Il ben accolto titolo d’esordio della serie narrativa a firma di Pasquale Sgrò (L’altro ispettore. Vietato pensare, Corbaccio, 2025) e una fortunata serie televisiva RAI sono un lancio eccellente per il secondo romanzo delle inchieste di Domenico Dodaro, L’altro ispettore. Invisibili (luglio 2026, collana “Narratori Corbaccio”, 288 pagine).
Non un commissario, carabiniere o magistrato e nemmeno investigatore privato: Mimmo è un ispettore del lavoro, a Lucca, in Toscana, dopo aver lottato tra successo e pericolo contro il caporalato in Calabria. Se volete, immaginatelo pure con la fisionomia giovanile dell’attore Alessio Vassallo, che lo interpreta sul piccolo schermo. Altrimenti, si può guardarlo come la proiezione su carta del suo papà Pasquale, che vive da anni e lavora a Lucca. Nato in provincia di Reggio Calabria, è stato ispettore del lavoro e dal 2000 dirige lo Studio Sgrò: prevenzione infortuni, igiene del lavoro e aspetti ambientali.
Caporalato, morti bianche, termini sterili rispetto a quei pesanti fenomeni. La pubblica riprovazione per lo sfruttamento, il dolore collettivo per la perdita di vite umane, durano fin quando quei casi, purtroppo frequenti, reggono “in prima pagina”. Poi, lo sdegno e la compassione retrocedono nel già letto, del già sentito, oscurati da “ultime notizie” fresche. A soffrire il vuoto e il dolore restano i familiari, gli altri dimenticano. La gente se ne ricorderà semmai al nuovo lutto, davanti a un altro incidente sul lavoro. Cosa significa essere costretti a sottostare ai caporali per strappare una giornata di lavoro, Sgrò lo sa fin troppo bene e lo descrive ancora meglio.
Usciamo di casa con Hamid, prima dell’alba, in un quartiere periferico a Lucca, lasciando addormentati moglie e figli, la sua unica ricchezza. Quarantacinque anni, è riuscito a ottenere da poco il ricongiungimento familiare, parola fredda, burocratica, un carteggio che per lui ha voluto dire tornare alla vita, dopo “umiliazioni, promesse non mantenute, Paesi nei quali era sempre straniero”, datori di lavoro pronti a sfruttarlo purché tacesse, anche connazionali che pretendevano una parte del poco che guadagnava, in cambio della possibilità di lavorare. Aveva detto no ogni volta possibile, ma ogni volta gli era costato fame, freddo, giornate vuote, paura.
Raggiunge il luogo in cui si radunano ogni mattina. Un gruppetto di uomini in attesa, nessuno parla, alcuni battono i piedi per il freddo, altri fumano. Il furgone arriva all’improvviso, sporco di fango, rigato, ammaccato. Si ferma con una frenata secca, scende un uomo basso e tozzo. Il cappello di lana calcato e i baffi folti gli danno un’aria trasandata e feroce. Non saluta, fissa uno per uno, “con lo sguardo rapido e sprezzante di chi deve scegliere attrezzi non persone”. Indica con un cenno brusco tre uomini, poi altri due, poi Hamid. Li fa montare sul mezzo, che non ha sedili, solo il vano coi materiali. Riparte.
Il cantiere è poco più di una ferita nella terra, una palazzina incompleta, ponteggi montati in fretta, tavole sconnesse, mucchi di materiali in disordine, cavi elettrici nel fango, carriole rovesciate, una betoniera spenta. Hamid ne ha visti abbastanza da riconoscere i peggiori e “quello parla una lingua cattiva”. Gli tocca portare sacchi e secchi al piano superiore, salendo e scendendo su assi umidi e gradini sporchi di malta.
Poco prima di mezzogiorno, in alto, sul lato esterno del ponteggio, sente chiamare. Si volta appena, avverte sotto il piede un cedimento breve, quasi un’inclinazione. Cerca un appiglio, le dita sfiorano un tubo, senza afferrarlo. Il corpo cade in avanti. Un urto tremendo, poi un altro. Riapre gli occhi, volti senza pietà si chiudono su di lui. Viene sollevato senza cura, caricato nel furgone, che si arresta presto con una frenata violenta. Lo abbandonano fuori, steso davanti all’ospedale San Luca. Il fiato ridotto a un rantolo. Lotta ancora per vivere quando al pronto soccorso arriva l’ing. Dodaro. L’esperienza gli suggerisce che se respira ancora, il luogo dell’incidente non può essere lontano, un cantiere probabilmente. Significa, soprattutto, che qualcuno ha scelto di salvare, ma solo per la paura di trovarsi un morto addosso e per tentare di nascondere l’accaduto.
Rientrato in ufficio, Mimmo traccia un cerchio intorno all’ospedale. S’è un infortunio sul lavoro, “il luogo dell’incidente deve stare qui dentro”. Contemporaneamente deve seguire un altro incidente mortale, avvenuto nell’allestimento di una mostra a Villa Paolina: un operaio schiacciato sotto un busto di marmo. A prima vista, la dinamica sembra semplice. Troppo. Il sostituto procuratore vuole un parere dell’ispettore e questi ha colto una dissonanza. È nelle fotografie di Villa Paolina. Il verbale riporta le dichiarazioni del custode, la descrizione degli ambienti, la cronologia dei lavori, i nomi delle persone coinvolte. L’antiquaria Feriani, una collaboratrice del morto, il personale comunale, i tecnici. Tutto sembra rientrare nella cornice di un incidente assurdo, eppure possibile. Però Mimmo sente che dietro la rispettabilità da catalogo si nasconde qualcosa di anomalo.
Mani sconosciute hanno scaricato a terra Hasan, davanti all’ospedale:
il mondo, quando vuole proteggersi, sa cambiare pelle in pochi secondi. Si può morire in un cantiere miserabile come nel salone elegante di una mostra, se a governare il lavoro sono gli stessi meccanismi di superficialità, avidità, fretta, copertura. Quello che muta è soltanto la vernice.
Avanti, al lavoro contro quel “mondo”, avido, incurante, omertoso.
- Autore: Pasquale Sgrò
- Genere: Gialli, Noir, Thriller
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Corbaccio
- Anno di pubblicazione: 2026
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: L’altro ispettore. Invisibili
Lascia il tuo commento