Prima di chiamarli “Grigi” li chiamavamo “Marziani”. Chissà se influenzati dalla fantascienza maccartista in cui gli alieni “cattivi” giungevano solitamente dal pianeta rosso. E gli ufo sui quali viaggiavano? Molto più prosaicamente erano “dischi volanti”. Nei visionari anni Settanta (mica soltanto anni di piombo), gli ansiogeni avvistamenti di squali sulle coste italiane se la battevano con le astronavi a zonzo per il cielo, di certo con cattive intenzioni. Da quando Spielberg ha sdoganato in due tappe (Incontri ravvicinati del terzo tipo ed E.T.) la loro fisiognomica prevalente - cosiddetta “grigia” -, nonché la non certo trascurabile indole ecumenica, gli extraterrestri continuano a ispezionare il pianeta azzurro (ex), interagire con santoni e contattisti, ma piuttosto come messaggeri di pace e fratellanza cosmica (tra un drone carico di bombe e l’altro, gli avvistamenti di ufo in Ucraina parrebbero non contarsi). E come sottacere del corposo dossier sui dischi volanti da poco reso pubblico dall’immarcescibile Donald Trump? Al netto del serio e del faceto, la questione alieni va avanti, a quanto pare, dalla notte dei tempi - misteriosi geroglifici di “figure in scafandro” rinvenute in grotte preistoriche - e quindi primariamente affrontabile (anche) da focus di tipo antropologico. Prima di arrivare al saggio di Daniel Lavelle - Vivono tra noi. Dischi volanti, cacciatori di alieni e teorie del complotto, Iperborea, 2026, trad. di Luca Fusari) trovo sia utile dunque riepilogare la possibile scaturigine del fenomeno secondo letture che studiano gli avvistamenti (o i presunti contatti) non come prove di “visite” dallo spazio, quanto piuttosto come fenomeni culturali, sociali e psicologici. In altre parole, come riflesso di paure, desideri, delle strutture profonde della società umana. Ed è importante: un po’ come per i fantasmi, l’avvistamento o la semplice attesa di un’entità cosmica (dunque altra da noi) con funzioni salvifiche, fungerebbe da reagente compensativo rispetto a un presente percepito come portatore di crisi, ansia, se non di paura e oppressione.
Vivono tra noi – intelligente doppia parafrasi evocativa del flano di Incontri ravvicinati “non siamo soli” e di Essi vivono, il film di fantascienza anticapitalista di John Carpenter – porta avanti un discorso nel complesso equanime. Se da un lato non esclude aprioristicamente la legittimità degli interrogativi ruotanti attorno al quesito-base “siamo soli nell’universo?”, il microcosmo ufologico che chiama a suo sostegno è un nutrito campionario di “casi” oggettivamente restituiti nel testo sin nella loro ambivalenza. Del resto, nell’ormai lontano 2017, persino un’inchiesta dell’autorevole "New York Times" indicava i cieli degli Stati Uniti come prediletti da oggetti volanti in grado di sfidare ogni legge della fisica. All’interno di questa indagine, il dato era confermato da esperti militari e scienziati: tutti visionari? O forse ci sarebbe da prendere atto che alcuni dei suddetti fenomeni andrebbero semplicemente assunti come inspiegabili?
Mosso da curiosità rispetto all’argomento ma al contempo provvisto di lodevole scetticismo, Daniel Lavelle comincia dunque l’indagine sospendendo il giudizio, si iscrive persino a un corso per cacciatori di ufo in Arizona (sic!), interroga ex funzionari governativi e del Pentagono, scienziati discutibili come Avi Loeb (avrebbe identificato una sonda aliena), intervista un tale sciamano di QAnon, già famigerato capopopolo dell’assalto al Campidoglio del 2021 (ricordate? il fedelissimo di Donald Trump col copricapo da Vichingo) e un numero rilevante di persone a loro volta al limite del disturbo mentale (l’annotazione è mia). Persone convinte di essere creature extraterrestri “dalla coscienza scissa su più pianeti.” Dato il coacervo di credibile e incredibile, scienza e fantascienza, fede, possibilismo e allucinazioni, c’è un quesito di fondo che sottende l’indagine di Vivono tra noi: fino a che punto è possibile assegnare autorevolezza al contattismo senza scadere nell’iperbolico, per non dire nell’atto di fede o nel complottismo più delirante? In un Paese manicheo e tendenzialmente ottuso come gli Stati Uniti, poi? Una nazione pacchianotta dove gli alieni diventano persino un tema politico e il 41 per cento della popolazione dichiara di credere beatamente che abitino paesi e città della Terra?. Per quanto mi riguarda, un conto è convincersi che probabilmente no, non siamo soli nell’universo (date le sue vastissime dimensioni), un altro che le distanze siderali che potrebbero separarci da altre forme di vita intelligente, sarebbero colmabili da ufo pilotati da alieni appartenenti a razze superiori. Con quale scopo poi? Rivelarsi e scomparire come qualsiasi madonnina dei miracoli del pianeta Terra? Oppure - assecondando un ulteriore sforzo di fantasia - mischiarsi con la folla consumista dei terresti globalizzati? Ma, ancora una volta, per cosa?, giacché l’invasione sembrerebbe ormai scongiurata dalla fantascienza peace & love di Steven Spielberg?
Scrive l’autore:
Sono un grande appassionato di Star Wars: da piccolo, i miei sogni a occhi aperti erano popolati da visioni di galassie stellate che si distorcono nell’iperspazio, spade laser sfolgoranti e affascinanti robot […] Nonostante questo, i veri incontri ravvicinati con ufo ed extraterrestri li avevo riposti da tempo nello scatolone con l’etichetta CAZZATE, insieme a roba come la percezione extrasensoriale, Fantasia, le carte fedeltà, la dicitura ‘qualità artigianale’ sulle confezioni del cibo industriale, la chiaroveggenza, l’omeopatia, i fantasmi, gli spettri, i folletti, i gremilin, gli elfi, gli orchi, le fate, le streghe, le criptovalute e Gesù. Eppure, quando sul sito del “New York Times” comparve un articolo intitolato ‘Aure luminose’, drizzai le orecchie. Nel ciclo delle notizie quotidiane si era persa traccia della conferenza di DeLonge, ma adesso a parlare dell’argomento era la testata autorevole per eccellenza, non una rockstar imbolsita. L’articolo si diffuse a macchia d’olio, intercettò il bambino che è in me come un raggio attraente e mi fece tremare le ginocchia. Le visite degli alieni sulla Terra uscivano dall’ambito della fantascienza e piombavano in quello della realtà plausibile.
Daniel Lavelle è un giornalista britannico, scrive per il "Guardian" e quasi sicuramente il suo taglio investigativo è quanto di più onesto si possa pretendere rispetto a un tema che va affrontato nella giusta misura ma senza preconcetti di sorta. Vivono tra noi risente insomma in positivo del distaccato coinvolgimento con cui l’autore affronta la materia. Prima di questo libro, Lavelle si è lungamente occupato delle condizioni di vita dei senzatetto. Tanto del suo approccio umanista si evince anche nella fattispecie, al cospetto cioè dell’ufologia e dei suoi frequentatori.
Non si sa se gli E.T. usciranno mai allo scoperto per iniziarci ai segreti dell’esistenza. Se la loro esistenza dovesse invece confermarsi come bufala, ci si accontenti del buono che possiamo trarne: il pretesto per guardare a speranze e timori atavici da un punto di vista ulteriore. Da miliardi di anni siamo progenie pensante di un pianeta remoto, scaraventati al mondo senza ragione apparente né istruzioni per l’uso, ma conserviamo ancora la forza per stupirci, sognare, illuderci. Immaginare.
- Autore: Daniel Lavelle
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Iperborea
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Vivono tra noi. Dischi volanti, cacciatori di alieni e teorie del complotto
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