Il dito in bocca
- Autore: Fleur Jaeggy
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Adelphi
- Anno di pubblicazione: 2025
La prima parte del libro di esordio di Fleur Jaeggy è oscura e incomprensibile, perché ci siamo abituati a trame lineari, mentre Jaeggy scrisse il libro su più "livelli", nel 1968. Aveva fatto già molte cose, nel frattempo, traduzioni, scritti adattati per canzoni, addirittura la modella, da giovane, ma quel libro restava lì, con il titolo Il dito in bocca (Adelphi, 2025), uscito in un anno particolare, il 1968, quel periodo della contestazione giovanile dove nemmeno i libri senza trama andavano bene. Ma lei era sopra delle parti e continuò la stesura del libro.
Il dito in bocca è quello di Lust, questa donna che ha il vizio di tenerlo tra le labbra, come se fosse ancora piccola. Lei si difende dai dottori, dicendo che è una pratica che da adulti fa un po’ schifo ma che, in realtà, non le interessa guarire. Anche chi fa parte della narrazione cambia continuamente; se prima era Lust a scrivere, ora lo scritto diventa impersonale, e questo gioco di cambiare chi scrive va avanti fino alla fine.
Tutto questo capita in un treno, e ci sono avvenimenti che dice ad alta voce, altri ricordi li lascia per sé stessa, come l’amicizia per Armance:
Detesto gli amici di Armance, non li posso più vedere, guardo sempre l’orologio e non se ne vanno mai, e poi non mi diverto, d’altronde mi sembra assurdo aspettare la notte per conversare con lei.
Che ne sarà di Lust, se non può parlare a tu per tu con l’amica? Diventa tutto piatto e noioso. Le parole di Fleur Jaeggy sono affilate e senza redenzione; basta non avere l’amica tutta per sé e Lust va in confusione, diventa infelice e senza motivi per vivere. La verità è che Lust non sta bene, sta in una clinica psichiatrica e quindi gli avvenimenti, che fa passare per recenti, sono accaduti tempo addietro.
D’altra parte ci sono la madre, Marween Lee, e lo zio Joachim, che dice cose orrende su Warween, quando entrambi erano in Africa. La donna faceva sesso con tutti gli uomini di colore e appetibili tanto da star male e di morire a Gibuti, un piccolo stato vicino alla Somalia. Ora è lo zio a condurre la narrazione, e parla e si confronta con Lust come fosse un padre più che uno zio paterno. Uno zio padre dice l’autrice.
Poi c’è di nuovo una mancanza totale di leggibilità, anche se Fleur Jaeggy non toglie nulla dal romanzo: che si tratti di una scimmia albina o del Costoro. Anche Joachim ha gravi problemi, se mangia le uova con tutto il guscio o si chiude in camera sua per interi giorni.
Mentre si finisce la lettura, si ha l’impressione di aver capito tutto, mentre in realtà le parole della Jaeggy sono aforismi sbozzati, cioè senza una forma ancora, e i personaggi sono incubi della mente. Libro sospeso, opaco, impenetrabile ma stilisticamente raffinato, Il dito in bocca resta la prova più ardua di Fleur Jaeggy.
Il dito in bocca
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