A quasi quarant’anni dalla scomparsa di Michel Foucault, e a fronte di una sterminata letteratura critica che ha spesso rischiato di cristallizzarne il pensiero in un sistema compiuto, il volume di Stefano Catucci «Non chiedetemi di restare lo stesso». Michel Foucault, una biografia (Laterza, 2026) si propone come un’operazione di scavo tanto originale quanto necessaria. Non è una biografia tradizionale, né un saggio di filosofia pura; è piuttosto un’indagine genealogica sulla relazione osmotica tra l’esistenza e il pensiero del filosofo francese, condotta con rigore filologico e una scrittura accademica che non rinuncia mai alla chiarezza espositiva.
Il merito principale dell’autore risiede nell’aver dichiarato fin dall’introduzione la propria scelta metodologica: lavorare "in gran parte su materiali laterali rispetto all’opera pubblicata in vita" (p. 10). Catucci attinge a piene mani dall’Archivio Foucault (depositato alla BNF nel 2013, consta di circa 37.000 fogli), dai corsi al Collège de France, dalle interviste, dai testi radiofonici e dalle interviste minori. Questa scelta non è un vezzo da biografi, ma una precisa strategia ermeneutica: è nelle esitazioni, negli interstizi e nei "frammenti di autobiografia" – per usare un’espressione cara a Foucault – che l’autore rintraccia il movimento di un pensiero in divenire, la sua capacità di reagire all’imprevedibile e di modificare i propri quadri concettuali. Catucci si distacca in questo modo dalle biografie precedenti – cita e dialoga con quelle di Didier Eribon (1989), David Macey (1994) e James Miller (1993) – proponendo una lettura che non si limita a giustapporre vita e opere, ma ne indaga le reciproche interferenze, gli attriti e le trasformazioni.
Il volume è strutturato in nove capitoli che seguono un ordine cronologico-tematico. La narrazione prende le mosse dall’infanzia a Poitiers in una famiglia di medici, un ambiente borghese, anticlericale e materialista, descritto da Foucault come un "universo straordinariamente silenzioso" in cui il linguaggio era interdetto (p. 14). Catucci mostra come la scelta di diventare filosofo sia stata, per il giovane Paul-Michel, una forma di reazione a quel silenzio, trasformando la scrittura in un atto diagnostico che eredita il bisturi paterno, ma lo converte in "pennino" (p. 20).
Particolarmente riusciti sono i capitoli dedicati agli anni trascorsi all’estero (capitolo 4, Abitare il passaggio), un periodo che Catucci definisce "un’esperienza comune a tanti altri giovani ai primi passi" (p. 71), ma che fu per Foucault un vero e proprio laboratorio esistenziale e filosofico. La Svezia (Uppsala), la Polonia (Varsavia) e la Germania (Amburgo) non sono semplici sfondi: sono i luoghi in cui Foucault sperimenta la condizione di “straniero”, imparando a guardare la propria cultura con occhi estranei. La celebre metafora della Stultifera navis con cui si apre Storia della follia (1961) viene letta da Catucci in parallelo con l’esperienza dell’espatrio: il folle è "il passeggero per eccellenza, ovvero il prigioniero del passaggio" (p. 72), proprio come l’intellettuale che si muove tra i confini.
La biografia non trascura gli aspetti più dibattuti dell’itinerario foucaultiano. Il capitolo 2 (Aspettando Foucault) affronta con delicatezza e rigore il difficile percorso di accettazione della propria omosessualità, l’angoscia giovanile, i tentativi di suicidio e l’incontro con la psichiatria di Jean Delay. Catucci non scade mai nel sensazionalismo (peccato in cui era incorso Miller), ma mostra come la riflessione di Foucault sulla sessualità e sulle "politiche dell’identità" – dal rifiuto di un’identità antropologica gay a favore di una "arte di vivere" e di "nuove possibilità relazionali" (p. 36) – nasca proprio da un’esperienza personale vissuta come "lacerazione" e, al contempo, come "occasione storica".
Il cuore politico del libro risiede nei capitoli 6 e 7 (Tra il sapere e la lotta e Nuovi orizzonti). Catucci ricostruisce l’impegno di Foucault a partire dal GIP (Groupe d’information sur les prisons), mettendo in luce la sua concezione dell’"intellettuale specifico". Non si tratta di parlare per gli altri, ma di creare le condizioni perché la parola dei detenuti emerga. L’analisi del concetto di "intollerabile" (p. 131) e della lettera della psichiatra di Toul permette all’autore di tessere un filo che, passando per la riflessione sul potere di Sorvegliare e punire (1975), arriva fino alla nozione greca di parresia (Il coraggio della verità, 1984): il "parlare franco" che lega etica, verità e politica in un unico nodo.
Di grande interesse è anche la ricostruzione del rapporto di Foucault con gli Stati Uniti e con il neoliberalismo. Catucci mostra come l’esperienza californiana (Berkeley, San Francisco, la Death Valley) non sia stata solo un momento di liberazione sessuale e di sperimentazione con l’LSD, ma anche il luogo teorico in cui Foucault ha iniziato a osservare il passaggio dal potere disciplinare al biopotere e alla gouvernementalité. L’America diventa così il laboratorio in cui il filosofo vede all’opera una nuova razionalità di governo, in cui l’individuo è chiamato a costruirsi come "imprenditore di sé stesso" (p. 40).
Il nono e ultimo capitolo, intitolato 1984, è senza dubbio il più intenso e drammatico. Catucci ricostruisce con precisione documentaria gli ultimi mesi di vita di Foucault, la malattia (l’AIDS), le reticenze dei medici, il silenzio dell’ospedale e le polemiche postume (in particolare quelle di Jean-Paul Aron). L’autore non si limita a raccontare gli eventi, ma li interpreta filosoficamente. Il silenzio di Foucault sulla propria malattia viene letto non come una vergogna o un venir meno alla coerenza del "coraggio della verità", bensì come l’ultimo atto di una vita intesa come "pietra di inciampo" (skándalon), un rifiuto istintivo e radicale di fare della propria morte uno spettacolo o un martirio. La citazione di Norbert Elias, La solitudine del morente, che Foucault stava traducendo, e il riferimento alla "part du feu" di Blanchot suggellano una riflessione sulla morte come “compimento” e “sparizione”, in linea con l’estetica dell’esistenza che aveva caratterizzato l’ultima fase del suo pensiero.
Il volume di Catucci ha il pregio di restituire un Foucault straordinariamente vivo, lontano dalle statue di gesso dell’accademia. La scrittura è elegante, densa ma scorrevole, capace di coniugare l’analisi filosofica con l’aneddoto biografico (si pensi al racconto dell’incontro con i Beatles ad Amburgo, o alla descrizione dell’appartamento di rue de Vaugirard). Catucci riesce nell’impresa di mostrare come la filosofia di Foucault non sia mai stata pura speculazione astratta, ma una "prassi", un esercizio pubblico del pensiero che si costruisce nel confronto con l’attualità, con i dispositivi di potere e con le vite marginali.
- Autore: Stefano Catucci
- Genere: Storie vere
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Laterza
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: «Non chiedetemi di restare lo stesso». Michel Foucault, una biografia
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