C’è un nuovo romanzo di Elizabeth Strout in libreria, un testo che mi incanta forse più dei precedenti, le cui protagoniste, Olive Kitteridge e Lucy Barton, le ricordo come delle vecchie amiche. Questa volta, nel bellissimo Le cose che non diciamo (Einaudi, 2026), titolo tradotto per una volta letteralmente dalla consueta brava traduttrice Susanna Basso (The Things We Never Say), troviamo una voce maschile al centro della storia: è Artie Dam, professore sessantenne che insegna storia al liceo della cittadina del Massachussets dove vive in una bella e grande casa con sua moglie Evie, psicoterapeuta.
L’uomo ama la barca a vela, va d’accordo con sua moglie con la quale trascorre una vita fatta di piccole consolidate abitudini, indossa sempre calzini bianchi su scarpe da ginnastica nere; da vecchio, è amatissimo dai suoi studenti che lo chiamano “Arci-prof”. La coppia ha un unico figlio, Rob, che è sposato con Francesca, una pianista molto più grande di lui. Si vedono poco, quasi che il rapporto fra padre e figlio non fosse eccellente. Ha pochi amici Artie, solo la coppia di Flossie e Reginald McDonald: lui si fa gran risate con la bionda Flossie con cui ha un rapporto cameratesco, che diventa più difficile quando lei, rimasta vedova, si trasferisce in Ohio per essere vicina alla figlia.
Siamo alla vigilia delle elezioni che propongono il secondo mandato per Trump, e Artie e i suoi colleghi sono spaventati, perché si colgono piccole avvisaglie di un clima che sta cambiando. Il preside convoca Artie perché alcuni genitori dei suoi studenti lo hanno criticato: perché nel corso di Storia della Guerra civile propone di fare ricerche solo su soldati nordisti, e mai sui confederati? Perché ha scacciato dalla classe uno studente che aveva beffeggiato i compagni? Come mai, durante una partita di calcio, era partita dal pubblico dei ragazzi, dopo una rissa furibonda, la parola “Antisemita!”, un clima inusitato per quelle competizioni amichevoli?
Artie, poi, vive in silenzio una crisi esistenziale: esiste il libero arbitrio?, si chiede. Una certa stanchezza di vivere gli fa immaginare un improbabile suicidio, ma il progetto, tutto mentale, viene accantonato. Ma uno strano incidente che gli succede salendo sulla sua barca a vela, per il quale a stento viene salvato da un’altra barca che lo ha visto in grave pericolo, cambia la sua prospettiva: ora vuole davvero vivere, Artie, anche se una serie di episodi familiari lo portano a scoprire qualcosa di molto grave di cui non aveva avuto mai il minimo sentore. Si accorge così che anche nella sua stessa famiglia ci sono segreti sottaciuti, e che nessuno è come sembrava.
Elizabeth Strout ci racconta i suoi personaggi lasciandoli vivere, senza mai giudicarli, mettendoli di fronte a scelte, a silenzi, a cose non dette che capovolgono il punto di vista di chi, come Artie, credeva con bonomia e una certa dose di ingenuità a quello che appariva, non quanto restava celato. Artie Dam è un personaggio letterariamente magnifico: il professore che ha cambiato la vita di alcuni suoi alunni, Danny Marino e Rhonda Lazarre, che lo hanno preso a modello, mentre lui un modello non era davvero, tutto pieno di dubbi e contraddizioni; diventa amico dell’uomo che l’ha salvato dal naufragio, Ken, anche se lui tifa per Trump, ma è un brav’uomo, sincero e non parleranno mai di politica. La menzogna che circola nel suo entourage sembra essere il tema centrale di questo libro profondo, che raccontando un uomo normale come Artie ci fa sentire vicini a lui nelle nostre imperfezioni, nei nostri piccoli misfatti, nelle nostre mancanze di libertà, condizionati come siamo tutti dai contesti che ci incatenano, dalle convenzioni che ci schiacciano. Artie e Evie, Artie e Flossie, Artie e Rob, Artie e Francesca, Artie e i suoi genitori e la sorella Maria, morta precocemente, Artie e la sua classe preferita, Artie e l’amico preside, Hoover Lakeland: tutti danno alla scrittrice l’occasione di raccontarci una personalità a tutto tondo, nei momenti positivi della vita ma anche in quelli tragici, deludenti, perdenti, dove una grande solitudine interiore lo devasta. C’è la politica nel romanzo della Strout, che entra prepotentemente nel colloquio tra preside e professore:
“Quando ho visto il dibattito l’ho capito”. Hoover si girò in modo da guardare Artie in faccia. “La gente ha bisogno di leader autoritari. Li vuole. E lei non è il tipo di autoritaria che vogliono, lui sì. Con il suo stile da capo di una setta…”
L’America di Trump ha degli oppositori, e l’intellettuale raffinata Elizabeth Strout, candidata al più prestigioso premio letterario statunitense, ne è un esempio validissimo. Raccomando la lettura dell’epilogo del romanzo: un’epigrafe.
- Autore: Elizabeth Strout
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Einaudi
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Le cose che non diciamo
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