- Autore: Massimo Trifirò
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2026
- ISBN: 9788831490580
Che originalità la più recente fatica di Massimo Trifirò. Che ricerca storica, sul Seicento lombardo. Che approfondimento sui testi manzoniani e che vezzo, l’insistente intercalare in italo-lariano-spagnolo, una specie di esperanto del 1600 o, se vogliamo, un grammelot non gergale ma sintattico, d’invenzione del cittadino benemerito di Lecco. Nella pur cospicua bibliografia dello scrittore di quel ramo del lago di Como, è un prodotto senza precedenti il romanzo La stanza del respiro. Malinconie di don Rodrigo, pubblicato dalla casa editrice Nepturanus (marzo 2026, 228 pagine). Spicca nella collana Il nome della prosa, una raccolta tutta di testi di Trifirò, narrativa storica e contenuti di valore aggiunto, secondo il tema di volta in volta trattato, in questo caso filosofico-psicologico-letterario. Anche geografico, visto che lo scrittore è nato e vive nelle località raccontate in questa rielaborazione dei personaggi e di parte del capolavoro manzoniano.
Su questo sito abbiamo parlato più volte di suoi titoli: in Le mutande di Casanova (2024), si diverte e diverte scherzando sui luoghi comuni tra polentoni e terroni, meridionali e settentrionali. La pelle del veneziano (2024) riprende in chiave tutta storica un altro contrasto, quello tre il mondo musulmano e l’Occidente, raccontando un episodio del conflitto nel Mediterraneo tra l’Impero ottomano e la Cristianità europea (con risvolti eroico-crudeli, il supplizio del condottiero veneziano Marcantonio Bragadin). Rigore delle fonti storiche e riscossa delle armi della Croce anche in altri momenti del lungo conflitto religioso e dell’offensiva respinta della mezzaluna, La fortezza sul fiume, con la vittoria insperata di Raimondo Montecuccoli nella battaglia di San Gottardo del 1664, contro un’armata musulmana più numerosa, e I turchi alle porte (2025), sull’assedio di Corfù del 1716.
La storia è congeniale all’autore lecchese e c’è un passato storico locale anche in questo titolo del marzo scorso, ambientato nel Seicento, proprio a Lecco. Fa bella mostra di sé l’hidalguia spagnola, incarnata in don Rodrigo, con al fianco il cugino Attilio e il partenariato locale che regge il moccolo alla nobiltà iberica dominante. “L’arrogante signor cavaliere” abita la dimora sull’altura, circondato dalla sua braveria e dalla crema della cortigianeria di Lecco. Non è la pura incarnazione del male per diletto, resa da Manzoni senza particolare profondità, il personaggio qui è complesso, non esclusivamente pessimo. È in qualche modo toccato dal dubbio. Trifirò lo fa muovere dedicandogli momenti che quelli bravi definirebbero introspettivi.
I suoi accoliti? A tavola con lui, a “sbafare a gratis”, siedono l’Azzecca-garbugli, avvocato Luigi Rusconi di Valmadrera e il podestà Onorio Orio di Bellano,
satelliti che in ogni tempo ruotano attorno agli astri del potere e della ricchezza. I loro denti marci, ogni volta che aprivano la bocca appestando tutti, mostravano una miriade di carie nerastre intasate da residui di cibo.
Ultimo ma non ultimo, “last but non least, ultimo pero además” (un esempio del trifirese d’occasione), il come Attilio, raffinatello che da Milano villeggia da quelle parti,
senza fare niente di qua dopo averlo fatto, anzi non fatto, di là. L’era pien de danee, e el laurava mia, che l’è na cosa vulgar.
Tanto di cappello a Trifirò, se ha dedicato tempo e impegno a questo lavoro tanto sui generis, rispetto ai suoi stessi cliché. Complimenti se gli è venuto invece di getto.
Sull’esempio dello sciur Alessandro, sostiene di avere tratto l’ispirazione del romanzo da un ritrovamento fortuito. Il grande milanese ha scritto d’avere rinvenuto uno scartafaccio del XVII secolo, dilavato e graffiato. Il suo discendente in lettere stanziato in quel ramo lacustre sostiene d’essere venuto fortunosamente in possesso di un manoscritto simile, coevo. Un volume consunto e piuttosto consistente. Il contenuto? Più che una narrazione rifinita, un brogliaccio caotico, dall’aspetto ancora più sciupato e vissuto.
La lingua è a metà tra il dialetto lombardo e uno spagnolo approssimativo. Sembra una raccolta di cronache e di considerazioni, redatta dall’autore sconosciuto, certamente nativo di Lecco, anzi del paesello di Olate, per propria memoria di accadimenti vissuti o appresi di prima mano. Riporta la storia di Renzo e Lucia e anche altre dell’epoca, presentando personaggi e situazioni differenti rispetto a quelle che si conoscono, sempre però nell’ambito del Ducato retto dagli spagnoli nel Seicento, tra Lecco e Milano.
Trifirò aggiunge d’avere tratto a fatica dalla traduzione qualche vicenda tra le molte relative ad uno dei protagonisti, raccontando solo di don Rodrigo, “giacché in quelle righe” il signorotto gli è parso ben più complesso e problematico, quindi più vero e stimolante, del prepotente noto fin dalle letture scolastiche de I Promessi sposi. Anche per questo, l’autore ritiene che la storia sia già scontata e perciò si possa seguire anche non riprendendola tutta: avvia il racconto dalla visita di fra Cristoforo al gentiluomo spagnolo, saltando l’incontro di don Abbondio con i bravi e la richiesta di aiuto di Lucia e sua madre Agnese al frate del convento di Pescarenico. Più chiaro di così... è tutto spiegato in una indispensabile introduzione di pugno di Trifirò: “Duma de ’l Rudriigh”.
Il cavaliere è pieno di difetti, non si salva, ma assume una fisionomia meno schiava del vizio, dimostra una propensione al ragionamento e al porsi domande sull’esistenza che sui banchi di scuola mai e poi mai gli avremmo accreditato, contenti com’eravamo della sua brutta fine nel lazzaretto, dopo essere stato tradito dal Griso e consegnato ai monatti.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La stanza del respiro. Malinconie di don Rodrigo
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