- Autore: Salman Rushdie
- Genere: Raccolte di racconti
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Mondadori
- Anno di pubblicazione: 2026
Tre anni dopo l’attacco quasi fatale che ha subito durante un convegno a Chautauqua, raccontato e descritto nel precedente Coltello, lo scrittore Salman Rushdie torna alla narrativa con un nuovo libro, portato in Italia da Mondadori nella felice traduzione di Luigi Maria Sponzilli, che conferma (come se qualcuno l’avesse mai messo in dubbio) la sua più grande capacità: saper mostrare la complessità del reale con la penna in equilibrio sulla punta del naso e un “c’era una volta” perennemente sulle labbra. L’undicesima notte raccoglie cinque racconti di lunghezza varia, che nel mondo anglosassone oscillerebbero fra il genere della novella e quello della short story, eterogenei nella loro natura ma con degli evidenti e solidi punti in comune.
Già col citato resoconto dell’aggressione Rushdie si era detto impossibilitato a raccontare altro se non di quell’incontro così tanto ravvicinato con la morte. Continua a mescolare questa grande tematica, questa ineluttabile tanto quanto misteriosa stretta di mano con la fine anche in queste cinque storie; d’altronde, il titolo fa riferimento alle undici della sera della vita, quell’ora più che crepuscolare che degrada verso la conclusione.
Se la vecchiaia può essere paragonata alla sera, che termina nell’oblio della mezzanotte, per loro erano abbondantemente passate le undici.
è la frase di Rushdie che l’editore ha scelto di mettere in quarta di copertina. Molti sono infatti i personaggi anziani che si muovono fra queste pagine, e quasi altrettanti i congedi dalla vita che si presentano ora a inizio di una storia, ora alla sua fine. In Nel sud, per esempio, la prima delle storie proposte, è su una coppia di anziani amici un po’ bisbetici e assai diversi che piomba la morte, in sella a un motorino; In ritardo, invece, una ghost story poco gotica, si apre proprio nel momento in cui l’Honorary Fellow S.M. Arthur si accorge di essere morto, con l’anima (o lo spirito? o quale altro termine? neppure lui lo sa) che si sveglia come d’abitudine ma che si accorge ben presto di come il corpo, col quale era solita fare un tutt’uno fino alla sera prima, sia rimasto riverso sul letto, sotto forma di cadavere. E c’è anche la morte che si camuffa da scomparsa, come nelle pagine di Oklahoma, e che lascia spazio a tutta una serie non soltanto di dubbi, ma di imboscate e tranelli, a dimostrazione di come l’assenza, anche quella finale, si declini in infiniti modi.
Ma L’undicesima notte è soprattutto intessuta di vecchiaia; anche in questo Salman Rushdie dimostra di aver dato corpo alla sua sensibilità più strettamente connessa al suo vissuto. Quella che scocca sessanta minuti prima della mezzanotte è forse l’ora dei ripensamenti, delle riflessioni portate dal vento dei ricordi e, inoltre, quella delle rese dei conti. Nell’ultimo dei racconti citati, in un dialogo fra uno scrittore e una sorta di uomo senza identità ben definita, quest’ultimo riassume così la necessità del loro incontro:
“Per come la vedo io” rispose l’uomo nell’ombra, “ci sono tre ragioni possibili. Il perdono, che è una transazione fra esseri umani. L’assoluzione, che è una transazione fra un uomo e il suo dio. E infine la vendetta”.
E ce n’è tanta, in queste pagine, di vendetta. Lo spirito dell’Honorary Fellow S.M. Arthur, incatenato in un limbo nebbioso, non resiste alla seta di questo sentimento poco nobile e raggela un vero e proprio “nemico”, o meglio un individuo che gli ha rovinato la vita e il corpo, prendendo posto sopra di lui (sarebbe meglio dire “combaciando in lui”, una possibilità che la sua ectoplasmica nuova natura gli permette) e gli infesta l’esistenza fino a vederlo crollare, umanamente e pubblicamente. O ancora la ragazza protagonista de La Musicista di Kahani, che dopo vomitevoli soprusi da parte del marito attua una vendetta cosmica col solo potere della sua musica; basta conoscere anche solo a spizzichi e bocconi le vicende di vita dell’autore per carpire tutta la potenza di questa vendetta attuata attraverso il solo, immenso potere dell’arte.
Eppure mi sembra di sbagliarmi a incentrare tutto su questo senso di rivalsa. L’undicesima notte contiene un po’ tutto della “terza età”: è pieno di riconciliazioni, di perdono, di litigi da coppia che ha passato insieme tre quarti della propria vita e di nostalgia. Su quest’ultimo aspetto, Salman Rushdie utilizza queste storie anche per ritornare a sé e alle sue origini, addirittura per rimettere piede e passeggiare nel suo quartiere natale, quello di Mumbai che fa da ambientazione al capolavoro I figli della mezzanotte. E poi, ovviamente, ci sono, in questa sua stupefacente prosa che sa mescolare insieme tutto il contenuto della parola umanità, i temi e gli autori cari a Rushdie: fra i primi, i dilemmi dei migranti, l’osservazione dei tempi che virano verso la falsità spacciata come legge, lo stato moribondo dell’occidente e degli Stati Uniti in particolare, le frontiere più o meno porose fra stati e tra realtà e immaginazione; e fra i secondi, Calvino e Kafka, Collodi e Borges.
C’è poi, infine, un meraviglioso condensato di tutto ciò. Nell’ultimo racconto, alquanto breve, intitolato Il vecchio nella piazza, la fantasia di Rushdie si fa fuoco d’artificio. Ci sono un vecchio, una società sintetizzata in un villaggio, un potere che gioca con l’ovvietà del “sì” e del “no” (cioè che impone ciò che è vero da ciò che non lo è, il giusto e tutto quello che è sbagliato, cosa dire e cosa tacere) e infine c’è il linguaggio, impersonato da una bella fanciulla che prende posto ai tavolini di un bar e osserva. Non è per nulla facile – perché è attualità condensata in un racconto fantasioso –, non è facile, dicevo, leggere fra queste pagine di un terribile destino non poi così improbabile: anche la lingua, anche il modo in cui ci esprimiamo per indicare le cose e parlare di noi stessi, rischia di sentir schioccare paurosamente la propria undicesima ora.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: L’undicesima ora. Un quintetto di storie
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