di offrire ai giovani un’alternativa concreta alla strada. L’associazione Figli del Territorio, guidata dall’energica Carmela Lanco, si occupa di contrastare la dispersione scolastica, di promuovere lo sport e le attività ricreative, di sostenere le donne vittime di violenza e di garantire un pasto a chi non può permetterselo. A sostenere questa struttura sono decine di volontari, donazioni e la solidarietà di chi, una volta trovato un lavoro, continua ad aiutare l’associazione: un quadro consolatorio dietro il quale, però, si intravede l’assenza delle istituzioni e il rischio che troppi ragazzi restino senza opportunità.
Questa sensibilità non si traduce in una narrazione cupa o gravata dal peso dei problemi che affronta. Al contrario, è proprio accanto ai temi più seri che trova spazio una comicità sorprendente - forse la vera novità - usata non come semplice diversivo, ma come una chiave di accesso alla realtà. Se Napoli è un territorio che de Giovanni conosce e racconta da tempo, qui dimostra di saper osservare con altrettanta precisione anche Milano e i milanesi. Bistrotti - ogni riferimento all’attore e comico Claudio Bisio è puramente voluto - non è una caricatura del settentrionale catapultato al Sud, ma un uomo con le proprie abitudini, i propri parametri e le proprie certezze, costretto a misurarsi con regole diverse. È un personaggio che si sottrae a quella malinconia di maniera che ormai accompagna tanti investigatori letterari, tormentati, gravati da un passato difficile, segreti inconfessabili, amori perduti e dipendenze. Il suo spaesamento genera situazioni comiche, ma permette anche di mettere a confronto due modi di vivere, senza trasformare le differenze in facili stereotipi.
Il Bufalo e Sammarzano è dunque un noir sui generis, che si concede il lusso di non avere fretta. La sua materia più interessante non è soltanto il mistero da chiarire, ma la vita che vi si agita intorno: un’umanità contraddittoria, capace di durezza e generosità. Il romanzo è, per usare le parole dello stesso de Giovanni, l’immagine capace di dare concretezza a un testo teorico: se si parla di povertà, invisibilità e problemi sociali, si può anche capire razionalmente ciò che significano, ma è attraverso una narrazione e le emozioni che suscita che quei concetti acquistano un significato più profondo, capace di toccare il lettore e di restituire un volto e una storia a chi, troppo spesso, resta ai margini del nostro sguardo.
- Autore: Maurizio de Giovanni
- Genere: Gialli, Noir, Thriller
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Rizzoli
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il Bufalo e Sammarzano
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