- Autore: Piergiorgio Odifreddi
- Genere: Filosofia e Sociologia
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Raffaello Cortina Editore
- Anno di pubblicazione: 2026
- ISBN: 9788832858747
Per ragioni personali, prima ancora che intellettuali, non potevo non leggere Cattivo maestro di Piergiorgio Odifreddi (Raffaello Cortina Editore, 2026), che non è, come sembrerebbe, una biografia di Bertrand Russell.
Chissà perché ricordo piuttosto bene il mio incontro con Bertrand Russell. L’anno dovrebbe essere il 1967, perché frequentavo la 3° media: pomeriggio primaverile, anticamera dello studio del mio medico, in attesa della visita sfogliavo un rotocalco che conteneva un articolo dedicato a questo vecchio filosofo che riportava un po’ delle sue idee, la biografia e qualche aneddoto, nonché una sua intervista e la foto di un volto flemmaticamente pensoso; del contenuto di quell’intervista ovviamente non rammento nulla, tranne che fui colpito dal suo saggio e pacato modo di esprimersi, inoltre lo ammirai per la prigionia durante la Prima Guerra mondiale, provocata dal suo precoce impegno pacifista. Ma soprattutto mi piacque quell’anziano volto sereno illuminato da un vivido sguardo.
Qualche anno dopo, quando mi sopravvenne la passione per la filosofia e perciò leggevo, confusamente, un po’ di tutto, in biblioteca mi imbattei in Misticismo e logica e, ricordandomi di quell’autore dalla vita affascinante e dallo sguardo penetrante, lo lessi, apprezzandone lo stile chiaro e semplice e l’indicazione della ragione come fondamentale dimensione del pensiero. Purtroppo a quella lettura non ne seguirono altre, per due motivi. Il primo: che in quell’epoca ideologicamente convulsa anch’io fui irretito dalla moda filosofica dei cosiddetti “maestri del sospetto” Marx, Freud, Nietsche; il secondo, più contingente, è che iniziata l’università, alla fine della prima lezione di Storia della filosofia contemporanea chiesi all’allor giovane professore Remo Bodei, con l’intenzione di ricevere dei suggerimenti per ampliare i miei studi filosofici, cosa ne pensasse di Bertrand Russell, e lui mi guardò un momento, meditò un attimo e mi rispose: “Un pessimo filosofo”. Se lo diceva lui… Comunque, dopo alcuni anni e qualche giravolta ontologica e logica, tra Heidegger e Wittgenstein, a Russell fu necessario che tornassi, disprezzando quel giudizio così drasticamente negativo, che dopo supposi fosse piuttosto un pregiudizio da filosofo continentale contro la filosofia analitica che io, ingenuo e fiducioso studente, avevo senza discernimento condiviso. Sono stato dunque una sorta di figliol prodigo filosofico, che finalmente riconosce l’importanza di un pensatore fondamentale per la filosofia contemporanea. Nonché una personalità affascinante, anticonformista e libertaria.
Talvolta gli oziosi continuano a dibattere se il più grande filosofo del ‘900 fosse Heidegger o Wittgenstein; a prescindere dalla insulsa stucchevolezza del superlativo (e anche della coppia, poiché li trovo ambedue piuttosto noiosi), io sono d’accordo con Quine, che tagliando corto ha definito il primo ‘900 filosofico l’età di Russell. Aggiungo, en passant, che se Russell non l’avesse tirato fuori dalla solitudine austriaca riportandolo a Cambridge, probabilmente Wittgenstein sarebbe stato dimenticato, con tutto quel che ne consegue.
Bertrand Russell è stato un logico eccellente, pur se il suo generoso impegno di fondare logicamente la matematica sia infine fallito; però quell’impegno servì a ridefinire il rapporto tra logica e ontologia, aprendo la strada a Wittgenstein, all’empirismo logico, alla filosofia analitica, alla filosofia del linguaggio e, soprattutto, a una nuova metodologia filosofica, che nel suo modo chiaro di esprimersi così sintetizzò: ”limitarsi a parlare di problemi sui quali c’è qualcosa di positivo e costruttivo da dire”, accantonando quindi le astruserie metafisiche per concentrarsi sulla teoria della conoscenza. Come fece nelle sue principali opere tra gli anni ’20 e ’40: La conoscenza del mondo esterno, L’analisi della mente e il conclusivo, consuntivo (1948, aveva ormai 76 anni!) La conoscenza umana. In quest’ultima opera Russell affronta il problema dei problemi gnoseologici: il divario tra conoscenza soggettiva e oggettiva, la relazione tra il carattere essenzialmente privato dell’esperienza individuale e la natura pubblica e intersoggettiva della conoscenza scientifica. Il punto di partenza è lo scandalo dell’induzione (quello stesso scandalo che ha fatto partorire a Kant la Critica della ragion pura, in risposta allo scetticismo di Hume), del solipsismo gnoseologico a cui non si può non pervenire se si ritiene che la cognizione sia un fatto mentale e basta. Egli giunge dunque alla conclusione che se non vogliamo affogare in tal solipsismo occorre riconoscere che ci siano dei “principi sintetici di inferenza”: il postulato della quasi-permanenza, il postulato delle linee causali separabili, il postulato della continuità spaziotemporale delle linee causali, il postulato dell’origine causale comune di strutture simili disposte intorno a un centro, il postulato dell’analogia. Si può dubitare della validità ed esaustività di tali postulati e magari ammettere un certa frettolosità dell’analisi di Russell, tuttavia il fatto essenziale è il riconoscimento di predisposizioni cognitive formatisi nel tempo:
“Quando il genere umano ha visto crescere la propria intelligenza, i suoi abiti inferenziali sono gradualmente giunti ad un maggiore accordo con le leggi di natura che hanno reso, in generale, tali abiti più spesso una fonte di aspettative vere che non di false. La formazione di abiti inferenziali che conducono ad aspettative vere è parte dell’adattamento all’ambiente da cui dipende la sopravvivenza biologica”.
Così ha pure aperto la strada all’epistemologia naturalistica ed evolutiva.
Ma oltre che logico e filosofo, fu anche un moralista libertino, un pedagogo anticonformista, un polemista brillante ed ironico, un pacifista radicale (e per le sue proteste pacifiste, dopo esser finito in carcere nel 1918, lo incarcerarono di nuove nel 1961, a 89 anni): un intellettuale laico, libertario, impegnato, critico dell’ortodossia morale e religiosa, dell’ipocrisia sociale, del potere. E per questa sua irriducibile libertà di pensiero gli toccò d’essere ostracizzato, prima nel 1916 con la condanna per antipatriottismo e il conseguente licenziamento dal Trinity College di Cambridge, poi con l’arresto nel 1918 e infine nel 1940, quando le denunce dei soliti preti e dei soliti politici conservatori portarono al suo licenziamento dal City College di New York, in quanto sovversivo della famiglia, della religione e dello stato.
Perciò Odifreddi l’ha ironicamente definito un “cattivo maestro”, dichiarandosene discepolo e dedicandogli questo libro che – come ho già scritto – non è propriamente una biografia; piuttosto la testimonianza di una simpatia intellettuale ed umana che si dipana trattando della vita e del pensiero di questo grande ed influente filosofo, con una narrativa ironicamente lieve e brillante,con qualche aneddoto che rende più gradevole la lettura, com’è nello stile di Odifreddi (ed è il caso di ricordare un altro suo libro che a questo è simile: In principio era Darwin). Così ci restituisce questa figura complessa di matematico, filosofo e militante attraverso momenti di vita, amicizie (ad esempio Einstein), libri, processi, amori (ebbe quattro mogli), impegni politici (ad esempio il Tribunale Russell contro i crimini di guerra), senza però trasformarlo in un personaggio esemplare, perché esemplare non fu (ad esempio non gli riuscì di smettere nell’intimo d’essere un aristocratico). Ed ecco perché – come ho già scritto – non potevo non leggere Cattivo maestro, poiché la simpatia di Odifreddi la condivido. D’altronde come è possibile non provare simpatia per un uomo che nella sua autobiografia ha scritto: “Tre grandi passioni, semplici ma irresistibili hanno governato la mia vita: la sete d’amore, la ricerca della conoscenza e una struggente pietà per le sofferenze dell’umanità"? Comunque io gli sono grato soprattutto per avermi insegnato una postura cognitiva ed intellettuale scettica; ma lo scetticismo di Russell non è assoluto e cinico, come può essere quello di un filosofo come Feyerabend, piuttosto è ragionevole, temperato, sensato, che ricorda all’essere umano la sua limitatezza e la sua presunzione, che lo invita a non prestare fede alle credenze indimostrate e alle mitologie proposte dalle religioni e dagli stati; per Russell lo scetticismo è la liberale e necessaria volontà di dubitare, perché tutte le opinioni hanno “una penombra di vago e di falso”.
“Dovunque vada (l’uomo) è circondato da una nube di confortanti convinzioni, che si muovono con lui come i nugoli di mosche nei giorni d’estate”
scrive nell’opera sua che prediligo, che è appunto Saggi scettici. Però, ci avverte, è bene essere scettici anche del nostro scetticismo.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Cattivo maestro. Bertrand Russell: logico, ateo, libertino, pacifista
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