“Non siamo tutti uguali”. Per tanti, il cuore non conta, tutto si può pesare, vendere, contrabbandare. Non per Ombra. A 22 anni, alla fine del 1944, crede di dover aiutare le persone, travolte da una guerra che sembrava finita un anno fa, invece è ripresa, diversa e più cattiva, anche lassù al confine tra la Valsolda e il canton Ticino. È un romanzo storico drammatico, il primo del luganese Mattia Bertoldi per il marchio svizzero Gabriele Capelli Editore GCE, La resistente (ottobre 2026, 256 pagine). È pieno di un buon senso evidente e di valori, scritto con convinzione, serena voglia di comunicare e sincero affetto per alcuni dei personaggi.
Tenero con i leali, spietato con gli infami, tollerante con i deboli, è tratto da una storia vera e ci regala una protagonista indimenticabile, Lucia. Si fa chiamare Nichi nell’attività clandestina e non è ancora quarantenne, dotata di tanta forza morale che di uomini ne vale cento, tanto più in quei tempi, nell’Italia del Nord occupata dai nazisti e rastrellata dalle milizie e polizia della Repubblica Sociale di Mussolini.
Dall’8 settembre 1943, tutto è più difficile. Le vicende pretendono da tutti estremo coraggio e trovano spesso le più bieche viltà. Le difficoltà misurano il meglio e il peggio di uomini e donne. La dignità può restare in disparte, ma la bassezza, quella, non si riesce a nasconderla. “Non siamo tutti uguali”. Anche il partigiano Sole (al secolo Mario Bettio) si sente diverso dai disertori e renitenti spaventati che chiedono di raggiungere la sponda svizzera del lago Ceresio. Scappano, invece di restare a combattere i tedeschi e fascisti, andando in montagna con i ribelli. È una scelta che a lui non va giù.
Ogni notte, Lucia lascia la casa di Oria per far “passare” gente sull’acqua. Il Ticinese è la salvezza per soldati che non vogliono saperne più delle armi, per diciottenni e neo coscritti che non vogliono rispondere alla leva della Repubblica fascista. E per ebrei.
Sole è ai remi con lei, sulla barca Keresius. Ombra collabora in modo determinante (è uno “spallone”, un contrabbandiere sul confine italo-svizzero), ungendo con merci di borsa nera la guardia di confine che movimenta uno dei due fari, proiettati nottetempo sul lago. A un orario concordato con Lucia, la luce si spegne temporaneamente. L’imbarcazione scivola sull’acqua al buio.
La splendida protagonista giganteggia, nel risolvere con delicatezza e spirito materno un momento difficile, in una traversata notturna. Un bambino ebreo, in piena crisi asmatica, ha paura di salire sul battello, bloccando tutti. Nichi lo convince parlandogli con un tono tenero e amorevole. Lo tranquillizza, gli mostra la barca, i remi, lo invita a collaborare. Il piccolo si rasserena. Lo scenario cambia di colpo, però. Così l’atteggiamento di Lucia. Una guardia si avvicina con una torcia e lei da madre diventa guerriera, eroina tragica. Spinge la barca a scostare, affondando le gambe nell’acqua fino alla vita, pronta a tutto nel caso risultasse impossibile rimontare su, a costo di mettersi di fronte all’uomo con le braccia in alto, per coprire la fuga degli altri. “Una si sacrifica, il gruppo si salva”.
È sposata, a Bellinzona, con un pittore italiano. Si è trasferita ad Oria, in Valsolda, insieme al secondo maschio di quasi dieci anni, Renzo, e alla piccola Maria Luisa, per fare compagnia a nonno Tiziano nell’estate 1943. Era in progetto il ritorno in Svizzera alla ripresa della scuola. Qualcosa era cambiato a settembre, però, tanto da far credere che la guerra sarebbe finita da un giorno all’altro. Invece, sono arrivati i nazisti e hanno chiuso le frontiere. Obbligano gli italiani a lottare con loro. Non in Valsolda: qui stanno per conto loro, evitano di girare armati, pagano tutto e subito. Forse perché non sono nemmeno tedeschi ma austriaci, senza una gran voglia di combattere.
La storia ricalca quella vera di Lucia Buonvicini (nata a Bellinzona, nel canton Ticino). L’8 settembre 1943 era ad Oria, frazione dell’attuale comune di Valsolda, e da quel giorno si dedicò alla Resistenza, svolgendo missioni fino al maggio 1945, a supporto di chi combatteva per la libertà o di chi cercava di raggiungere clandestinamente la Svizzera. Imprigionata sei volte, resistette alla tortura nel nome di una patria nemmeno sua (sebbene sposata con un italiano). Subì la brama di vendetta di qualcuno.
L’autore dice d’avere trovato emblematico il suo caso: costretta a dividersi tra i ruoli di madre e partigiana. Nel 2024, Bertoldi ha incontrato Renzo, ottantanovenne, che ha condiviso il ricordo della madre con commozione, indicando anche dov’erano i fari che illuminavano la frontiera. La sua percezione di quanto avvenuto contrasta con i luoghi comuni sul periodo. A Oria, le forze tedesche, per esempio, erano considerate quasi innocue dalla popolazione, al contrario della Brigata Nera, comandata dall’efferato Emilio Castelli.
Anche nel romanzo qualcuno cede sotto le torture, le formazioni partigiane subiscono colpi durissimi, raggiunte alla macchia da rastrellamenti a colpo sicuro. Il sospetto si diffonde. I superstiti sono tutti contro tutti, qualcuno ha tenuto duro, altri no. Ma chi?
Fatti confermati da memorie storiche locali, tanto sul mondo del contrabbando, che sul dopoguerra, in piccoli paesi che, “purtroppo, hanno continuato a veder scorrere il sangue sulle strade. Un vento di vendetta ha attraversato l’Italia dal maggio 1945 e ha lasciato molte questioni in sospeso”.
Mattia Bertoldi, Lugano, 1986, laurea in letteratura e linguistica italiana/inglese a Zurigo, è autore di romanzi, articoli di stampa, racconti e serie televisive. Esordio narrativo nel 2017. Primo titolo storico Il coraggio di Lilly (maggio 2022).
- Autore: Mattia Bertoldi
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Straniera
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La resistente
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