Da nessuna parte
- Autore: Yasmina Reza
- Genere: Storie vere
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Adelphi
- Anno di pubblicazione: 2026
Ci sono lettori che la amano follemente, altri che non capiscono questo entusiasmo per una scrittura così barocca ma al contempo ordinaria, che chiamiamo stile. Yasmina Reza non è solo amata in Francia, ma anche in altri paesi europei e negli Stati Uniti, ed è da poco uscito questo libro breve dal titolo Da nessuna parte (Adelphi, 2026, traduzioni di Anna Morpurgo, Daniela Salomoni e curatela di Ena Marchi), che riprende scritti del 1997 e del 2005.
L’inizio è una sfilata di negazioni e di smemoratezze varie. Reza non ha una patria, non c’è un paese che raccoglie i suoi rimpianti, non ricorda molto, a prescindere da una voluta umiltà di sé. Sta di fatto che più lo scrittore diviene umile, più la prosopopea aumenta. Basta l’incipit:
Non conosco la lingua, nessuna lingua di mio padre, di mia madre, dei miei antenati [...], né un suolo in cui scrivere chi sono, io non ho tradizione, non ho religione, non so accendere le candele.
L’autrice si presenta come un "sacco vuoto" divenuto pieno grazie alla sua scrittura, che la rende partecipe di un’identità comune. Nel suo caso, la famiglia che si trasferisce in Francia e lei che nasce a Parigi, nel 1959, da una famiglia ebrea.
Centrali l’umorismo e la cattiveria di una donna che ha scritto anche pièces teatrali e che parla dei suoi due figli, Alta e Nathan. Non proprio una madre amorosa, che si stupisce per ogni loro capacità; non le piace mettere i voti ai suoi figli, soprattutto perché non è in una giuria a dire delle opinioni. È la madre e tanto basta. Molto legata al padre, rivive gli ultimi tempi prima che il genitore muoia ascoltando la migliore musica classica. Mentre il figlio Nathan si stufa di vedere la madre affacciata ogni mattina che lo saluta, e dal momento che l’autrice lavora in casa per scrivere, dichiara che va bene. Ognuno vuole la sua indipendenza. Anche per Yasmina le emozioni sono di pancia, ma nemmeno virano in un sentimentalismo di maniera, piuttosto si tratta di una riflessione sul tempo che passa quando scrive del figlio Nathan:
Lui giocava e io gli guardavo la nuca e i fini riccioli neri e ho pensato al vecchio signore che sarà, con quei capelli, fitti fili grigi, corti ma ancora un po’ mossi, molto morbidi, un vecchio signore che io non vedrò mai.
Il tempo, l’unica questione dice Reza, che mette a posto gli scrittori. Lo scorrere del tempo e l’avvicinarsi alla fine. Sembra sempre che il tempo sia di proprietà esclusiva di Proust, ma nel caso di Reza non è un concetto positivo. Non lo è mai. Quindi prende a descrivere i genitori deceduti che, dopo varie peripezie, si trovano in un posto ristretto del cimitero ebraico del Père-Lachaise, dove hanno come vicini Oscar Wilde, Jim Morrison e Chopin.
Chi vuole conoscere meglio Yasmina Reza, deve leggere questi suoi ricordi e riflessioni dove gli ebrei possono sorridere, ma ridere mai più.
Da nessuna parte
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