L’orologiaio di Brest
- Autore: Maurizio de Giovanni
- Genere: Gialli, Noir, Thriller
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Feltrinelli
- Anno di pubblicazione: 2025
C’è un gesto antico e preciso, quasi artigianale, nel nuovo romanzo di Maurizio de Giovanni. In un’epoca in cui le certezze si sgretolano facilmente, propone una narrazione che cerca invece di ricomporre, come un orologiaio che, con dita pazienti e sguardo lucido, rimette insieme gli ingranaggi di un tempo spezzato. Il titolo, L’orologiaio di Brest (Feltrinelli, 2025), non è solo legato a uno dei personaggi, ma diventa un vero e proprio manifesto narrativo: un meccanismo che si muove tra memoria, mistero e ideali spezzati. In questo contesto, infatti, il tempo non è solo inteso come memoria storica, specchio di un’Italia in bilico tra confessioni tardive e segreti rimossi – gli anni della lotta armata, delle organizzazioni clandestine, dei giochi di potere che hanno caratterizzato gli anni Settanta e Ottanta –, ma anche come tempo privato, quello delle relazioni interrotte, dei padri assenti e dei figli che crescono senza risposte: Vera Coen e Andrea Malchiodi, i due protagonisti, attraversano ferite personali che ancora sanguinano sotto la superficie della storia nazionale.
Vera, giornalista d’inchiesta quarantenne, spinta da una missione che travalica la professione e da una sete di verità che diventa urgenza esistenziale, sta cercando da tempo di trovare una spiegazione a un episodio oscuro che ha segnato la sua esistenza e quella della madre, con un dolore che continua a vibrare nel presente: l’attentato, avvenuto il 13 di maggio del 1984, alle undici, in una cava isolata, non lontano da quella che è conosciuta come “la Città dei papi”, a circa ottanta chilometri dalla capitale. Quel giorno hanno perso la vita Giovanni Contini, un pm della procura del luogo, e il suo autista, un agente scelto della polizia di stato, di ventotto anni, Marco Coen, padre di Vera.
Andrea, invece, è un uomo spezzato e disilluso. Docente universitario segnato da scandali e relazioni interrotte, ha accettato, senza porsi domande o avere dubbi, la versione raccontata dalla madre, da sempre avara di informazioni su di sé e sull’origine del denaro che ora, affetta da demenza senile, le permette di essere ricoverata in una struttura a gestione privata dal costo elevato. Del padre sa solo che è stato in marina ed è morto all’estero quando lui era molto piccolo: i pochi ricordi che ha si limitano a una risata fragorosa e alla sua figura massiccia.
Il sospetto che il padre di Andrea sia implicato nell’attentato in cui ha perso la vita il padre di Vera apre un dedalo di domande, testimonianze dimenticate, mezze verità che costringono i protagonisti – e con loro il lettore – a interrogarsi su ciò che è stato davvero, sul ruolo e sull’identità dei diversi personaggi. De Giovanni orchestra questa doppia indagine, interiore e storica, con la maestria di chi sa che la verità non si trova cristallizzata in un unico momento, ma nel ticchettio insistente di domande che vogliono trovare una risposta: come un artigiano che, con pazienza e precisione, rimette insieme i pezzi di un vecchio meccanismo, lo scrittore napoletano disegna un affresco la cui profondità va ben oltre il noir. Ogni capitolo funziona come una ruota dentata che muove la successiva e ogni scena – persino piccole parti solo apparentemente marinali, l’introduzione di personaggi secondari, i flashback… – e contribuisce a creare una tensione quasi fisica. Il tempo non è lineare: de Giovanni lo frammenta, lo smonta, lo avvita, alternando passato e presente, senza mai perdere il controllo del ritmo e della visione generale. La sua abilità consiste nel far convivere diversi piani temporali – quello dell’indagine nel presente e quello degli anni di piombo – senza che l’uno oscuri l’altro; anzi, essi si alimentano e si completano a vicenda. Non si tratta soltanto di riportare alla luce un attentato, uno scandalo, la sofferenza di chi ha perso una persona cara, ma di misurare quanto le cicatrici del passato continuano a pulsare nel presente, facendosi sentire nei legami familiari, nelle scelte professionali, nei silenzi che valgono quanto verità negate.
Oltre che nell’intreccio, è nella precisione dei dettagli, nei momenti di sospensione – quando Vera o Andrea si fermano a guardare una fotografia, a rivivere un ricordo o a domandarsi se ciò che credevano certo non sia invece una costruzione di menzogne – che il romanzo trova i suoi momenti più significativi.
Da evidenziare l’equilibro tra il ritmo investigativo, l’introspezione dei personaggi e quel senso di inquietudine che proviene dall’ombra lunga della “Notte della Repubblica”, richiamata non come semplice cornice storica, ma come un’eco che interroga il lettore: che cosa vuol dire convivere con dei segreti? E come si misura il prezzo della verità?
De Giovanni sorprende non solo con i tanti colpi di scena, ma anche con la cura del dettaglio: fotografie sbiadite, voci bisbigliate, omissioni che diventano imprevedibili leve narrative e fanno della lettura una vera e propria esperienza sensoriale. I dialoghi risultano credibili, come i diversi registri espressivi, e capaci di restituire anche ciò che i personaggi scelgono di non dire.
L’orologiaio di Brest dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, la maturità di de Giovanni. È un’opera di transizione che apre un nuovo ciclo con una nuova casa editrice, inaugura una nuova protagonista e affronta nuove sfide. È un libro ambizioso che guarda al passato non per nostalgia, ma per capire le ferite irrisolte che ancora modellano il presente. Con la sensibilità di un autore che conosce a fondo l’animo umano, ci offre una storia dove il tempo non segue un sentiero tracciato, ma si snoda come un labirinto da attraversare.
L'orologiaio di Brest
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