- Autore: C.S. Lewis
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Adelphi
Lewis scrisse nel 1945 l’ultimo volume della famosa scommessa con Tolkien, Quell’orribile forza (Adelphi, 1999, trad. di Germana Cantoni De Rossi), che chiude il cerchio della trilogia cosmica. L’amico non lo apprezzò e anzi lo definì "Quell’orribile libro". Ma i personaggi sono gli stessi. Ransom, che conosciamo dai primi romanzi, diventa simbolo del Bene e attraverso il narratore (che è lo stesso Lewis) è a capo di un’organizzazione che combatte contro il Male nel mondo.
Ma andiamo con ordine. Il romanzo, di non facile lettura, inizia con la dichiarazione di una vendita nel college di Bradton: il Bosco viene venduto a una misteriosa organizzazione chiamata Ince che ha a cuore il progresso scientifico (in realtà, il dominio malefico sul mondo). Tra i docenti troviamo il giovane Mark Staddock, sociologo di belle speranze che, nonostante la giovane età, spera di essere ammesso nella cerchia ristretta dei Progressisti. L’uomo ha una moglie, Jane, donna moderna, che imposta la sua vita su canoni liberali anche se è funestata da terribili emicranie che la portano ad avere delle visioni che puntualmente si avverano. Fino a questo punto il romanzo ha le caratteristiche della campus novel, genere particolarmente caro agli inglesi, in cui si mettono in luce la debolezza del loro sistema universitario. Ma Lewis cambia le carte in gioco.
A poco a poco l’atmosfera si fa tesa anche perché Jane scompare in quanto viene portata a Villa St Anne, una strana abitazione nella quale sono presenti una coppia giovane e una anziana oltre a un misterioso direttore (che altri non è se non Ransom). Gli abitanti della Villa vivono in un’Inghilterra rurale ormai non più possibile al tempi di C. S. Lewis (siamo nel 1945 e il Paese è industriale), eppure hanno una cultura teologica medievale.
Marc dal canto suo viene contattato dall’INCE e ingenuamente accetta di lavorare per loro. Viene portato in una dimora, Bulbary, in cui ci sono personaggi misteriosi e stanze inagibili in cui si muovono presenze inquietanti. Lord Feverstone Frost, Straik, miss Heardcastle rappresentano i vari aspetti del Male nelle sue non felici manifestazioni. Particolarmente inquietante la figura di Filostrato, fisiologo italiano che illustra la sua teoria sull’uomo a Mark: l’umanità deve sparire nella sua corporeità e mantenere la sua intelligenza; niente disabili né razze arretrate con un programma di eugenetica che consentirà agli eletti di dominare il mondo; la scienza, separata dalla morale, dovrà dominare su tutto il mondo. Marc pian piano incomincia a capire che l’Ince non è un’organizzazione benefica e che si è impadronita del college gestito da persone incompetenti e in malafede, e progetta la fuga ma non riesce a portarla a termine, anzi viene condizionato.
A Villa St Anne Jane comincia la sua vita di donna con le sue visioni e di lei si servono i capi per far tornare alla luce Merlino, che a sua volta è ricercato dall’INCE.
Il romanzo, lo devo ammettere, non ha la compattezza presente nella serie di Tolkien. L’autore si perde in descrizioni che rallentano il ritmo ed è troppo preoccupato di dimostrare le sue tesi conservatrici: la scienza e distruttiva e la politica pure. Per lui è auspicabile un ritorno a un’etica cristiana di stampo medievale. Merlino ritorna nella doppia veste di vero e falso Merlino, scombinando i piani di entrambe le organizzazioni. Ci sono equivoci, scambi, rapimenti e addirittura un omicidio, rivelazioni che danno alla seconda parte del romanzo un ritmo più veloce e autentico. E vediamo, come nelle favole, il Male, che fino a quel momento aveva trionfato, piano piano cedere al Bene in un trionfo di gloria e luce. L’autore insiste sui personaggi che diventano simboli: anche quelli buoni hanno i loro difetti come, ad esempio, Mark, che da ingenuo e ambizioso diventa consapevole di se stesso. Jane, moglie infelice, sente di dover cambiare il suo atteggiamento ed essere la moglie devota e sottomessa della tradizione cristiana (e qui Lewis dimostra il suo tradizionalismo cristiano). Altri personaggi modificano il loro comportamento o vengono schiacciati dal Male che li distrugge. Il romanzo è particolare e mescola elementi moderni e medievali realistici e allegorici, secondo me non sempre a proposito. Il ritmo si spezza in molti punti e il lettore non sempre riesce a coordinare le varie parti in modo adeguato, irritandolo non poco.
Lewis sembra voler giungere a un compimento senza riuscirci pienamente. D’altronde l’autore definisce il suo romanzo "una favola moderna per adulti": c’è un senso di ironia forte. Se si volesse riportare l’opera a un genere si può considerarla affine al steampunk (fantasy ambientato in epoca moderna), ma con forti virate verso la fantapolitica. Lewis è contrario all’uso indiscriminato della scienza separata dalla morale, deride l’ambiente accademico (e certe frecciate non le risparmia neppure all’amico Tolkien), il giornalismo ridotto a "trombone della politica", l’idea conservatrice (ma io rispetto le idee dell’autore) della donna, del matrimonio e della società che dovrebbe riscoprire la spiritualità (non si capisce in che modo) medievale, ricca di simboli, un attaccamento tipicamente inglese al concetto di regalità sacra.
Ripensando ai libri precedenti, che ho apprezzato molto, l’opera mi sembra un groviglio di temi che poteva essere comprensibile nel primo Novecento, ma che ora è superato da un modo di narrare più veloce e frizzante. Questo vecchio libro rimane ancorato a un’epoca precisa, ma possiamo leggerlo anche oggi.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Quell’orribile forza
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