Per spiegare la Sindrome di Ulisse occorre fare una premessa.
Molti complessi e sindromi non sono categorie cliniche ufficiali, bensì metafore nate proprio dalla potenza simbolica dei miti. Alcune appartengono alla clinica o alla psichiatria, altre nascono invece come categorie interpretative, simboliche o psicoanalitiche. Tuttavia, hanno tutte trovato spazio nella letteratura, in una maniera o nell’altra.
Se si parte dai testi antichi, il nucleo più solido è quello della tradizione greca e latina: nell’Odissea di Omero, nella tragedia Edipo Re di Sofocle, nelle Metamorfosi di Ovidio o nei drammi di Euripide si trovano figure che la modernità ha trasformato in categorie psicologiche. Il Complesso di Edipo, elaborato da Sigmund Freud a partire dal mito tragico di Edipo, e il Complesso di Elettra, sviluppato da Carl Gustav Jung, non sono diagnosi mediche ma strutture teoriche che descrivono dinamiche inconsce legate alla famiglia e al desiderio.
Accanto a queste categorie esistono poi numerose etichette di uso simbolico o culturale:
- il cosiddetto complesso di Medea, legato alla distruttività affettiva della protagonista euripidea;
- quello di Fedra, che richiama il desiderio proibito;
- il complesso di Antigone, che esprime la tensione tra legge interiore e norma sociale;
- oppure figure come Icaro o Prometeo, che incarnano rispettivamente l’eccesso e la ribellione.
In questi casi non si tratta di concetti clinici, ma di metafore interpretative che la cultura utilizza per nominare comportamenti o conflitti umani. A queste si aggiungono i racconti biblici, che hanno generato ulteriori modelli interpretativi, come la cosiddetta sindrome di Giobbe, che ha un uso sia in ambito medico che psicologico, pur restando ai margini della classificazione clinica.
La Sindrome di Ulisse: una risposta umana a condizioni estreme
Alcune di queste derivazioni hanno avuto una vera ricaduta clinica. Il caso più evidente è quello del narcisismo: dal mito di Narciso narrato da Ovidio si è sviluppata la categoria del Disturbo narcisistico di personalità, oggi riconosciuta nei manuali diagnostici.
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In modo diverso, ma comunque in ambito psicologico e psichiatrico, si colloca la Sindrome di Ulisse, teorizzata dallo psichiatra catalano Joseba Achotegui: una condizione di stress estremo legata alla migrazione, caratterizzata da ansia persistente, insonnia, somatizzazioni, senso di perdita e pressione continua.
In tale contesto, la figura di Ulisse non rappresenta semplicemente un eroe, ma una condizione: quella della lontananza prolungata, dell’identità esposta, della necessità di adattarsi continuamente. È proprio su questa dimensione che interviene Achotegui, scegliendo Ulisse come figura per descrivere lo stress migratorio contemporaneo. La sindrome che porta il suo nome non riguarda un evento singolo, ma l’accumulo di perdite: affettive, linguistiche, culturali, sociali. È una condizione di resistenza sotto pressione, in cui il soggetto continua a funzionare, ma a un costo psichico elevato.
La Sindrome di Ulisse prende forma all’inizio degli anni Duemila all’interno di un contesto clinico molto concreto. Joseba Achotegui lavora a Barcellona a stretto contatto con persone migranti esposte a condizioni di vita particolarmente dure. È proprio nell’osservazione quotidiana di questi pazienti che emerge qualcosa che le categorie diagnostiche tradizionali non riescono a definire: una sofferenza intensa, riconoscibile, ma che non coincide con i quadri canonici della psichiatria, come la depressione maggiore o i disturbi d’ansia strutturati.
Il punto da cui nasce la sindrome è dunque una zona grigia. Le persone che Achotegui incontra non sono “malate” nel senso clinico più stretto, non hanno perso il contatto con la realtà né sono completamente incapaci di funzionare; e tuttavia vivono sotto una pressione tale da rendere evidente che qualcosa non va. È da qui che prende forma l’idea di uno stress multiplo e cronico, cioè una condizione in cui diversi fattori di tensione si sommano e, soprattutto, non trovano soluzione nel tempo, ma continuano ad agire simultaneamente, cronicizzandosi.
Questa pressione nasce da una serie di condizioni concomitanti e apparentemente slegate tra loro: la separazione prolungata dagli affetti, talvolta la precarietà economica, l’isolamento sociale, la barriera linguistica o comunque le difficoltà comunicative non solo dovute alla lingua ma anche alle categorie culturali e ai codici comportamentali diversi che con essa si esprimono, tra le righe, al di là delle parole stesse; e inoltre la paura costante legata alla possibilità di fallire o di essere rifiutati, giudicati, non accettati. Non si tratta di eventi isolati, ma di un ambiente esistenziale che espone continuamente il soggetto a richieste di adattamento.
Un indizio centrale di questa sindrome è la percezione distorta della memoria, che spesso si traduce in idealizzazione della patria. Così come Ulisse mantiene viva un’immagine di Itaca che diventa progressivamente mentale e simbolica, anche il migrante tende a costruire una rappresentazione idealizzata del luogo lasciato. Questa immagine sostiene, ma allo stesso tempo può entrare in conflitto con la realtà, che nel tempo cambia, si trasforma, si allontana da ciò che si ricordava. La distanza, quindi, non è solo spaziale: è anche temporale e percettiva. Quando Ulisse fa ritorno a Itaca trova una situazione ben diversa da ciò che si attendeva, dall’immagine che la sua mente aveva nel tempo della lontananza coltivato.
È in questo contesto che Achotegui introduce uno dei concetti centrali della sua teoria, quello dei lutti migratori multipli. Chi vive questa condizione non perde una sola cosa, ma una costellazione di riferimenti: la famiglia, la lingua come spazio naturale dell’espressione, le abitudini culturali, il proprio ruolo sociale, perfino il paesaggio quotidiano. Sono ferite che non si rimarginano, perché la distanza le mantiene attive e le riapre continuamente.
Proprio per questo la Sindrome di Ulisse non viene definita come una malattia in senso classico. Achotegui insiste nel considerarla una risposta umana a condizioni estreme, una forma di stress limite in cui la persona continua a funzionare, ma a prezzo di un enorme dispendio psichico. Non c’è necessariamente una rottura con la realtà, né un blocco totale della vita quotidiana; piuttosto, si assiste a una resistenza prolungata che consuma energie e produce un affaticamento costante. I sintomi si distribuiscono in modo trasversale e spesso non si lasciano ricondurre a un’unica categoria: ansia persistente, insonnia, irritabilità, tristezza profonda, senso di solitudine, difficoltà di concentrazione e una serie di somatizzazioni come tensioni, dolori, mal di testa, che non trovano una causa organica precisa.
Perché un mito per spiegare una condizione umana?
Il riferimento ad Ulisse nasce dall’esigenza di dare una forma simbolica all’esperienza e attinge a un immaginario universale. In quella figura si concentrano infatti alcuni elementi che permettono di leggere la condizione migratoria: la lontananza prolungata, la perdita dei punti di riferimento, la necessità di adattarsi continuamente a contesti diversi e la tensione tra ciò che si conserva nella memoria e ciò che si vive nel presente. Non si tratta di un semplice accostamento suggestivo, ma di un modo per rendere intelligibile, attraverso un archetipo culturale, una realtà contemporanea complessa.
Ma perché proprio un mito? Secondo Jung, i miti attingevano a strutture dell’inconscio collettivo, ovvero gli archetipi, modelli universali di comportamento (come l’Eroe, la Grande Madre o l’Ombra) che appartengono a tutta l’umanità, indipendentemente dalla cultura, trasversali sia nello spazio che nel tempo. Jung considerava i miti proiezioni esterne di processi interiori. Il mito conferisce una forma simbolica all’esperienza umana agendo come un processo terapeutico. Vedere il proprio conflitto rispecchiato in una storia millenaria aiuta l’individuo a dare un senso al proprio dolore, sentendosi parte di un cammino umano universale.
Il mito funge altresì da guida per il processo di crescita che Jung chiama individuazione. Lo scopo dell’individuazione di ogni essere umano è l’interezza, ovvero integrare le varie parti di sé in ombra per diventare persone complete e consapevoli. Il mito, pur essendo finzione, contiene una sua verità psicologica in grado di attivare una struttura reale dentro di noi.
In breve, per Jung il mito è il linguaggio naturale dell’anima, l’unico capace di comunicare verità profonde che la ragione logica non riesce a spiegare.
In questo senso, la sindrome di Ulisse rappresenta anche una novità significativa nell’ambito della psichiatria stessa. L’attenzione non è più rivolta esclusivamente all’individuo e ai suoi eventuali disturbi interni, ma alle condizioni di vita che producono quella sofferenza. La dimensione sociale, culturale ed esistenziale entra a pieno titolo nella lettura clinica, e la sofferenza smette di essere interpretata automaticamente come segno di patologia, diventando invece una risposta comprensibile, e in certi casi inevitabile, a una situazione estrema.
La sindrome nasce dunque dall’incontro tra osservazione clinica e realtà migratoria, dalla necessità di nominare una forma di reazione che non trova posto nelle categorie tradizionali. E nel momento in cui prende il nome di Ulisse stabilisce un ponte con una narrazione antica, mostrando come quella fatica di restare integri non appartenga soltanto al presente, ma sia già inscritta, da secoli, nella nostra memoria culturale.
La Sindrome di Ulisse nella letteratura
Se si guarda alla letteratura contemporanea, questa stessa struttura riemerge in forme diverse in molte opere, ad esempio in Nadeesha Uyangoda con Acqua sporca (2025), Dacia Maraini con Vita mia (2023) o anche Kader Abdolah con Quello che cerchi sta cercando te (2025).
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Tornando alla tradizione italiana, anche la Divina Commedia di Dante Alighieri può essere letta in questa prospettiva. L’esperienza dell’esilio trasforma Firenze in qualcosa di più che una città: diventa un punto di riferimento mentale, insieme rimpianto e trasfigurato.
L’elenco è lungo, questi sono solo alcuni esempi per capire di che tipo di tematiche si parla quando si ravvisa la trasposizione della Sindrome di Ulisse in letteratura.
La Sindrome di Ulisse mostra dunque come il mito non sia semplicemente una narrazione, piuttosto rappresenta una struttura psichica che continua a dare forma all’esperienza umana, un meccanismo fondamentale attraverso cui la mente organizza la realtà.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La Sindrome di Ulisse: quando miti e storie diventano categorie psicologiche
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Paragone interessante anche se Ulisse parte per la guerra di sua spontanea volontà.
E dopo quei dieci anni decide di non tornare subito ma di viaggiare ancora... Per dieci anni.
Vero è che il ricordo della patria Itaca era come cristallizzato e reso immutabile nella memoria, ed ecco la similitudine tra mito antico e uomo moderno... luoghi, persone e situazioni che lui vorrebbe ritrovare intatti ma che inevitabilmente si sono evoluti o involuti.
Si’, certo I miti sono una componente della storia umana. Il mito di Ulisse? Non mi pare lo sia. Egli e’ il prototipo dell’ uomo moderno e anche contemporaneo cioe’ la curiosita’, la sfida, l’ avventura, il voler far da se’. Un migrante non nel senso che si da’ oggi. Non lascia la sua patria per necessita’ economica e vuole ritornarci. Quanto allo psichiatra catalano, beh, belle parole smentite dalla realta’ dei fatti in Europa sulla migrazione. I veri profughi sono altra cosa.