- Autore: Remo Rapino
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: minimum fax
- Anno di pubblicazione: 2025
Alla fine di un romanzo si potrebbe scrivere The end, ma anche La scortanza che, nei giochi di parole, ovvero, nei termini in dialetto riportati in appendice del libro, è tradotta come: la fine di qualcosa.
Anche questo romanzo di Remo Rapino (minimum fax, 2025) gioca con le parole dall’inizio alla fine, ma non soltanto perché il narratore-aedo dalla parola multiforme che narra tante storie, compresa la sua, spesso dà alle parole più significative quella particolare forma di dialetto o di gergo tipico della zona frentana o in genere meridionale. Le parole scorrono come un fiume in piena insieme ai ricordi del protagonista Rosinello Capobianco, alias voce narrante che, alla Fontanella di Colle di Piazza, soprattutto in un suo ritaglio chiamato Cerchitelli, nel paese di Lanciano, (dove è nato e vissuto), spende molte ore dei suoi giorni da anziano:
[...] me ne sto seduto mufo mufo, da mattina a sera alla Fontanella di colle di Piazza. Un postarello discreto per fare due chiacchere con qualche malanima o starsene per cazzi propri come se, per qualche miracolo un povero cristo normale si ritrova, appena schiodato dalla croce, senza colpo ferire, in paradiso, un’isola di gradimento, insomma […]
Qui si ritrova spesso con Turuccio, venditore ambulante di merce varia, a volte pure avariata, Rocchino detto Gufetto, perché ha la tiroide svalvolata, Peppino La Contrada e Peppino Monsieur, Nestlè, Cancelletto, Cecchino, il professore, detto Calabria. Qui, troverà il modo di farci conoscere tante storie e tante mezze storie, alcune vere, alcune false o mezze vere e mezze false e di regalarci tante piccole abbaglianti verità o mezze verità che si rappresentano ogni giorno sul palcoscenico del mondo.
Questo ritaglio di piazza è fondamentale per immergerci nelle storie degli umili personaggi, che si prendono la scena nel romanzo e questo luogo appare in foto: prima di iniziare la lettura e alla fine, insieme all’ultima cantata che si affida alla voce dell’autore, per ribadire con forza l’importanza delle parole:
Le parole possono rappresentare anche una forma di salvezza, di rinascita dopo quanto è stato. A volte ci si salva, e si vive, solo per raccontare e raccontarsi, per tenere lontana la morte, per salvare dalla scordanza qualcosa o qualcuno, per cogliere il senso profondo e la bellezza, spesso nascosta del vivere. Prima che giunga, irrimediabilmente, il tempo della scortanza.
Rosinello avrebbe voluto chiamarsi Giuseppe o John o Jack e invece, i genitori gli hanno dato quel nome farlocco e hanno completato l’opera buffa con il cognome Capobianco che potrebbe andar bene, sì e no per lo scemo di testa e di camminata storta del paese, ma pure con quel nome e cognome è stato prima apprendista e poi artigiano della legatura a mano e ha salvato migliaia di libri, che per lui sono stati come figli e se avesse avuto un figlio:
L’avrei accarezzato, tenuto bello pulito, profumato e ben rivestito, proprio come si dovrebbe fare con i figli e con i libri.
Che dolore quando il suo illustre maestro Nicola Trabaccone muore e, al posto della legatoria, viene costruito un supermercato. Rosinello, si metterà in testa di fare il bagaglio e partire per l’America, ma consultato Cenzino Sardellone l’americano (alias l’uomo del ritorno e del dolore) per qualche consiglio, si farà convincere che è meglio restare a casa, perché l’America non è affatto il paradiso terrestre.
Ogni lavoro che Rosinello farà nella sua vita gli darà comunque la sua bella soddisfazione: come quello di dipendente dell’Ufficio Provinciale di Bonifica a controllare che pompe, rubinetti e ferraglie varie funzionassero nelle campagne o quello di portiere ufficiale di primo grado del famoso Palazzo Marcantonio, dove conoscerà Ginetta Petrosemolo, che nella mezza classifica dei suoi sentimenti verso le donne che gli hanno attraversato la strada è al terzo posto, solo perché al primo c’è la sua mamma e al secondo la Madonna; anche se lui rimarrà signorino.
Perchè, purtroppo, quando capita qualcosa di inaspettato e bello interviene la sorte a scombussolare i piani e bisogna tornare a fare i conti con la labilità della condizione umana che fa subito cadere nella malinconica costatazione della comune umana finitudine:
Guardo gli amici del Cerchitelli, quelli che sono rimasti a scaldare il legno fracico delle panchine, ripenso a quelli che sono volati via, qualcuno pure senza salutare, e allora mi pare che ogni storia di uomo, matto o normale, ricco o sgarrato, in piedi o seduto, è solo una mescolatura delle stesse cose: una fiumana di lacrime, qualche sorrisetto, una decina di soddisfazioni di straforo. A totale della somma non resta che un dolore grosso come quando al teatro scende il sipario, ultimo atto, finisce il film, si riaccendono le luci e quel buio, che faceva sognare, di botto compare. Facile con la fortuna che ci si ritrova che la commedia finisca pure male.
Rosinello incontra o disegna i rappresentanti di un’umanità ai margini, un’umanità di contadini, minatori, operai dei cantieri; poveri Cristi che dovrebbero esser fatti santi, che nutrono col loro sangue la terra, quando per campare si finisce per morire e per nessuno ci dovrebbe essere la malamorte:
Che poi morire per poter vivere mica mi pare una cosa ben’ affilata a mestiere, anzi è proprio una stortatura della legge umana.
Rosinello racconta e ci fa immergere nel vortice dei suoi ricordi, toccando le nostre corde più intime; ci fa ridere e sorridere, provare tristezza e dolore; ci fa riflettere sulla disumanità degli esseri umani, quando interpreta le bombe d’acqua che inondano la terra e i fiumi che straripano e si riprendono la terra come l’annuncio dell’Apocalisse, un avvertimento di diluvio un poco universale:
A pensarci davvero, l’umanità da molto tempo mi pareva più incattivita, di cuore marcio, forse Diopadre stava un poco nervoso con mille pensieri che gli frullavano nella testa e aveva premuto il bottone sbagliato. Mi sentivo un senso forte di paura a guardare le nuvole impazzite, ché mi aspettavo di vedere da un momento all’altro venir giù i quattro cavalieri dell’Apocalisse, guidati da un angelo furioso, e quelli portavano disgrazie grosse, brutte malattie, la fame, la guerra no che già ci stava in molti paesi con la morte a far danze di terra in terra.
Altro luogo emblematico e di ritrovo per gli anziani Cerchitellari è la cantina, soprattutto quando arriva l’inverno e le gelature, la più iconica è quella di Menocchio Benandante mezzo cantiniere e mezzo poeta che – parlando più con le mani che con la bocca – ci regala una poeticissima definizione di poesia e della sua utilità e esordisce con la consapevolezza che per fare poesia ci vogliono un mare di cose e:
[…] una certa sapienza della vita e un tanticchio pure della morte […]. Per cominciare giusto ci vuole un grande silenzio come i bambini che dormono e sognano favole […] ci vuole un foglio bianco perché nel bianco ci entrano ‘na mucchianna di parole, e chi vuole fare una poesia nel foglio bianco ci deve proprio entrare dentro. Che forse le poesie, anche se non ce ne accorgiamo, mettono radici sulle nuvole, allignano qua e là per l’aria, sono come farfalle che giocano e volano per i campi, che uno si fa furbo, si trasforma in girasole e – zac – l’acchiappa, che le poesie sono come le api che si succhiano i fiori e poi fanno il miele. Ecco, ‘sta cosa è la poesia: il miele. E se uno mi chiede ma a che serve, io rispondo che la poesia serve a campà e basta oppure è come una ruota di scorta […] e serve a viaggià.
Altri personaggi significativi sono: Giacomino Tiracchia, conosciuto come il Girasolaro, non solo perché curava i campi di girasole, ma perché si muoveva come un girasole; Federico lo spagnolo, sempre con la sua chitarra, che ha lo stesso nome e la stessa patria del poeta fucilato anche se non aveva fatto niente (Garcia Lorca) e ci fa riflettere sul fare la guerra, la rivoluzione o non fare niente e Liborio, detto Libbò, con la sua morale a poco prezzo e che va d’accordo con le nuvole, che ha un cane compagno di vita di nome Nanuk e si scambia pezzi di vita a caso con Rosinello, che si ricorda sempre tutti i suoi proverbi dopo la triste dipartita dell’amico.
Nella parte finale del romanzo, quanto è dolce l’immagine di Rosinello che snocciola ricordi, uno ogni tre mattonelle, quelle che facevano da pavimento dalla panchina alla fontanella di Cerchitelli; la bellezza e la magia dell’arte del narrare continua a farci bene al cuore, come ascoltare le sue storie, perché lui le narrerà fino a quando la scortanza sarà l’ultima parola da vivere o da scrivere:
Ora lo so: io sono il narratore, che narrando di sé narra degli altri e di quanto se ne va a spasso per il mondo. Così divento sguardo che si fa corpo, anima, dolore, meraviglia, un’occhiata veloce che sa cogliere il profilo delle cose. Io sono un mezzo attore, quello che ogni mattina aspetta la sera e che non ha più forza di piangere né la forza di pensare i giusti pensieri per vivere, pure quelli più piccoli. Io sono l’uomo vecchio che scrive piano, io sono l’uomo che cammina piano, io sono l’uomo che fa aspettare la morte e la morte aspetta, così la vita mi dura ancora di più, e questo manco male fa.
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La scortanza
Lascia il tuo commento