- Autore: Suzy Lee
- Genere: Libri per bambini
- Categoria: Narrativa Straniera
- Anno di pubblicazione: 2023
- ISBN: 9781934734391
Mirror (Corraini, 2003) di Suzy Lee è un silent book, un albo illustrato privo di testo, genere per il quale l’autrice coreana è nota (per approfondimenti: L’onda e La trilogia del limite). Lee costruisce una narrazione iconografica silente, ma tutt’altro che muta, che si affida a un gesto primario: guardarsi. Un gesto antico, ancestrale, insito nella natura umana, tratto distintivo della coscienza. Se ci si riconosce allo specchio, si dice, è un primo indizio dell’autocoscienza; lo specchio ci dà la prima prova che esistiamo distinti dagli altri. Tuttavia, Lee sembra mettere in dubbio proprio questo, apre la possibilità che ciò che riconosciamo non coincida mai del tutto con ciò che siamo. Stare davanti a uno specchio, in Mirror, si trasforma presto in un’esperienza evolutiva. La superficie riflettente non restituisce soltanto, ma trasforma la percezione. Diventa una soglia oltre la quale avviene una trasformazione, un passaggio. Nel libro fisico questa soglia è identificata nel centro che divide le pagine, una linea fisica che coincide con quella simbolica.
All’inizio tutto sembra obbedire a una logica di corrispondenza: il corpo si muove, l’immagine risponde. Un accordo silenzioso, quasi una promessa di coincidenza. Eppure è proprio lì che si apre una crepa. Il riflesso esita, poi si sottrae alla funzione di mera replica. Non imita più, ma interpreta. E in questo gesto minimo si incrina l’idea stessa di identità come idem, come ciò che resta uguale a sé.
In una prospettiva lacaniana, tra i 6 e i 18 mesi circa, il bambino, che possiede ancora una percezione frammentata del proprio corpo, si trova davanti alla propria immagine riflessa. Questo non indica solo il momento in cui il bambino si riconosce allo specchio, ma rappresenta una fase fondante della costruzione dell’io. Il bambino si riconosce, sì, ma in qualcosa che è già una costruzione, un’identificazione con un doppio esterno. L’io è dunque diviso da una tensione interna: ciò che crediamo di essere e ciò che vediamo (o immaginiamo) di essere non coincidono mai del tutto.
Suzy Lee sembra essere ben consapevole di questa ambivalenza: quando il riflesso smette di coincidere, emerge qualcosa che per Lacan è sempre già presente. L’identità non è mai completamente stabile, perché nasce da un’immagine che è insieme propria e estranea. Da qui l’idea che lo specchio non ci restituisce semplicemente l’immagine di noi stessi, ma contribuisce a costruire la nostra stessa identità compiendo, nello stesso gesto, un atto di separazione da noi stessi.
La parola identità ha l’interessante origine etimologica di idem, proprio nell’idea che ciò che ciascuno è resta identico a se stesso. Tuttavia, varie correnti di pensiero nel tempo hanno messo in dubbio la fissità di questo concetto. Riflettere su ciò che siamo e ciò che ci identifica non significa che ci inchiodi a una struttura immutabile nel tempo. E allora cosa resta della nostra identità, della nostra immagine riflessa? Una risposta possibile potrebbe portarci verso l’essenza di sé, quell’istanza profonda che ci appartiene, singolare e originale per ciascuno di noi e che sì resterà fedele a se stessa attraversando i mutamenti e le evoluzioni personali.
Andiamo alle origini dell’immagine riflessa. Alle origini dello specchio non c’è ancora un oggetto, ma una condizione: quella dell’incontro accidentale con la propria immagine. Nelle acque immobili di un lago o di un acquitrino, il riflesso appare senza filtri. È qui che si colloca la storia di Narciso, che non tanto si innamora di sé, quanto resta intrappolato in un’immagine che non riesce a nominare. Ciò che vede lo attrae perché gli somiglia, ma lo respinge perché non si lascia possedere. L’identità, in questo primo specchio naturale, è un equivoco: l’immagine appare a Narciso come un altro, desiderabile e irraggiungibile perché ogni tentativo di toccarlo o possederlo si risolve nella dissoluzione dell’immagine stessa, un’immagine fragile sostenuta soltanto dalla mutabilità dell’elemento dell’acqua.
Con la scoperta dei metalli e l’ingresso della tecnica per lavorarli, il concetto di immagine riflessa cambia. Non è più un’apparizione fortuita, un incontro naturale e fugace, ma una costruzione, un gesto volontario. In questo passaggio si inserisce la figura mitologica di Efesto, il dio fabbro, legato all’elemento del fuoco, storpio e sposo di Afrodite, dea della bellezza e dell’amore. Interessante il legame tra il fuoco che plasma i metalli e il fuoco dell’amore, nonché rilevante il fatto che lo sposo storpio, costruendo lo specchio, cerchi di catturare e forse di trattenere l’immagine sfuggente della bellezza, introducendo una nuova relazione tra uomo e immagine.
Lo specchio metallico non nasce per caso: è prodotto, levigato, reso capace di restituire una figura stabile, dando l’illusione di poterla arrestare, possedere. Chi possiede uno specchio possiede anche l’immagine che vi si riflette. Ma questa stabilità ha un prezzo. Se l’acqua ingannava perché troppo mobile, inafferrabile, il metallo è al contrario persino troppo preciso. L’immagine sembra finalmente coincidere con chi guarda, ma è una coincidenza illusoria perché mediata dal filtro dei nostri occhi, già interpretata.
Tra Narciso ed Efesto si disegna così una tensione: da un lato un riflesso che sfugge, dall’altro un riflesso che si impone. Nel primo caso l’identità si dissolve nell’impossibilità di afferrarsi; nel secondo rischia di irrigidirsi in una forma che dà l’illusione di essere definitiva. Mirror dialoga con questi poli opposti restituendo un’unica certezza: ovvero l’incertezza dell’immagine riflessa che ogni specchio, naturale o artificiale, restituisce, senza mai garantire una risposta univoca su ciò che siamo attraverso ciò che appariamo. L’apparenza stessa viene messa in discussione e ci costringe a confrontarci con un’immagine che ci somiglia senza coincidere del tutto.
Il doppio che emerge non è una copia imperfetta, ma una delle possibili versioni. Ricorda la figura di Giano bifronte: due volti che non si sovrappongono, ma coesistono, ciascuno rivolto a una direzione diversa. Non si tratta di scegliere tra uno e l’altro, ma di saper restare in quella duplicità, accettare che l’io abbia più fronti, talora anche opposti, creando un margine di flessibilità e di potenzialità
La letteratura ha spesso abitato questo spazio. In Through the Looking-Glass (Attraverso lo specchio), séguito di Alice’s Adventures in Wonderland (Alice nel Paese delle meraviglie), attraversare lo specchio significa entrare in un mondo che non capovolge soltanto la realtà, ma ne mette in discussione le regole più elementari. Anche qui il riflesso non è mai neutro: è uno spazio in cui l’identità si disloca, si moltiplica. Diversa è la prospettiva in The Picture of Dorian Gray (Il ritratto di Dorian Gray), dove il doppio si separa dal corpo e si deposita in un’immagine altra, che accumula ciò che il soggetto rifiuta di vedere. Ma la tensione è affine: ciò che dovrebbe riflettere finisce per rivelare. In entrambi i casi, lo specchio non conferma, piuttosto mette in luce.
Nell’opera di Luigi Pirandello, l’immagine di sé si frantuma fino a diventare irriducibile a un’unica forma: in Uno, nessuno e centomila (1926), il protagonista scopre, a partire da un dettaglio minimo, il proprio naso, che, guardandosi allo specchio, scopre per la prima volta leggermente storto, che l’io non coincide mai con l’immagine che gli altri restituiscono. Ogni sguardo costruisce una versione diversa, e l’identità si disperde in una molteplicità: si è uno per sé, centomila per gli altri, e dunque nessuno in senso stabile. Un analogo percorso compie Emmanuel Carrère in La Moustache (I baffi, 1986), dove il taglio dei baffi, che il protagonista considerava il suo segno distintivo, innesca uno scarto inquietante tra percezione e riconoscimento: il protagonista li rade, ma nessuno sembra accorgersene, come se quell’immagine non fosse mai esistita. Tanto è lo scarto che la negazione dell’esistenza dei baffi da parte del mondo circostante porta il protagonista a dubitare di se stesso e della propria sanità mentale. In entrambi i casi, l’identità si fonda su un fragile accordo tacitamente stipulato tra ciò che si crede di essere e ciò che viene visto dall’esterno, patto che può rompersi per un dettaglio minimo, aprendo una voragine in cui l’immagine non riflette più la sostanza di sé, ma disorienta.
La bambina disegnata da Lee si inserisce proprio in questo contesto filosofico-letterario, dando voce, paradossalmente senza parole, a questo scarto che rinnova il dialogo con l’Ombra di junghiana memoria. L’Ombra è ciò di cui non siamo coscienti, ciò che rifiutiamo di vedere, il non detto neppure a noi stessi, la nostra parte silente, appunto, che riemerge prepotentemente nelle immagini dell’inconscio. Lo specchio di Lee ha il potere di restituire magicamente ciò che l’Ombra suggerisce e che finora era rimasto intrappolato nel nostro inconscio. Nella restituzione di matrice onirica da parte di questo specchio alchemico la bambina rimane disorientata. La linea che attraversa le pagine, quella piega che divide e unisce, diventa allora il vero centro del racconto. Non è solo un confine grafico e tecnico, ma un confine, una soglia che chiede di essere attraversata. Tutto accade lì, in quella sottile frontiera dove l’immagine può ancora coincidere oppure già divergere. Mirror non racconta la scoperta di un’identità, piuttosto la scoperta dell’instabilità dell’identità stessa. Lo specchio, che crediamo illusoriamente essere uno strumento di conferma, si rivela per ciò che è davvero: un dispositivo di trasformazione.
L’idea di utilizzare come protagonista di questa avventura una bambina riporta questo libro in un contesto di quella letteratura infantile che può essere letta a tanti livelli. Lee si inserisce in quel filone che usa l’infanzia come spazio simbolico per interrogare l’identità, il linguaggio, il rapporto con il reale, come Pinocchio, Alice, Peter Pan, per prendere gli esempi più noti. Si tratta di un filone che permette al lettore di ogni età di identificarsi e, per gli adulti, di tornare in contatto con quella parte di sé infantile che guarda alla realtà con meraviglia ma che torna anche all’origine della propria costruzione identitaria. Allo stesso modo in Mirror, Suzy Lee mette in scena, con una semplicità solo apparente, una profondità psicologica che conferisce alla narrazione iconografica diversi piani di lettura. Il libro si chiude senza risolvere questa tensione, lasciando la bambina, e così il lettore, sulla soglia.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Mirror
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