26 gennaio 1943, “Tridentina avanti!”: il terreno era gelato, il nemico in forze, ma l’ordine del gen. Luigi Reverberi venne eseguito. Le penne nere sfondarono le difese russe che chiudevano in una sacca la Divisione alpina in ritirata dal Don. Riaprirono la strada verso occidente, restituirono una speranza di salvezza a una parte del contingente. Restavano però 700 chilometri da percorrere a piedi, nella neve alta e con tante notti da trascorrere trovando obbligatoriamente un riparo, a decine di gradi sottozero. All’inferno o alla gloria. L’eroismo degli Alpini della Tridentina sulla strada per Nicolajewka (marzo 2025, collana "Pagine Militari", 204 pagine): Orazio Ferrara e la casa editrice IBN hanno dedicato a quegli eventi un lavoro molto sentito dall’autore, grande conoscitore-ricostruttore di vicende di guerra. Un volume illustrato con numerose immagini in bianconero nel testo, in gran parte tratte dall’archivio del marchio editoriale romano, Istituto Bibliografico Napoleone, specializzato in storia militare oltre che aeronautica e aerospaziale.
Ferrara (1948), nato a Pantelleria, vive a Sarno. Già responsabile della Biblioteca Comunale, scrittore e saggista, collabora a diverse riviste a diffusione nazionale. Ha pubblicato tantissimi libri, molti dei quali per IBN di via dei Marsi.
L’epico “all’assalto” del comandante dell’unità nella steppa russa ricorda quegli slogan (allora non si chiamavano così) della propaganda bellica, come il mitico “Tutti eroi sul Piave o tutti accoppati”, dipinto sul muro superstite di un casale diroccato. Ma nei fatti è storia vera: l’ordine del gen. Reverberi si è rivelato la sintesi, nemmeno retorica se vogliamo, di una volontà granitica, del sacrificio di tanti e di un coraggioso sfondamento contro tutto e tutti.
I 61mila alpini delle tre Divisioni, Tridentina, Julia, Cuneense, erano stati coinvolti per ultimi dalle pesanti offensive dell’Armata rossa nel settore del Volga e del Don. Le prime due (denominate Urano e Piccolo Saturo) si erano concluse con l’accerchiamento dell’8a armata tedesca a Stalingrado e nel dicembre 1942 con la rottura delle linee meridionali tenute anche dalla fanteria italiana. La terza, l’operazione Ostrogoshsk-Rossoch, investì il 12 gennaio 1943 il settore sul quale erano schierati il Corpo d’Armata Alpino, più i fanti della Vicenza. Sui fianchi, la 2a Armata ungherese e il XXIV Corpo corazzato tedesco. Obiettivo dell’ennesima manovra a tenaglia: avvolgere il nemico in una grande sacca, rastrellare le unità rimaste all’interno.
Mentre al centro gli alpini resistettero testardamente, gli ungheresi a nord e la Vicenza e i carri armati tedeschi a sud vennero spazzati via dalle armatissime unità sovietiche. II 15, i corazzati erano penetrati a Rossock, sede del Comando generale alpino. I russi vennero respinti, ma il giorno dopo tornarono e occuparono il centro nevralgico. Tuttavia, i Comandi tedeschi e italiani credevano ancora possibile resistere sul posto a oltranza. Trascorsero molte ore, un ritardo fatale, prima di ordinare il ripiegamento.
Solo col nemico già a Karpenkovo, quindi alle spalle del Corpo d’Armata alpino, il 17 gennaio, il Comando ARMIR fu obbligato ad autorizzare la ritirata anche per le penne nere. Troppo tardi. Questo costrinse la Tridentina a battersi alla disperata per aprirsi la strada a Nicolajewka, dopo undici combattimenti precedenti sanguinosi. Altri, non lontano, lottarono generosamente a Valujki, ma senza successo, il 28 gennaio 1943. Scomparvero la divisione alpina Cuneense, la Vicenza di fanteria e quello che restava della Julia.
Eppure sarebbe bastato deviare di poco verso nord e trovare il varco libero o almeno meno guarnito. Ma pur essendo ad una manciata di miglia da Nicolajewka, quell’ordine non arrivò mai.
In quei tragici giorni, scrive Ferrara, gli alpini giurarono di finire all’inferno piuttosto che arrendersi. Andarono incontro alla gloria, tutti, i caduti e i sopravvissuti. La Tridentina fu la nostra unica grande unità ad uscire
praticamente imbattuta dalla disastrosa campagna di Russia, scrivendo, per la storia, una rara pagina di valore militare in quella vittoriosa battaglia. Una limpida vittoria delle armi italiane anche se conseguita nel corso di un’apocalittica ritirata.
La motivazione della medaglia d’oro al valor militare conferita al gen. Luigi Reverberi (cerimonia di consegna il 21 gennaio 1951, a Brescia) mette in evidenza il suo comportamento nella battaglia: lo vede montare sopra un carro armato e incitare con la voce e con i gesti gli assalti dei suoi alpini.
Non tutti eroi in Russia, però. Si verificarono episodi negativi. Interi reparti italiani, ungheresi, rumeni e in misura ridotta anche tedeschi, gettarono le armi e sbandarono, spesso per colpa di comandanti non all’altezza. Sguarnirono i fianchi del Corpo d’Armata alpino e trasformarono un accorciamento di fronte in una rotta disastrosa. Quella massa informe di sbandati ostacolò non poco i reparti combattenti, intralciando la marcia e i movimenti negli attacchi.
Nella Tridentina, militarono in Russia e nella ritirata il cappellano militare don Carlo Gnocchi, poi angelo dei piccoli ciechi, beatificato nel 2009. Anche il celebre Mario Rigoni Stern, asiaghese, montanaro e scrittore: il suo romanzo più noto, “Il sergente nella neve (1953), racconta la sua ritirata di Russia. Sono anche noti, Cristoforo Moscioni Negri, da Pesaro, il “tenente Moscioni” dello stesso Stern e Benvenuto (Nuto) Revelli, cuneese, ufficiale effettivo promosso tenente per merito di guerra, battaglione Tirano del 5º Reggimento alpini. Era uno dei reparti della Tridentina, con l’Edolo e il Morbegno, insieme al 6° Rgt. (Verona, Vestone, Val Chiese), al 2° Artiglieria Alpina (Gruppi Bergamo, Val Camonica) e un Battaglione Misto Genio, più unità di supporto e logistica.
Motto: “Tridentina, avanti!”, precedentemente “Salire e durare”.
- Autore: Orazio Ferrara
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2025
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: All’inferno o alla gloria. L’eroismo degli Alpini della Tridentina sulla strada per Nicolajewka
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