Quello che so di te
- Autore: Nadia Terranova
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Guanda
- Anno di pubblicazione: 2025
Nel suo ultimo romanzo Quello che so di te (Guanda, 2025), Nadia Terranova scrive di un’antenata, una bisnonna chiamata Venera che, pagina dopo pagina, diventa sempre più raccontabile e più reale (e se pure fosse veramente una parente, questa è letteratura e dunque finzione).
Le prime quaranta pagine sono come stare in una barca che sta sempre per ribaltarsi. Una scrittura potente, a volte non subito comprensibile, come se la scrittrice prendesse le misure, decidesse di dare spazio ai personaggi di cui scrive. Ed è anche l’ossessione di questa donna magrissima, vestita di nero, che da anziana stava sempre seduta ed emetteva mugolii; come se avesse dato l’inizio a un’epopea valida per tutto il nucleo familiare, che l’autrice chiama Mitologia.
Nella prima parte c’è in esergo una frase di Virginia Woolf:
C’è nella maternità, uno strano potere.
E la scrittrice inglese non poteva dimezzare il suo potere e dare meno lustro ai libri che andava scrivendo, allattando un lattante. E invece la donna che scrive in questo romanzo non ha paura del dolore, della morte, perché può sorreggersi da sola, e Venera, di cui ha anche paura, la spinge per formarsi una sua famiglia. D’altra parte, quasi volesse circumnavigare tutte le opzioni, c’è questa bambina morta di Venera o che invece è un terzo figlio, dopo due figlie femmine, nato vivo. Tutte informazioni che l’autrice cerca a Messina, che ai tempi di Venera era ancora semidistrutta per il terremoto di inizio secolo. Perché Terranova cerca in modo convulso le prove che Venera è stata in manicomio per undici giorni, nel 1938, al Mandalari di Messina.
Il processo di identificazione con la bisnonna rende la bisnipote impaurita, perché i figli non nati fanno diventare pazze le madri, anche se sono solo stanche di portare il peso di una gravidanza e poi un’altra ancora. Chi scrive sta di fronte all’ennesima e presunta morte di una bambina di nome Giovanna, tra placenta, sangue e dolore di aver espulso un’altra figlia morta, e si chiede se anche i mariti, i compagni, gli amanti hanno un peso specifico nello scritto, dove prevale la linea madrilineare. Ci sono il marito di Verena, che è il granatiere, ma c’è anche il marito di chi scrive; eppure sono opachi, poco delineati.
La lingua italiana di Nadia Terranova è pastosa, come se stesse impastando del pane che poi mette nel forno; potrebbe essere un esempio, questo libro, per chi frequenta corsi di scrittura creativa, non perché sia un grande libro e lo è, ma per smussare i difetti di Terranova, perché con la storia di Venera, a un certo punto, potrebbe esserci nel potenziale lettore un blocco emotivo, sulla carta un po’ ripetitivo, su una donna che aveva dei problemi psichiatrici, ma non era la moglie di un ipnotizzatore.
Romanzo di grande respiro che però ci conduce anche in atri bui, ma necessariamente positivo, perché si parla anche di bambine e di bambini e del loro futuro.
Quello che so di te
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Due sono gli aspetti che di questo romanzo, a fine lettura, restano incollati addosso:
la narrazione della storia e il linguaggio.
La narrazione qui è intesa come possibilità, indugio, tentativo sofferto di dare definitive risposte a misteri che negli anni sono diventati fissazioni, sogni ricorrenti, ostinazione di verità.
In QUELLO CHE SO DI TE l’io narrante è una scrittrice, moglie e neo mamma in età non proprio verde che cerca di mettere insieme pezzi di un puzzle famigliare che non sempre combaciano: le bocche che informano anche ritrattano, creando deragliamenti dell’io nel suo tentativo di dare voce a chi ne ha avuta poca.
Sono bocche di una Mitologia Famigliare fatta di zii, cugini, madri che sussurrano a labbra strette e sguardi di traverso, convenienti al decoro di una Sicilia litoranea di primo Novecento.
Ma anche le carte, i documenti sono voci, e sono contingenti, fattuali, solcati di un inchiostro nervoso e deciso e che spesso contraddicono la polifonia famigliare e rimescolano le certezze poco prima conquistate.
Che cosa so di te, si chiede continuamente l’io.
Nel viaggio in un passato dai cui gironi emergono verità e figure a occupare, sgomitando, il rispettivo posto nell’albero genealogico, l’io narrante deve fare i conti anche con la sua dolce e stravolta maternità, costantemente sotto l’occhio inquisitorio di un giudice che, sebbene fisicamente assente, è un “gas” capace di pesantezza, una Beatrice post litteram certa di saper ricondurre alla salvezza dal peccato le smarrite mamme contemporanee, elargendo nozioni e buoni esempi di genitorialità perfetta: note ironico-amare che rubano sorrisi al lettore.
Il linguaggio: esso traccia il solco di questo viaggio a ritroso, tortuoso. E’ un linguaggio che oscilla costantemente da un livello denotativo – l’oggetto, la situazione reale - a quello connotativo: l’associazione dell’oggetto ad altro, che innesca disagio, felicità scomposte, ricordo o desiderio.
Il risultato è un’atmosfera onirica, visionaria, che odora insieme di polvere di archivio, soffi di latte di bimbo, vento dello Stretto.
La lettura non è mai stanca, l’attenzione resta vigile e sotto pressione perché viaggia funambola sulla soglia tra appiglio – il concreto - e baratro – l’effetto su di me.
A fine lettura non si acquisisce una informazione, ma una consapevolezza: il male di vivere sa essere maschile. La linea femminile ne è spesso uno spietato, silenzioso specchio riflettente.
Grazie mille. Ha scritto in modo mirabile aspetti del romanzo che non possono sfuggire.