- Autore: Massimo Trifirò
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2020
- ISBN: 9788831490689
Dal Vangelo secondo Giovanni, quarto dei quattro canonici: “eìden kaì epísteusen, vide e credette”. Vittorio Messori sosteneva che al giovane discepolo era bastato vedere riposti in ordine nel sepolcro vuoto i teli usati per seppellire Gesù, per confidare nella resurrezione, mentre Pietro, ch’era con lui, era rimasto interdetto. Vide e credette è il titolo scelto da Massimo Trifirò per un suo lavoro originale, derivato dalla rilettura storica dei racconti evangelici, un libro pubblicato nella collana “Il nome della prosa”, delle edizioni Nepturanus (agosto 2020, 152 pagine).
L’autore, cittadino benemerito di Lecco, è un habitué di queste pagine e non c’è bisogno di presentarlo, ma il tema affrontato, con la penna felice che gli è propria, esula dalla formazione cronistico-militare di chi firma questa recensione.
Soccorre per questo in aiuto uno scritto di Messori, giornalista e saggista cattolico, scomparso ottantacinquenne lo scorso Venerdì Santo. La tomba vuota non è di per sé un segno inequivocabile, visto che non è bastata alle donne, entrate per prime. La scomparsa del cadavere autorizza ogni supposizione, a cominciare dal furto. Ma in quello che Giovanni vide - o che non c’era - colse l’essenza della resurrezione. In quell’istante è nata la fede, il cristianesimo stesso, mentre per tutti gli altri credere “in Gesù come nel Cristo atteso da Israele” non precede le apparizioni del risorto.
Trifirò, colpito a sua volta dal mistero della morte e resurrezione, annunciate, profetizzate e realizzate in “tre giorni” tra il Golgota e il sepolcro, interroga a sua volta le Sacre Scritture. E lo fa da laico, da storico. Lasciamo che sia lui stesso a spiegare che “questo libriccino, modestissimo e carente in confronto alla grandiosità dell’argomento”, è un tentativo di comprendere quanto ci sia stato di reale nella resurrezione di Cristo. L’indagine intellettuale muove dalla lettura dei Vangeli accettati dalla Chiesa. Non si discosta quindi dai quattro sinottici. Li cita, anzi, ogni volta “che si è compiuta una riflessione e avanzata un’ipotesi o se ne sono riportate quelle di altri e a conferma della bontà delle stesse”.
Con una professione di modestia, Trifirò aggiunge che lo scritto è il risultato della riflessione di “un uomo comune” che, fattosi vecchio, ha voluto confrontarsi con la figura del Cristo e con l’avvenimento centrale della sua vita. Il percorso dell’autore procede dal basso verso l’alto, senza nulla pretendere e senza volere insegnare niente a nessuno. È destinato a se stesso e a chi lo vorrà prendere come una spinta a studiare di più e meglio.
Il volumetto intende dunque sostenere lo sforzo di comprendere, semplicemente ripercorrendo la lettura dei testi, soppesando i versetti uno per uno, chiedendosi perché siano stati scritti in quel modo e se si possa azzardare che la resurrezione sia avvenuta davvero, abbia avuto addirittura testimoni diretti.
Si tratta perciò di un approccio storico all’evento, che volutamente prescinde dalla fede, ma che forse in ultimo la conferma, nel momento in cui le circostanze reali, corporee, concrete, siano state chiarite e per ciò che è possibile, dimostrate.
Certo, sempre il recensore non può fare a meno, da profano, di cogliere un’asimmetria nel racconto della Chiesa, fin dal catechismo per i piccoli. Mentre s’insiste tantissimo e nei particolari più minuti sulla nascita (il Natale, il presepe, l’Epifania) e sulla morte (la Settimana Santa ricostruita ora per ora), tutto diventa lacunoso dal sepolcro vuoto in poi. La ricostruzione non è più dettagliata, ma sfumata, evanescente. Tanto spirituale, poco terrena. Non si approfondisce quello che fa il Cristo passo per passo, né ci sono più festività religiose e civili (il Natale, la Pasqua), solo religiose, come l’Ascensione. Che sia stato facile divulgare il Gesù precedente soltanto umano, meno agevole rendere popolare quello successivo, umano e divino?
Il sito dell’ascensione è indicato da una cappella a pianta ottagonale, in cui da una buca rettangolare nel pavimento si può scorgere la roccia dalla quale l’eletto si sarebbe staccato dal suolo. Reca inciso un incavo, vaga forma di piede umano, impresso nella pietra come ultima testimonianza terrena del Nazareno, secondo la tradizione.
Le interpretazioni teologiche dei relativi passi del Nuovo Testamento non puntano sempre alla materialità dell’evento, ma spesso lo valutano in modo simbolico, quale conclusione della missione del Cristo o rappresentazione del rientro di Gesù nell’ambito del divino. In ogni caso, dai testi non si ricavano indizi consistenti della storicità dell’accaduto, a differenza di quanto avviene per la resurrezione, seppure talvolta in modo allusivo. La stessa brevità dei racconti depone per una spiegazione di natura spirituale.
Trifirò segnala una diversificazione lessicale. Nelle Chiese orientali, l’elevazione al cielo è definita assunzione, in Occidente invece si esalta il potere del Cristo di elevarsi da sé, a differenza della madre. Nel caso di Maria, infatti, non si parla di ascensione, perchè assunta, non per propria facoltà quindi, ma per volontà di Dio. Anche in altre religioni o tradizioni culturali, la divinità s’innalza. Mithra e Krishna ascendono entrambi, nello Zoroastrismo e nell’Induismo. Nell’Ebraismo, Elia viene tratto in cielo da un carro di fuoco. Secondo i testi apocrifi ebraici, Enoch è un uomo che non muore, chiamato in cielo da vivo. Nella mitologia azteca, la divinità Nanahuatzin s’immola nel fuoco e ascende al cielo trasformandosi in Tonatiuh. Nella mitologia greca e romana, la componente divina di Eracle-Ercole, dopo la morte di quella fisica e il rogo sulla pira del monte Oeta, viene assunta sull’Olimpo, dove sposa Ebe, la dea della giovinezza.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Vide e credette
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