Dismatria appartiene a quella categoria di parole di cui si aveva necessità che qualcuno le inventasse senza tuttavia avere consapevolezza di questa urgenza. Il neologismo è stato coniato da Igiaba Scego e compare per la prima volta nel racconto Dismatria, pubblicato nel 2005 (Laterza) nella raccolta Pecore nere. Racconti, curata da Flavia Capitani ed Emanuele Coen. È una parola relativamente recente, un neologismo costruito con apparente semplicità attraverso l’accostamento del prefisso dis- a matria, costruzione che contiene una diversa idea dell’appartenenza, della perdita e dell’esperienza migratoria.
Patria, madrepatria, espatriare
Per comprendere che cosa aggiunga dismatria a parole ormai consolidate come espatrio, espatriato o emigrazione, bisogna soffermarsi innanzitutto sulla parola patria. È un termine che siamo abituati a pronunciare senza interrogarci sulla sua etimologia. La sua storia linguistica racconta però qualcosa di preciso: patria deriva dal latino patrius, “del padre”, a sua volta legato a pater. La patria è dunque, nella sua origine, la terra dei padri.
La parola conserva l’impronta di un’antica concezione dell’appartenenza, in cui la terra d’origine è pensata attraverso la lente della discendenza paterna, degli antenati, della stirpe e della continuità familiare. L’accostamento madrepatria, invece, ha una peculiare caratteristica di sincretizzare materno e paterno nello stesso concetto: è la terra che nutre, che genera, che accoglie, pur restando inserita nella linearità genealogica maschile, nella legge e nell’autorità dei padri. Si noti, per la cronaca, il tedesco Vaterland (Land, terra, è neutro), l’inglese che storicamente usa Fatherland, ma anche Motherland e Homeland, mentre le lingue romanze mantengono la radice patria.
In questa prospettiva anche espatriare acquista una sfumatura particolare. Il prefisso ex- indica l’uscita, il movimento verso l’esterno: espatriare significa dunque uscire dalla patria, allontanarsi dalla terra dei padri. Il termine descrive con precisione un movimento geografico, il passaggio da un territorio ad un altro, e porta con sé l’idea di una separazione da un luogo originario.
Dismatria: terra, ventre e Grande Madre
Tuttavia, proprio qui appare ciò che dismatria sembra voler dire diversamente. Se patria richiama il padre, matria richiama la madre. La parola non è semplicemente il femminile speculare di patria, perché una “matria” non possiede alle sue spalle la stessa lunga e consolidata tradizione linguistica. È piuttosto una costruzione che recupera un’altra immagine dell’origine: quella della terra-madre, del luogo da cui si proviene e con il quale il legame non è soltanto genealogico o civile, ma anche affettivo, corporeo, primordiale e archetipico.
Qui la parola apre una porta su un’immagine molto più antica del linguaggio stesso: quella della Grande Madre. Prima ancora di essere patria, nazione o territorio, la terra riecheggia dell’immaginario archetipico della madre che genera, nutre e contiene. La terra è il luogo da cui si nasce e al quale si ritorna; è insieme suolo e ventre, nutrimento e rifugio. Nell’immaginario archetipico la Grande Madre non rappresenta soltanto la madre concreta, ma la matrice originaria da cui la vita proviene e nella quale ogni individuo cerca una forma di appartenenza. Matria riattiva proprio questa dimensione: non soltanto la terra che ci appartiene, ma la terra alla quale sentiamo di appartenere.
Dismatria prende tuttavia una direzione diversa: non indica semplicemente l’uscita da una terra, da un confine, bensì la condizione di chi è stato privato della propria matria, oppure di chi ha perso il rapporto originario con essa. Il prefisso dis- indica distacco, lacerazione, separazione, privazione, diverso da ex-, che invece indica prettamente movimento di uscita, in una dimensione spazio-temporale che mette in luce un prima e un dopo. È una differenza sottile, ma importante. L’espatriato è colui che è uscito dalla patria; il dismatriato è colui che, in qualche modo, ha perso la propria matria, raccontando una condizione emotiva ed intima. Il neologismo acquista cosi’ una terza dimensione, uno spessore che include il ricordo, la narrazione, l’immaginazione, il mito familiare.
Un neologismo per definire una condizione esistenziale
Il racconto Dismatria di Igiaba Scego costituisce infatti uno dei momenti letterari più significativi in cui si inserisce il neologismo, che non serve semplicemente a sostituire espatriato, bensì a nominare una condizione esistenziale. La protagonista, sospesa tra Roma e Mogadiscio, appartiene a due luoghi e vive nella difficoltà di stabilire quale dei due possa ancora essere chiamato casa. La Somalia, che dovrebbe rappresentare la terra delle radici, è ormai segnata dalla distanza e dalla trasformazione. Mogadiscio, sconquassata da decenni di guerra, assume confini sempre più labili tanto nella memoria quanto nella geografia concreta. La terra d’origine rimane presente proprio mentre diventa sempre più difficile raggiungerla, riconoscerla, immaginarla. Quella che dovrebbe essere una matrice concreta si trasforma progressivamente in una matrice narrativa: viene conservata nei racconti, nei ricordi familiari, nelle immagini tramandate, e finisce per essere in parte ricostruita dall’immaginazione.
In questo senso dismatria entra a far parte a pieno titolo del vocabolario della migrazione contemporanea, dove il rapporto con le origini non si può mai ridurre alla semplice alternativa tra partire e restare. Chi migra può acquisire una nuova appartenenza senza cancellare quella precedente, può sentirsi straniero nel luogo d’arrivo e, dopo molti anni, anche in quello di partenza. La dismatria, in fin dei conti, è la parola che, linguisticamente, esprime la condizione descritta dalla Sindrome di Ulisse.
Il fatto che proprio dismatriato sia stato registrato da Treccani mostra inoltre che il neologismo di Scego è entrato nel patrimonio lessicale riconosciuto: la voce compare nella sezione “Neologismi” del Vocabolario Treccani dal 2008, con la definizione “privato della matria, della propria terra d’origine”, mentre la voce matria è stata successivamente registrata nei “Neologismi” del 2019.
La storia di questa parola è dunque breve, almeno rispetto a quella antichissima di patria, tuttavia il suo significato apre uno spazio nuovo nel lessico della migrazione, dando un nome alla ferita dell’appartenenza.
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Dismatria: il neologismo per piangere la perdita della patria
Naviga per parole chiave
Cultura Significato di parole, proverbi e modi di dire Igiaba Scego News Libri
Lascia il tuo commento