Oppio. Storia di una droga dagli Egizi al XX secolo
- Autore: Matthias Seefelder
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Odoya Editore
- Anno di pubblicazione: 2021
Dallo scorso anno, purtroppo, è scattato anche in Italia l’allarme Fentanyl da parte del Dipartimento per le politiche antidroga (DPA), un farmaco oppiaceo derivato dalla morfina, il principale alcaloide estratto dal papavero da oppio che solo negli Stati Uniti ha causato 200mila morti negli ultimi tre anni. In occasione della Giornata Internazionale contro l’Abuso e il Traffico illecito di droga che cade il 26 giugno, vi proponiamo il saggio Oppio. Storia di una droga dagli Egizi al XX secolo (Opium eine kulturgeschichte) di Matthias Seefelder (Odoya, 2021, traduzione di Roberto Bordiga), pubblicato per la prima volta nel 1990 da Garzanti.
Storia, mito, archeologia, medicina, chimica, farmacologia, botanica, politica, letteratura, arte e costume sono i tasselli di un’analisi esaustiva, documentata, di grande interesse che ricostruisce, dal Neolitico al secondo Novecento, la storia di questa pianta, sacra a Demetra e a Hýpnos, le divinità dell’agricoltura e del sonno della mitologia greca, una delle prime fonti sicure a riguardo. L’indagine è affiancata da un corredo iconografico, da tabelle comparative sulla sua produzione nei Paesi coinvolti, da curiose ricette a base di oppio tratte da codici medievali. A suggello una robusta bibliografia prevalentemente anglosassone e tedesca. Coinvolgente come un romanzo, il saggio mira a ricostruire il ruolo giocato in diverse culture dal Papaver somniferum, il papavero indiano bianco il cui succo provoca il sonno e allevia il dolore.
Paleobotanica e archeologia hanno dimostrato che gli uomini delle palafitte utilizzavano il papavero come alimento, anche se ignoriamo di quale specie delle settecento varietà presenti in tutta la superficie terrestre, fatta eccezione per il Sud America. Le prime testimonianze sul papavero che ci interessa provengono da reperti della civiltà post-minoica di Creta risalenti al 1500 a.C. Parliamo del busto in terracotta di una divinità femminile - occhi chiusi, sorriso estatico -, dalla cui testa spuntano tre capsule di papavero a mo’ di corna, che presentano le tipiche incisioni per l’estrazione del succo. Dopo un excursus nelle civiltà della Mezzaluna fertile e in Egitto che ne conoscevano bene l’ambivalenza terapeutica e stupefacente di cura e veleno, la parola passa alla farmacopea Greca che assegnò all’oppio, dal greco òpion, "succo", un ruolo centrale nel theriak, la bevanda addolcita con il miele usata come panacea per tutti i mali. Ma è nell’antica Roma (anche qui l’uso dell’oppio era socialmente accettato) che incontriamo le prime sorprese. Il naturalista Plinio il Vecchio ci ha lasciato preziose informazioni sulle tecniche usate per estrarre la sostanza narcotica, sulle indicazioni terapeutiche, sugli effetti collaterali, sui parametri per stabilirne la qualità. E come se non bastasse, un proverbio, attribuito a Teofrasto di Lesbo discepolo di Aristotele, la dice lunga riguardo la penetrazione della sostanza nell’antichità, che secondo l’autore avrebbe contribuito alla decadenza di Roma: “L’oppio salva da tutto tranne che da sé stesso”.
Tra i consumatori al di sopra di ogni sospetto figurano Petronio, Orazio, Giovenale (morto probabilmente di overdose); gli imperatori Tito, Traiano, Adriano fino al grande Marco Aurelio la cui serenità d’animo, adombra l’autore, non sarebbe merito dell’adesione allo Stoicismo. A seguire una digressione sul Cristianesimo che tentò di regolamentarne l’uso per scopi terapeutici, e inaugurò un proibizionismo che purtroppo non solo ha sempre mancato lo scopo, ma ha alimentato quel mercato nero e quell’economia criminale che flagellano la contemporaneità. Un meccanismo perverso difficile da estirpare:
Per quanto riguarda i narcotici, quale alternativa hanno i governi interessati se non la condanna assoluta della droga, di chi la produce, di chi la smercia? Le cose invece stanno diversamente per quanto riguarda i consumatori: la disponibilità ad aiutarli deve prendere il posto della condanna.
Dopo il Medioevo, più restio sull’argomento in base alle scarse fonti a nostra disposizione, il boom dell’oppio investe il Quattro e Cinquecento per combattere senza successo la peste, la sifilide e le pratiche magiche. Salta all’occhio un bizzarro cortocircuito, perché la droga compare sia nei ricettari delle streghe sia nei preparati contro ogni forma di stregoneria, visto che veniva somministrata a forza per estorcere le confessioni ai malcapitati. Quanto alla società persiano-islamica, ebbe più successo l’hascish usato come stimolante per le scorrerie di bande armate. In Europa solo nel primo Ottocento l’oppio inizia ad essere impiegato sistematicamente come droga ricreativa e creativa, un mito, questo, che l’autore smonta appoggiandosi a studi specifici. Pensiamo a Lord Byron, Percy Shelley, Keats, a Mary Shelley, la donna che inventò Frankenstein, a Thomas de Quincey. Samuel Coleridge lo rappresenta nella ballata incompiuta Christabel come una donna dalla capigliatura selvaggia, seduttiva e fatale. Questa immagine simbolica della droga sarà ripresa da Edgar Allan Poe nel racconto dell’orrore Berenice, da Novalis negli Inni alla notte, da de Quincey nel saggio Il postale inglese, dove ha le fattezze di una giovane che ricorre intrusiva nei sogni apocalittici dell’autore. Last, but non least citiamo i Paradisi artificiali, il poema in prosa immaginifico e potente di Baudelaire sugli effetti delle droghe che lo portarono alla morte.
Dal punto di vista tecnico-scientifico, due svolte del XIX secolo cambieranno l’uso e l’abuso della sostanza. L’introduzione della siringa da iniezione e l’isolamento del morphium dal succo di papavero, che segna la nascita della morfina prima e dell’eroina poi. L’invenzione e le due scoperte chimiche sono tristemente correlate, vediamo come.
Poiché la siringa aveva incrementato la tossicodipendenza facilitando l’assunzione e potenziando gli effetti - pensiamo ai soldati sul campo di battaglia che avevano in dotazione siringhe pronte all’uso, ai feriti, ai mutilati di guerra -, la scienza si impegna per mettere a punto una sostanza analgesica che non comporti la dipendenza. Ha dell’incredibile, ma l’eroina commercializzata nel 1898 nacque con questo intento, anche se di fatto creò nuove generazioni di tossicodipendenti. Qualcosa di analogo era accaduto con la morfina cui si attribuivano virtù miracolose per sconfiggere la piaga dell’alcolismo e dell’oppio. Il risultato? L’alcolista e l’oppiomane diventavano anche morfinomani. Può sembrare insensato combattere una dipendenza innescandone un’altra, ma allora mancavano statistiche a lungo termine sull’assuefazione e da morfina e da eroina. Il fenomeno della dipendenza acquista tutta la sua gravità sociale proprio nel corso del XIX secolo come dimostra la nascita di neologismi a tema: il tedesco opiumsucht e l’inglese addiction.
Tra le vittime illustri della moda importata dall’Estremo Oriente di fumare oppio nei salotti parigini spicca Jean Cocteau, che in Oppio del 1957 riporta il tormento dell’astinenza durante una disintossicazione andata a buon fine. Tra coloro che si fecero tentare dalla morfina, diffusa tra la borghesia di Londra e Parigi come testimoniano preziose tele, anche l’imperatore Massimiliano I d’Asburgo e lo scrittore Jules Verne, per non parlare delle migliaia di soldati diventati tossicodipendenti a seguito delle ferite riportate nella Guerra Civile americana (1861-1865) e nella Guerra Franco-Prussiana (1870-1871). Per l’élite il celebre orafo Fabergé creava le siringhe più care, che nascondevano nell’oro massiccio e nel decoro smaltato la crudezza dell’iniezione. Celebre la battuta di Alexandre Dumas che definì la morfina l’assenzio delle donne.
Accanto alla storia dell’oppio scorre parallela quella della legislazione e della mentalità, perché se nel mondo antico e moderno era generalmente accettato e tollerato, a partire dal Novecento il consumatore abituale di droga diventa colpevole ai sensi di legge e della moralità comune. Occorre precisare che all’epoca dell’uscita del saggio nel 1987, forse la tossicodipendenza non era stata ancora derubricata a malattia come oggi, malattia che in quanto tale dovrebbe essere esente da giudizi e colpevolizzazioni.
Particolarmente incisivi i capitoli sulla “Guerra dell’oppio” (1839-42 e 1856-60) tra Regno Unito e Cina, che non solo diede il via all’imperialismo europeo nel Celeste Impero - infiacchito dalla diffusione dell’oppio già nel XII secolo - ma dimostra la dimensione degli interessi commerciali dietro il commercio della droga, al centro di traffici criminali sempre più aggressivi come insegna la storia recente. Agli amanti delle curiosità è dedicato un capitolo che esplora la natura del sonno e del dolore (accomunati dall’oppio) con una carrellata interpretativa a firma Aristotele, Avicenna, Averroè, Kant fino ai fisiologi di oggi. L’ultima parte si concentra sul flagello dell’eroina dagli anni Settanta in poi, per esaminare l’intera filiera dalla produzione al consumo, la diffusione dell’AIDS, i costi sociali e i progetti di disintossicazione sottoposti a un aggiornamento continuo. Negli anni Settanta furono in molti a morire per overdose come Jimmy Hendrix, Janis Joplin, Elvis Presley.
Oppio. Storia di una droga dagli Egizi al XX secolo di Matthias Seefelder è una lettura completa, avvincente, molto istruttiva su un tema di scottante attualità che, al netto di ogni considerazione, pone l’accento sul nostro rapporto con il dolore, il più antico e tenace nemico dell’uomo.
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Sto leggendo adesso il libro e mi dispiace dirlo, nonostante sia molto interessante e pieno di spunti su cui riflettere, su alcune informazioni non è corretto: presumere che l’oppio sia stata una causa del declino dell’impero romano a mio parere è fuorviante, visto che esistono molte e più solide cause, documentate, come l’instabilità politica, le guerre civili, le crisi economiche, le invasioni di popoli indoeuropei; alcuni errori poi li ho trovati sulle varie informazioni riguardanti i personaggi che menziona come consumatori di oppio (laudano), come Edgar Allan Poe, che non è morto a 24 anni, bensì a 40. Insomma, su alcuni errori, come quest’ultimo, si può anche sorvolare, ma su altri, che sembrano più idee partorite per "spingere" a considerare l’oppio come una potente variabile per la stabilità di intere civiltà, anche no (non ne vedo il bisogno, le guerre dell’oppio sono state davvero un cataclisma per l’impero cinese).
Buonasera e grazie per le precisazioni