Nel mondo della letteratura, la lingua madre dello scrittore sembra spesso un destino. Eppure molti scrittori hanno dimostrato il contrario: si può cambiare lingua, abitarne una nuova, reinventarsi attraverso un altro sistema di parole. Lo abbiamo visto con lo scrittore iraniano naturalizzato olandese Kader Abdolah.
Alcuni paesi godono di una letteratura allargata, in quanto arricchita anche da scrittori provenienti dalle colonie o ex colonie, in cui la lingua del colonizzatore è rimasta come lingua ufficiale, spesso accanto a quella o quelle locali. È il caso, ad esempio, della letteratura francese, che si avvale anche di scrittori provenienti da tutta l’area francofona fuori dal territorio francese, come i paesi arabi di lingua francese.
L’Italia, pur avendo avuto una breve storia di colonizzazione, può contare ormai nella storia della propria letteratura contemporanea su esponenti della cosiddetta letteratura coloniale o postcoloniale, che testimoniano di quelle vicende politiche, storiche, sociali e soprattutto umane. Igiaba Scego ne è una rappresentante. Di origine italo-somala, narra il colonialismo e il postcolonialismo con lo sguardo di chi l’ha vissuto sulla propria pelle. Cristina Ubah Ali Farah, stesse origini, ci riporta la difficoltà di una doppia appartenenza, del colonizzatore e del colonizzato. Dunque scrittrici con doppie radici, sia linguistiche che culturali, che scelgono di scrivere in italiano.
Oltre a questo filone, possiamo intravederne un altro che a partire dagli anni Novanta in poi si è distinto nel panorama letterario contemporaneo. L’Italia è sempre stata più un paese di emigrazione che di immigrazione. Eppure dagli anni Settanta del secolo scorso è diventata meta di immigrazione con un’intensità sempre maggiore. Questo movimento umano ha portato anche scrittori, i cosiddetti scrittori-migranti o migranti-scrittori, a seconda che fossero già attivi prima dell’espatrio o lo siano diventati una volta sopraggiunti in Italia. In entrambi i casi si è trattato di scrittori che hanno adottato l’italiano come lingua di espressione letteraria, hanno quindi attraversato il confine linguistico.
Gli scrittori translingui, autori che scrivono in una lingua diversa da quella materna, mostrano quanto la letteratura sia un territorio mobile. Cambiare lingua significa cambiare ritmo, struttura della frase, rapporto con le parole. Significa anche cambiare lettori. Per l’Italia questo fenomeno è relativamente recente, mentre per altri Paesi con una storia di immigrazione e coloniale più lunga non è una novità.
La lingua intesa come conquista
Uno dei casi più sorprendenti è quello di Joseph Conrad. Nato in Polonia, imparò l’inglese seriamente solo intorno ai vent’anni, quando iniziò a lavorare come marinaio, lingua in cui scrisse alcuni dei romanzi più importanti della letteratura moderna, come Heart of Darkness (Cuore di tenebra). Eppure descrisse così il suo rapporto con l’inglese:
English was for me neither a native nor an adopted language… it was something I had to conquer.
L’inglese per me non era né la mia madrelingua né una lingua di adozione… era qualcosa che dovevo conquistare.
[Questa e le successive traduzioni sono mie]
La lingua, per Conrad, non era un’eredità ma un territorio da conquistare.
Il passaggio linguistico può essere anche una scelta estetica, una necessità artistica. Samuel Beckett decise a un certo punto della sua carriera di scrivere in francese e tradurre poi lui stesso le sue opere in inglese. Il motivo era sorprendente:
[In French] it is easier to write without style.
In francese è più semplice scrivere senza stile.
E ancora:
It is becoming more and more difficult, even senseless, for me to write in official English.
Sta diventando sempre più difficile, persino insensato, per me scrivere in inglese standard.
Il francese gli permetteva di spogliarsi delle abitudini della lingua materna, che sentiva costrittiva nelle sue regole grammaticali e di stile, fino a considerarla una sorta di maschera di cui liberarsi.
Non sempre, però, la nuova lingua si rivela accogliente, specie se imposta dalle circostanze. La scrittrice ungherese Agota Kristof, rifugiatasi in Svizzera anche lei come Conrad poco più che ventenne, imparò poco a poco il francese con lo scopo di integrarsi nel paese di accoglienza e in quella lingua scrisse il romanzo che la portò al successo, Le Grand Cahier (Il grande quaderno, 1987). Nel mémoir L’analphabète: récit autobiographique (2004, L’analfabeta, racconto autobiografico) definì però il francese senza esitazioni:
Cette langue est une langue ennemie.
Questa lingua è una lingua nemica,
Per lei scrivere significava abitare una lingua che non era mai diventata davvero casa.
Un altro esempio famoso è Vladimir Nabokov. Dopo l’esilio dalla Russia iniziò a scrivere in inglese, lingua che non era la sua prima lingua. Il passaggio lo affascinava, ma al contempo lo inquietava. Scrisse:
My private tragedy… is that I had to abandon my natural idiom.
La mia tragedia privata... è che ho dovuto abbandonare la mia lingua naturale.
Nabokov parla di lingua naturale, la lingua madre per lui era il mezzo di espressione che gli era più inerente, naturale appunto. Eppure proprio in inglese, la sua seconda lingua, scrisse il suo romanzo più celebre, Lolita.
Recensione del libro
Lolita
di Vladimir Nabokov
Gli scrittori migranti in Italia
Negli ultimi decenni anche la letteratura italiana si è arricchita grazie a scrittori che hanno scelto l’italiano come lingua di espressione. Autori come Takoua Ben Mohamed, Christiana De Caldas Brito, Edith Bruck, Milton Fernández, Anna Maria Gehnyei, Kossi Komla-Ebri, Amara Lakhous, Nadeesha Uyangoda, Ornela Vorpsi, Laila Wadia portano nella narrativa italiana esperienze linguistiche e culturali plurali. Nei loro libri l’italiano diventa una lingua di incontro, un luogo dove identità diverse possono raccontarsi.
Il filone segna la sua nascita con il libro-denuncia Io venditore di elefanti di Pap Khouma, scritto a quattro mani con il giornalista Oreste Pivetta (Baldini & Castoldi, 1990). Questo libro autobiografico ha dato il via a quella che verrà definita in varie fasi letteratura della migrazione o letteratura translingue, della quale fanno parte scrittori allofoni che si rivolgono a un pubblico italofono facendo appunto ricorso a una lingua non natia.
Sebbene sia difficile e delicato distinguere in base alle diverse esperienze di migrazione di questi scrittori, tenendo conto di chi è stato costretto a espatriare, chi è giunto in Italia molto giovane e ha avuto l’opportunità di studiare e chi invece ha raggiunto l’Italia in altre condizioni meno favorevoli, o ancora chi è nato e cresciuto in Italia con origini altre, tuttavia hanno tutti in comune il fatto di scrivere in una lingua nuova, non nella loro lingua madre.
Con qualche precauzione evochiamo qui anche Jhumpa Lahiri, americana di origini bengalesi che ha scelto di scrivere in italiano come terza via tra le sue due lingue di origine, l’inglese in cui è stata istruita e il bengalese in cui è cresciuta in ambiente domestico.
Recensione del libro
Perché l’italiano? Storia di una metamorfosi
di Jhumpa Lahiri
Si pensi anche a Helena Janeczek (Premio Strega 2018). Sebbene l’età di trasferimento in Italia sia simile a quella di altri scrittori migranti (intorno ai vent’anni), Janeczek, tedesca di genitori polacchi, non sempre viene annoverata tra gli scrittori translingui. Eppure anche per Janeczek l’italiano è stato una scelta, rifiutando il tedesco, sua prima lingua, come lingua madre, e il polacco per la scarsa conoscenza che ne aveva.
Queste difficoltà di categorizzazione lasciano intravedere quanti elementi entrino in gioco nella valutazione: il paese di origine nonché il prestigio della prima lingua dell’autore o autrice, ma anche l’età di acquisizione e, non ultimo, le tematiche trattate nelle proprie opere.
Gli scrittori translingui mostrano che la letteratura non appartiene mai completamente a una sola lingua. Ogni volta che un autore cambia lingua, la letteratura si sposta leggermente e con essa cambiano i libri. Tuttavia, a ben guardare, è sempre più difficile definire chi sia realmente translingue e quanto appartenga o meno al filone della letteratura translingue. Ciò lascia aperto il dibattito sull’inclusione o meno di questi scrittori nel panorama letterario italiano tout court.
Simbologia e archetipi della scrittura translingue
Nella prospettiva simbolica, la scrittura translingue richiama antichi archetipi legati al passaggio e alla molteplicità degli sguardi. Lo scrittore che abita più lingue si colloca idealmente nello spazio della soglia: non appartiene pienamente a un solo sistema linguistico ma attraversa codici e culture, traducendo continuamente il proprio pensiero (per approfondimenti: Il cervello bilingue e Leggere tra due mondi).
Questa posizione liminale richiama figure mitiche come Hermes, messaggero e interprete tra mondi diversi, o Giano, il dio romano bifronte che guarda simultaneamente in due direzioni. A questa simbologia si può accostare anche la figura di Ecate, spesso rappresentata con tre volti rivolti a direzioni differenti: passato, presente e futuro. In modo analogo, per gli scrittori translingui le lingue tendono a legarsi a diversi momenti della loro biografia: la lingua dell’infanzia, quella dell’esilio o della migrazione, quella dell’approdo creativo, formando una costellazione temporale che accompagna l’evoluzione della loro identità.
Anche in altri pantheon compaiono divinità che custodiscono i passaggi e i crocevia: nella tradizione yoruba, ad esempio, Eshu è il trickster e messaggero che governa gli incroci e le comunicazioni tra gli dèi e gli uomini. Come queste figure liminali, lo scrittore translingue abita il luogo dell’intersezione, dove lingue diverse non si escludono ma si riflettono e si trasformano reciprocamente.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Letteratura translingue in Italia: quando lo scrittore cambia lingua
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