- Autore: Remo Rapino
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2025
- ISBN: 9788831109321
Di nome faceva Arturo di Remo Rapino (Città Nuova, 2025) è una dichiarazione d’amore sincera e appassionata ai libri; è la presa d’atto del potere magico della letteratura di catapultarti in mondi altri che possono diventare i tuoi, mentre rinasci, inconsapevole eroe di avventure mai sperate o nemmeno lontanamente immaginate. I libri donano – a chi crede nel loro potere salvifico – non solo ali per volare altrove, ma gambe dritte per camminare più sicuri nel mondo e forse, per sperare, e poi realizzare, che si può essere anche un po’ felici.
Arturo Sabatini è il protagonista di un’avventura che coinvolge il lettore fin dal primo momento in cui entra in scena e continuerà a coinvolgerlo fino alla fine del libro – che non necessariamente è la fine della sua vita – e gli rimane attaccato addosso a lungo, molto a lungo: come il sapore dolce-amaro della vita. Arturo è un manovale a giornata che vive in un paese grigio, Casal del Campo,
che si macerava e smoriva ai piedi delle alte montagne: uno scherzo di Dio senza rimedio, strascicato sulla riva destra di un fiumetto scemo
in cui il fango delle strade si confondeva alla sabbia e al cemento del cantiere in cui lavora e nel quale, un giorno, aveva ereditato una gamba più corta dell’altra per un’impalcatura messa male e aveva dovuto fingere di esserci nato così, per non perderlo il lavoro.
Era diventato un catorcio, “un salice magro con quelle gambe tutte storte e curve da riderci”, e viveva
un rosario di giorni tutti uguali, messi in fila ai margini della vita, un calvario a trovare un Padernostro che sei nei cieli dacci oggi il nostro pane quotidiano, una via crucis, ogni volta, attraversare la strada di corsa, saltare una siepe per vedere cosa dietro ci fosse e, con una spinta miracolosa, arrivare un po’ prima
senza nessuno da amare e da cui fosse amato. Da quel paese, però, aveva avuto il coraggio di fuggire un giorno e aveva raggiunto una città di mare: Portonovo, che “a conti fatti era stato un belvedere dopo tutta quella fatica di lacrime ingoiate di nascosto”.
Poi, un giorno, al ritorno a casa dal cantiere, aveva trovato un libro posato a fogli aperti sul tronco tagliato di un albero malato, le cui pagine
frullavano come le ali esauste dei passeri a fine giornata, quando all’improvviso lasciano i rami per altri luoghi, quelli che gli uomini legati alle certezze di terra riescono a malapena a immaginare
e lo avevo portato a casa con sé. Il primo libro della sua vita, un oggetto misterioso per lui, che a leggere è “bonarello sì e no”, che lo tiene tra le mani “quasi avesse preso una farfalla”, che lo gira e rigira non sapendo da che parte incominciare, e poi la copertina, il titolo Aspetta primavera, Bandini, e appena ha cominciato a leggere:
Di nome faceva Arturo, ma avrebbe preferito…
un’emozione grande di trovare il suo nome, anche se con un cognome diverso. E quel primo libro della sua vita lo divorerà, sulla soglia dell’alba finirà di leggerlo e piangerà a singhiozzo e, da quel giorno, non si sentirà mai più solo e, da quel momento, capirà che il libro è proprio
la più grande invenzione di ogni tempo, proprio come un amico vero, lontano, che uno vorrebbe incontrare e parlarci faccia a faccia.
Continuerà a fare il manovale, ma la domenica e nei giorni di festa si concederà lunghe passeggiate in posti solitari sulla spiaggia, dove letteralmente inciamperà nel suo secondo libro, l’Antologia di Spoon River,
un libro leggero, di piccole dimensioni, si teneva con una sola mano quasi fosse un rondone caduto da una gronda
che non parlava della sua terra, ma camminando insieme a Elmer, a Herman, alla signora George Reece e a tanti altri, Arturo
capiva lentamente che bisognava amare ogni terra, ché tutte le terre sono diverse e uguali con le campane, il vento, le rondini che ci volano dentro senza cadere, le foglie che si staccano dai rami dopo la pioggia, le nuvole che vanno, tornano a portare altre storie.
Che senso di protezione, di cura, di amore in queste parole di “un ultimo della fila con la sua gamba storta e la sua parlata a singhiozzo”, che profondità di sentimenti e amore per la vita, che aspettative nasceranno mentre ripartirà da quella spiaggia e se ne andrà leggero “con l’anima a tracolla, fortemente convinto del suo nuovo destino” e sarà insieme al suo primo vero amico, un cane randagio nero e buono che lo aveva seguito “di lontano scaracollando in modo goffo, quasi avesse anche lui, per qualche universale coincidenza, una zampa più corta” che decise di chiamare Canè.
Accadono piccoli e grandi miracoli in questo romanzo, quelli che solo la letteratura può far accadere, quelli che cambiano la vita di un uomo che fino ad allora aveva solo sognato di volare e che, grazie ai libri, imparerà a farlo davvero. Arturo avrebbe voluto una donna e degli amici da amare e troverà sia l’amore della sua vita che gli amici.
Ognuno dei tredici capitoli ha un titolo, un inciso esplicativo e una premessa riassuntiva, molto utile a guidare il lettore nell’universo dei personaggi, che hanno tutti molto di vero e qualcosa di miracoloso; non solo perché ricalcano la magica poesia della vita, ma soprattutto perché la vita all’autore appare come puro miracolo, epifania del Bene e del Male ed assomiglia a un libro:
grande o piccolo […], con le sue pagine fatte di verità, di inganni, di sogni. Tutto stava a come leggerlo, se in ordine era semplicemente come vivere normalmente, sfogliarne, invece, a caso, le pagine era un po’ come sognare, una bella confusione che non poteva far male, ma aiutava a vivere.
Senza sogni mica era possibile vivere.
Questo è un libro che parla di libri, in particolare riecheggia la forza rivoluzionaria di Fontamara di Ignazio Silone, che narrava “una malastoria già scritta”, che è sempre la stessa: quella di oppressi e oppressori vividamente espressa nella famosa gerarchia enunciata da Michele Zompa con Dio a capo di tutti, padrone del cielo fino ai cafoni, sotto un triplice strato di nulla e le storie delle brulle Terre del Sacramento, di Francesco Jovine:
terre di violenza, di ingiustizie e di torpori, di briganti, banditi, rivoluzionari [...] il marcio e il male del mondo andavano a braccetto per quelle contrade disgraziate.
Questo è un libro che parla di libri di emigranti delle terre d’Abruzzo come quelli di: Cristo tra i muratori di Pietro Di Donato e Son of Italy di Pascal D’Angelo; ma anche di altri poveri cristi come quelli di Uomini e topi di John Steinbeck. Questo è un libro che cita titoli, passi e parole anche di altri libri: Moby Dick, Il richiamo della foresta, Cent’anni di solitudine, per citarne solo alcuni. Questo è soprattutto un libro di sogni, cioè di vita, di amore e di morte, della giostra delle esistenze umane, e ha il suo primo approdo in quel benedetto paese dei libri (la biblioteca), che esisteva davvero, secondo Orefice Lunardo, il patriarca del quartiere Altocolle, dove abitava anche Arturo.
Prima di entrare nella sua prima biblioteca, la Biblioteca Regionale Ignazio Silone, Arturo incrocerà casualmente lo sguardo miope di una misteriosa e bella signora accompagnata da un piacevole profumo di lavanda, che presto ritroverà e conoscerà come Florinda Roselli, affabile bibliotecaria di Portonuovo. E la conosceremo a fondo anche noi, mentre la sua vita si incrocerà e legherà a doppio filo con quella di Arturo e, complici “quel benedetto paese dei libri” e soprattutto i libri, due anime affini si troveranno e cominceranno ad amarsi, anzi
comincerà la piccola rappresentazione di un amore che non osava dire il suo nome […] Arturo faceva mille domande, parlava senza né virgole né punti, ma lei non sospettava ancora che stava per diventare nel tempo di un giro di valzer, il libro d’amore più prezioso di una particolare biblioteca chiamata semplicemente vita.
Nel romanzo sarà fondamentale un’altra biblioteca piena di ben 30.000 volumi, ardentemente cercati, trovati, recuperati, salvati dall’oblio che lettrici e lettori scopriranno insieme ad altri magici personaggi, quali un rilegatore artigiano e un architetto anarchico. E Arturo diverrà un impavido narratore di storie tristi e storie allegre, storie dei libri che leggeva trasformate in avventure da raccontare a donne, uomini e bambini, a gente curiosa di ascoltare; mentre scorrerà la poetica magia della sua autobiografia sentimentale tra gioie e dolori, tra sogni e disinganni, senza mai approdare alla parola fine, lasciandolo in sospeso su una sedia, al centro del cortile di casa sua; prima pieno di libri, poi vuoto che
pensa, sogna di pensare, simili a fiumi infiniti tutti i pensieri vanno a morire, nel mare che tutti li raccoglie per raccogliersi in un solo scontato pensiero: gli uomini nascono, vivono, muoiono. Non altro da pensare, da dire, da scrivere.
Eccolo Arturo, è sempre lì nel suo cortile: prima biblioteca e poi zattera, dal quale forse un giorno con un volo leggero lascerà questo mondo.
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