Cuore a metà della scrittrice bengalese Neeman Sobhan (Armando Curcio Editore, 2024, trad. di Sara Zingarini e Silvia De Matteis) accompagna il lettore in un universo narrativo in cui le vicende individuali si intrecciano con la storia del Bangladesh, le consuetudini familiari, le gerarchie sociali e le trasformazioni della condizione femminile. La raccolta si presenta come un mosaico della cultura bengalese, espressione che va intesa nella sua accezione linguistica e culturale, più ampia dei confini nazionali, ma che in queste pagine si riferisce soprattutto alla società del Bangladesh, alle sue tradizioni e alla memoria collettiva che ne ha segnato il percorso. Le storie attraversano epoche e ambienti diversi, passando dalla vita quotidiana alle ferite della guerra, dai rapporti familiari alle esperienze di chi ha lasciato il proprio Paese, fino a comporre un quadro nel quale la dimensione privata non è mai del tutto separata da quella storica e sociale.
Uno degli aspetti più interessanti della raccolta è l’attenzione riservata alle relazioni, osservate nelle loro ambivalenze e nei rapporti di potere che spesso le attraversano. Le famiglie non sono soltanto luoghi di protezione e appartenenza: possono diventare spazi di controllo, dipendenza e conflitto, nei quali le aspirazioni individuali devono confrontarsi con le aspettative della comunità. Il matrimonio, in particolare, emerge come istituzione sociale che regola destini personali e alleanze familiari. Le unioni concordate, talvolta organizzate fra persone che non si sono mai incontrate e che vivono in continenti diversi, mostrano quanto la scelta del partner possa essere subordinata a convenienze, reputazione e norme collettive. Nei racconti dedicati alle donne, l’intimità coniugale si rivela così un terreno nel quale si misurano libertà e costrizione, desiderio e obbedienza, possibilità di autodeterminazione e timore del giudizio sociale.
La condizione femminile costituisce uno dei fili più riconoscibili del libro, anche in quei racconti in cui non è preponderante. Le protagoniste sono spesso chiamate a interpretare ruoli prestabiliti da codici sociali, a custodire segreti o a conciliare sentimenti contraddittori con ciò che la famiglia e l’ambiente si aspettano da loro. Alcune trovano forme di resistenza, altre sembrano accettare le circostanze, mentre altre ancora portano per tutta la vita le conseguenze di violenze e decisioni prese da altri. La scrittura di Sobhan si sofferma anche sulla distanza fra ciò che viene esplicitato e ciò che rimane nascosto: un sorriso può celare rabbia, una casa confortevole può essere abitata dalla solitudine, una festa può accompagnare una separazione dolorosa. Dietro le apparenze, le storie cercano dunque di portare alla luce le tensioni che sostengono o incrinano l’ordine sociale.
La storia collettiva interviene, a sua volta, nelle esistenze private. La guerra d’indipendenza del 1971, preceduta dalla lotta per il riconoscimento della lingua bengalese e dalle tensioni politiche del Pakistan orientale, lascia tracce profonde nelle vite dei personaggi. Le vicende delle donne che hanno subito violenze, delle famiglie costrette alla fuga e di chi conserva il ricordo di persone scomparse mostrano come il trauma collettivo sopravviva nella memoria individuale, anche quando gli eventi sembrano ormai lontani. In alcuni racconti il passato riaffiora attraverso una lettera mai spedita, un incontro inatteso, una testimonianza rimasta a lungo taciuta. La memoria diventa così il luogo in cui la storia pubblica e quella personale continuano a dialogare senza tuttavia coincidere necessariamente, sospese tra memoria e vissuti.
Un’attenzione particolare meritano le tematiche della migrazione e dell’espatrio. Nella premessa, l’autrice insiste sulla ricerca di una casa che non si identifichi necessariamente con un territorio, ma che possa coincidere con il mondo interiore e con l’atto stesso della scrittura. La sua esperienza di vita all’estero, lontana dal Bangladesh, trascorsa in un ambiente internazionale e privilegiato, la porta a riconoscersi nella definizione di expat piuttosto che in quella di migrante. La distinzione ha una sua legittimità se si considera la diversa posizione sociale di chi si trasferisce all’estero per un incarico professionale tutelato, poiché dispone di risorse economiche, reti di sostegno e possibilità di ritorno, rispetto a chi parte in condizioni di precarietà o per necessità. Le condizioni materiali modificano profondamente l’esperienza della mobilità, le opportunità di integrazione e il margine di scelta a disposizione delle persone.
Questa differenza, tuttavia, non cancella ogni possibile terreno psicologico comune. Anche chi vive un espatrio privilegiato può sperimentare nostalgia, disorientamento, perdita di riferimenti e un’appartenenza divisa fra più luoghi. Il disagio migratorio non si manifesta in modo identico per tutti e non può essere dedotto automaticamente dalla condizione di espatriato; nondimeno, la distanza dalla propria cultura e dalla rete affettiva originaria può generare tensioni che richiamano, su un piano generale, alcuni aspetti della cosiddetta Sindrome di Ulisse, concetto elaborato dallo psichiatra Joseba Achotegui per descrivere lo stress estremo associato a determinate condizioni migratorie. La lontananza e la separazione dalle proprie radici possono provocare disagi indipendentemente dalle condizioni economiche. Inoltre, per un espatriato può risultare più difficile ammettere di vivere un disagio psicologico proprio per il conflitto interiore che tale confessione provocherebbe rispetto ai privilegi di cui, obiettivamente, gode. Va anche ricordato che l’esperienza transculturale di una donna può esprimersi in maniera diversa rispetto a quella dell’uomo e l’esperienza delle donne espatriate al seguito del coniuge presenta caratteristiche distintive. Appare qui opportuno evocare il concetto espresso dagli splendidi neologismi dismatria e dismatriato che ci permettono, meglio di qualsiasi parola canonica, di esprimere il dolore della lontananza dalle radici che in queste pagine Sobhan descrive.
La stessa distinzione tra expat e migrante aiuta a comprendere l’affermazione di Sobhan secondo cui la sua narrativa non apparterrebbe alla letteratura della migrazione. Si può condividere questa posizione in quanto i suoi racconti nascono in inglese e non appartengono, in senso stretto, alla letteratura italiana di migrazione, intesa come letteratura translingue, che prende forma nella lingua italiana ad opera di scrittori allofoni e si confronta con il suo spazio culturale e letterario ibrido. La letteratura della migrazione, in una definizione più ampia, può naturalmente comprendere opere scritte in lingue diverse e affrontare la mobilità da prospettive molto lontane fra loro. Soprattutto va osservato che il centro di gravità di Cuore a metà resta il Bangladesh: anche quando i personaggi vivono a Roma, la narrazione torna frequentemente alle relazioni familiari, alle gerarchie della comunità d’origine, ai ricordi e alle vicende storiche del Paese. L’esperienza all’estero costituisce una delle dimensioni del libro, senza diventare sempre il suo principale oggetto d’indagine.
È proprio su questo punto che il confronto con altri autori come Jhumpa Lahiri e Amara Lakhous può risultare illuminante. Lahiri, bengalese di origine come Sobhan, cresce negli Stati Uniti, diventa scrittrice e nelle sue opere in inglese fa spesso dialogare i suoi due mondi di appartenenza, sovente fatti di expat residenti negli Stati Uniti. Lahiri, per risolvere la costante tensione culturale e linguistica in cui è cresciuta, sceglie una terza lingua, l’italiano, come sua lingua adottiva; soprattutto nelle opere scritte in italiano, trasforma la scelta linguistica in una questione letteraria e identitaria: imparare e abitare una lingua significa interrogare il proprio rapporto con l’origine, l’estraneità e la possibilità di reinventarsi. Nelle opere In altre parole e Perché l’italiano?, la lingua prescelta non è semplicemente il mezzo attraverso cui viene raccontata un’esperienza, ma diventa essa stessa il luogo della ricerca. La lingua d’arrivo è insieme oggetto di desiderio, esercizio di libertà e spazio in cui sperimentare una diversa relazione con la scrittura.
In Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, ad esempio, Amara Lakhous, autore di origine algerina che ha studiato e vissuto a lungo in Italia, costruisce invece una rappresentazione corale di Roma, facendo dell’ambiente urbano e della convivenza quotidiana il terreno su cui si incontrano e si scontrano voci, pregiudizi e identità. La migrazione entra nel tessuto sociale italiano e ne mette in luce contraddizioni, paure e trasformazioni. La complessità del romanzo deriva anche dalla pluralità dei punti di vista: nessuna comunità viene osservata come un universo isolato, perché ogni personaggio è coinvolto in una rete di relazioni che attraversa le differenze culturali e sociali. La sua storia editoriale, legata anche alla precedente versione in arabo, invita peraltro a non ridurre il confronto alla sola lingua originaria, ma a considerare la funzione narrativa assunta dall’italiano e dalla città di Roma.
In Sobhan, al contrario, l’Italia rimane più spesso sullo sfondo. Roma è il luogo in cui i personaggi lavorano, abitano, si incontrano e costruiscono legami, ma non diventa con la stessa intensità un oggetto di osservazione sociale. La comunità bengalese appare soprattutto attraverso le proprie dinamiche interne, le amicizie, le gerarchie e i rituali condivisi.
A tenere insieme i diversi testi contribuisce la ricorrenza di alcuni personaggi, soprattutto Naureen, personaggio che condivide con Sobhan alcuni elementi biografici e culturali e svolge il ruolo di mediatrice fra mondi e memorie. Ciò consente di leggere la raccolta come un insieme più articolato di una semplice successione di vicende indipendenti. È possibile vedere in Naureen una sorta di alter ego letterario dell’autrice? L’ipotesi è suggestiva e rappresenta una possibile chiave di lettura, non una certezza biografica; più che identificare le due figure, interessa osservare come Naureen incarni il tentativo di trasformare l’ascolto in narrazione e la memoria in una forma di conoscenza.
I miei lettori si aspetteranno a questo punto l’elemento archetipico nella storia, e l’occasione ce la offre proprio Naureen, che può essere letta mediante la figura archetipica di Hermes, il dio che attraversa i confini e mette in comunicazione realtà diverse. La sua presenza nelle diverse storie di Cuore a metà assume infatti una funzione di raccordo: attraverso l’ascolto, raccoglie vicende personali, memorie familiari e ricordi legati alla storia collettiva del Bangladesh, facendo sì che esperienze lontane nello spazio e nel tempo entrino in relazione. La sua stessa esistenza, sospesa tra Roma e il paese d’origine, riflette questa condizione di passaggio: Naureen appartiene a entrambi i mondi, pur senza potersi identificare completamente con uno solo. La sua mediazione, tuttavia, non annulla le differenze culturali né risolve i conflitti che percorrono le storie ascoltate; offre piuttosto uno spazio in cui possano essere riconosciuti e raccontati. A questa dimensione si può affiancare il richiamo a Estia, figura mitologica associata alla tutela del focolare domestico e alla centralità della casa. Se Hermes rappresenta il movimento tra luoghi, persone e identità e la sua abilità nel districarsi tra essi, Estia evoca invece il bisogno di un centro affettivo, di uno spazio in cui sentirsi accolti e riconoscersi. La casa, già evocata, intesa anche come un non-luogo in cui identificarsi e ritrovarsi sempre, a ogni latitudine e a ogni vicissitudine della vita. Naureen, come Estia, crea e protegge il focolare domestico, questo centro intorno al quale poter sempre ritrovare se stessi. La tensione tra queste due immagini contribuisce a mettere in luce uno dei temi ricorrenti del libro: la ricerca di una casa che non coincide necessariamente con un territorio, perché può risiedere anche nella memoria, nei legami e nelle storie condivise. In questa prospettiva, Naureen diventa una figura attraverso cui la narrazione esplora tanto la difficoltà di appartenere a più mondi quanto la possibilità di costruire un ponte tra essi.
Il titolo della versione italiana, Cuore a metà, riprende quello di uno dei racconti, dedicato alla partenza e alla ricerca di casa. Lasciare Roma dopo decenni di vita significa, per Sabera, separarsi da una città che ha accolto una parte essenziale della sua esistenza, senza, per questo, rinunciare al legame con il Bangladesh. La casa non coincide più con un unico indirizzo e l’identità si distribuisce fra luoghi, relazioni e ricordi. Il cuore diviso è quindi un’immagine della condizione di chi vive fra più appartenenze e che finisce per essere attanagliato da una doppia nostalgia, ma anche una metafora che attraversa l’intera raccolta: molte protagoniste sono sospese fra ciò che desiderano e ciò che viene loro richiesto, fra la memoria e il presente, fra la voce che possono esprimere e quella che sono costrette a trattenere. Il fil rouge del libro non consiste tanto in una definizione univoca della migrazione, quanto nella ricerca di un luogo interiore in cui le esperienze, anche contraddittorie, possano trovare una forma narrativa. Il titolo in inglese, Piazza Bangladesh, mette invece l’accento sull’aspetto migratorio specifico della comunità bengalese e, sebbene fosse a mio avviso più originale e suggestivo, trova effettivamente una minore corrispondenza con l’opera nel suo complesso.
Rimane infine una riserva sul piano stilistico. La lettura è talvolta faticosa a causa di periodi molto lunghi, costruzioni poco scorrevoli e formulazioni che sembrano conservare calchi lessicali o sintattici dall’inglese. In alcuni passaggi le ripetizioni sono ravvicinate e non sembrano rispondere a una precisa scelta espressiva, come la frase "saremmo onorati se potesse onorarci con la sua presenza", per esempio, mentre talora compaiono vere e proprie sviste editoriali come "nuova specie casta emergente di affaristi" oppure "Quella di Mina era delle storie che Naureen aveva ascoltato spesso". Calchi lessicali dall’inglese del genere “visitare sua cugina e il suo sposo” (che ricorda l’inglese "to visit" in italiano: rendere visita, andare a trovare) oppure “guidare via” (che rimanda a “to drive away” in italiano: ripartire, allontanarsi) sollevano interrogativi sulla qualità dell’editing linguistico, che incide direttamente sulla possibilità del lettore italofono di apprezzare pienamente un’opera, nel rispetto di una narrazione che, come Cuore a metà, offre uno spaccato di una società attraversata da tradizioni, disuguaglianze e memorie dolorose.
- Autore: Neeman Sobhan
- Genere: Raccolte di racconti
- Categoria: Narrativa Straniera
- Anno di pubblicazione: 2024
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Cuore a metà. Vite tra due mondi
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