- Autore: Salman Rushdie
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Mondadori
- Anno di pubblicazione: 2024
- ISBN: 9788804789642
Nel giorno dell’investitura del nuovo presidente, quando noi temevamo che potesse essere assassinato mentre camminava mano nella mano con la sua eccezionale consorte tra ali di folla acclamanti, […] un ultrasettantenne re senza corona arrivò da un paese lontano a New York con i suoi tre figli senza madre per prendere possesso della sede del suo esilio, fingendo che non ci fossero problemi nel suo paese, nel mondo e nella sua storia personale. […] Gli otto anni successivi, gli anni del quarantaquattresimo presidente, furono anche gli anni del sempre più erratico e allarmante dominio, su di noi, di colui che si faceva chiamare Nero Golden, non un re vero e proprio, e alla fine si ebbe un vasto e – metaforicamente – apocalittico incendio.
Inizia così, inizia meravigliosamente così sarebbe bene precisare, La caduta dei Golden di Salman Rushdie (Mondadori, prima edizione del 2017, trad. di Gianni Pannofino), un romanzo che, all’interno dell’inclassificabile e insuperabile produzione dell’autore britannico di origini indiane poi naturalizzato statunitense, si staglia con una grandezza irraggiungibile per una maturità stilistica e contenutistica di ineguagliabile valore. Si sprecano gli elogi, quando si parla dell’autore de I figli della mezzanotte, eppure non sembrano mai abbastanza, perlomeno quando si affrontano le pagine di questo suo capolavoro.
La trama è presto detta. Il giorno dell’investitura di Barack Obama fa la sua entrata ai Gardens, un ammasso residenziale di estremo lusso in piena New York, un uomo, il suddetto Nero Golden, che insegue un vecchio sogno universale: approdare negli States e mutare in toto, diventare altro, farsi nuovo, lasciandosi alle spalle la vecchia vita con tutto ciò che quest’ultima comporta per ricominciare da zero, progetto ambizioso ma fattibile se, come questo sovrano senza trono né corona, la metamorfosi avviene non tramite i vecchi piroscafi carichi di immigrati dal vecchio continente ma, bensì, con in tasca una fortuna e un patrimonio incalcolabili. L’aspetto più bislacco è che, nel necessario cambio totale di identità e quindi di fronte alla scelta di nuovi nomi, questi quattro individui misteriosi abbiano virato verso la mitologia e la storia greco-romane: Nero (che sta per Nerone, il celebre imperatore romano) Golden si presenta così come il padre di Petronius (detto Petija), di Lucius Apuleius (detto Apu) e di un terzo ragazzo, avuto da una relazione extraconiugale, chiamato Dionysus, anche se preferisce semplicemente presentarsi come D.
A osservarli e parlarci di loro è Renée, un aspirante sceneggiatore figlio di professori che rimane folgorato da questa combriccola altisonante installatasi a pochi passi da casa sua e sbucata da non si sa bene dove, fino a ritrovarsi quasi a spiarli, poi a entrare nelle loro grazie e infine (ma in realtà ci sarebbe molto altro da annunciare) a diventarne una sorta di confidente, un habitué del loro immenso appartamento. L’idea è troppo ghiotta per tirarsi indietro: i Golden sono un vero e proprio soggetto d’oro per una sceneggiatura, e l’unica cosa da fare è osservarli e prendere appunti, sbrogliando la matassa di misteri e segreti di cui si sentono gli unici eredi ma che, ben presto, inizia a sversarsi fuori da microscopiche fratture sempre più ampie e a mostrarsi alla luce del sole. Ovviamente, come già annuncia l’incipit del romanzo e come insegna il celebre principio della pistola di Čechov, se c’è nei paraggi qualcuno che porta il nome dell’orribile discendente della dinastia giulio-claudia, la storia non può che finire con un incendio distruttore.
La caduta dei Golden racconta le mille avventure dei quattro individui, fra scalatrici sociali russe e gallerie d’arte, attacchi terroristici in India, dubbi sul genere, figli illegittimi che ereditano cognome e immobili, oroscopi del sudest asiatico e vendette tardive, mentre si profila, con l’avvicinarsi del decennio successivo, l’elezione del successore del primo presidente nero degli Stati Uniti, presentato come un joker orrendamente buffo che si fa avanti a colpi di fake news, schiamazzi e voltafaccia. Il tutto raccontato unendo letteratura e fumetti, capolavori della settima arte e citazioni poetiche di Walt Whitman, riferimenti al folklore del subcontinente indiano, rimandi ellenici, videogiochi, icone ortodosse, arte contemporanea e Nouvelle Vague, il parossismo scoppiettante del postmodernismo di Rushdie.
Con questo romanzo, uno degli eterni candidati al Nobel affronta in maniera diretta almeno tre tematiche di estrema importanza. Anzitutto l’identità: il golden che i quattro individui si sono scelti o si sono visti imporre come patronimico sembra indicare, più che la natura del materiale di cui sono fatti (e che pertanto è impossibile mutare), la patina dorata con la quale hanno tentato di imbrattarsi alla meno peggio, patina che col passare del tempo, sotto l’usura, ha iniziato a scagliarsi, a colare via come un trucco mal applicato. Le metamorfosi sono di certo affascinanti, ma viene da chiedersi se il camaleontico mutare sia realmente possibile, e quanto possa durare. A questo va collegata la tematica del passato, lasciato alle spalle ma che galleggia, rapido, fra gli oceani e che raggiunge, al massimo con un po’ di ritardo, il proprio proprietario, sempre. E infine La caduta dei Golden è il grande affresco dell’America di oggi e, più in generale, dei nostri tempi, e ci invita a osservare la catastrofe della vittoria di chi urla più forte, l’apocalisse del falso che ha la meglio sul vero, lo sbandamento di chi si ritrova catapultato controvoglia verso gli aspetti più scimmiotteschi del potere, delle elezioni e della democrazia, consigliandoci di restare vigili ma anche di ripiegarci alla sincerità nei nostri rapporti, alla cura sempre attenta del nostro piccolo, personale giardino.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La caduta dei Golden
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