Jacques Mercanton, giovane studente svizzero di Letteratura all’Università di Losanna, incontrò James Joyce negli ultimi anni di vita del grande scrittore irlandese, divenendone amico e confidente. Viaggiò molto in Francia, Germania e Italia e scrisse opere su Sylvia Beach, Virginia Woolf, Eliot, Mauriac e Malraux, oltre che racconti e saggi musicali. Le ore di James Joyce (Il Nuovo Melangolo, 1992, traduzione di Laura Basile) narra del loro tempo insieme, delle conversazioni e della loro frequentazione.
Si incontrarono per la prima volta a Parigi nel 1935 in occasione della stesura di un saggio sull’Ulisse da parte di Mercanton, e da quel momento fra i due ebbe inizio una confidenza che si sarebbe conclusa soltanto alla morte di James Joyce. Questo qui proposto è un toccante ritratto di Joyce, scrive Laura Basile nella nota al libro, nei suoi due ultimi anni tormentati, nel momento in cui l’Europa si inoltrava nel buio della guerra.
Mercanton prendeva nota delle ore trascorse insieme, delle malinconie dello scrittore, della semi-cecità, delle passeggiate e delle sue strane giacche da camera. Un ritratto fedele, scrive nella prefazione al libro, dei suoi momenti in vacanza e al lavoro. Il salotto di casa Joyce aveva mobilia elegante e sobria, una riproduzione di Vermeer, delle foto e alcune belle edizioni di Ulisse nella libreria a vetri. Joyce era nella sua poltrona, una sigaretta tra le dita, il volto assorto, “perso nel suo sogno senza miraggi”. Il suo era un sorriso evasivo ed era padrone della sua arte, un grande virtuoso del linguaggio, giocava con le parole, cercava assonanze.
Faceva cantare sulle sue labbra le sillabe melodiose prestando orecchio alla sua eco.
Lo sguardo attraverso le spessi lente, i suoi occhi quasi invisibili dietro gli occhiali, una lente era più spessa dell’altra quasi opaca. Il viso magro, sofferente, triste; la sua giacca da camera, le gambe incrociate e il piede dondolante. Mercanton si era presentato per la prima volta in rue Edmond Valentin a Parigi per presentargli lo studio che aveva terminato sulla sua opera. Joyce, prendendolo sottobraccio, gli racconterà di avere ascoltato la trasmissione a Radio Dublino nella quale un professore universitario aveva avuto parole di stima per la sua vita e le sue opere. “È la prima volta da trenta anni che si pronuncia il mio nome laggiù...”.
Il nostro autore era entrato nelle sue grazie e nella famiglia dello scrittore. Racconta al giovane Jacques alcuni aneddoti sulla vita letteraria di Parigi, tra i quali l’incontro con Proust una sera in cui lo scrittore francese non parlava altro che di duchesse, mentre Joyce disse di essere interessato semmai alle loro cameriere.
Sempre accanto vi era Mrs. Joyce, instancabile compagna di una lunga vita in comune, che con tenerezza sperava di poter ricevere una medaglia d’oro per i decenni trascorsi al suo fianco, dal primo giorno che lo aveva incontrato con la sua fisionomia strana e severa. Tuttavia nella voce di Joyce, scrive l’autore, c’erano anche lacrime. Confiderà al giovane amico dei problemi mentali di cui soffriva la figlia, le difficoltà con l’editore, il figlio lontano, gli amici ebrei che fuggivano dall’Austria e l’incubo nazista. La malattia della figlia aveva gettato un’ombra sulla loro vita familiare.
Questo grande artista prigioniero della sua opera è l’uomo più presente per i suoi familiari, alle cure della sua famiglia, alle difficoltà materiali e morali della vita: è l’uomo più sincero e il più fedele.
Le passeggiate insieme a Losanna, Montreux, Friburgo, la bellezza dei luoghi intorno per i quali Joyce rimaneva incantato, il ricordare l’Irlanda in quel suo esilio perpetuo e la sua gioventù intonando le vecchie canzoni irlandesi. E gli anni di Trieste, lodando la nostra bella lingua per l’ammirevole ricchezza di bestemmie, testimonianza di un popolo antico, credente e civilizzato. Uno scrittore che rifuggiva dalla mondanità e dalle manifestazioni letterarie, che trovava la sua cura nelle letture di Valéry, nei versi di Orazio che preferiva a Virgilio per le sonorità raffinate, e Keats per il suo mistero, l’enigma dell’anima.
Era un amante della musica, dava piacere al suo cuore in ansia. Le arie di Rossini, Verdi, una musica fine e brillante, generosa per le voci, rispondeva alla sua umanità. Gli ultimi anni furono drammatici, l’Europa era sull’orlo del baratro e Joyce vedeva la minaccia della guerra. “Oggi si è immersi nella guerra ancor prima che cominci”. Iniziò un periodo difficile, la Francia era stata occupata e lo scrittore voleva trasferirsi con la sua famiglia in Svizzera. Un’impresa non facile che lo condurrà una sera di metà dicembre del 1940, dimagrito e stanco, finalmente giungere a Losanna.
Rivedo ancora la sua sagoma snella sulla banchina della stazione, nell’ombra di quel crepuscolo invernale, il volto pallidissimo, invecchiato, segnato dalla fatica di quei giorni. Avanzava al braccio di sua moglie come un cieco, in mezzo alla folla, che dominava con la sua altezza, il cappello abbassato sugli occhi, il bastone in bilico al polso, ancora una volta così solo sulla terra. E quella sera mi sembrò che arrivasse da molto più lontano che da quella Francia così vicina, e tuttavia separata, da molto più lontano, anche, che dalla sua Irlanda natale, alla frontiera dei mari. Entrava nell’esilio eterno.
Le ore di James Joyce è un emozionante ricordo dello scrittore nella sua quotidianità, nei suoi affetti, nel suo amore per la musica e per il canto, nel candore delle sue risate, nella tristezza che avvolgeva le sue giornate, nella curiosità delle domande rivolte al giovane autore con fiducia e in piena sincerità.
- Autore: Jacques Mercanton
- Genere: Storie vere
- Categoria: Narrativa Straniera
- ISBN: 9788870181616
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Le ore di James Joyce
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