- Autore: Massimo Trifirò
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2020
Maria era orfana e non più che quattordicenne, quando l’arcangelo le annunciò la divina concezione: “Ti saluto o piena di grazia, il Signore è con te”. Altro è l’immacolata concezione, l’immunità della Vergine dal peccato originale, nato dalla tradizione medievale che la vuole concepita da un casto bacio tra gli attempati genitori Yohakim e Channah. Giuseppe era vedovo con sei figli, quando la chiese in sposa ai rabbini del Tempio di Gerusalemme, che l’avevano in custodia. La strage degli innocenti? Improbabile. Sono alcune delle tante puntualizzazioni che si ricavano in un testo storico narrativo di Massimo Trifirò, scorrevole e per niente pedante. Pubblicato da Nepturanus Editore nel 2020, La buona notizia. Speranza che si fa essenza è tornato nel luglio 2022 (collana “Il nome della prosa”, 128 pagine), in seconda ristampa riveduta e corretta.
L’instancabile e sempre produttivo scrittore in quel di Lecco rilegge in maniera agevole, comunque seria e puntuale, l’ampio contenuto delle Sacre Scritture e dei non pochi Vangeli apocrifi, ufficiosi, che si aggiungono ai quattro sinottici (ufficiali per la Chiesa). Si pensi che i particolari della Natività, carissima ai cristiani, non derivano dalle pagine degli evangelisti canonici di Luca, Marco, Matteo, Giovanni. Gli elementi relativi al presepe e tanti dell’infanzia di Gesù provengono soprattutto dagli scritti di Giacomo e dello pseudo-Matteo, che non hanno l’etichetta “parola del Signore” apposta al poker sacrale.
La rivisitazione a 360° di Trifirò - che di quello si tratta, ripetiamo - parte dall’Annunciazione e arriva ai dodici anni del Cristo ragazzino, tornato in Galilea. Innumerevoli le precisazioni, che regalano ai lettori non poche sorprese e curiosità. L’autore ricorre ai nomi ebraici quando cita persone, luoghi, tradizioni e riti, nella Palestina di duemila anni fa. Scrive che Maryam bat Yohakim, la futura madre di Yah’u’shua bar Yohsifyah, Gesù il Cristo, aveva appena varcato la soglia della pubertà al momento della lieta novella d’essere stata scelta da Dio come madre del Salvatore. Quindi, alla morte del figlio crocifisso sul Golgota, doveva avvicinarsi ai cinquant’anni e sembrare piuttosto anziana, a quei tempi, diversa dalla donna ancora giovane che l’iconografia tradizionale mostra ai piedi della croce,
molto più simile alla Madonna straziata dal dolore de “Il vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini, nel quale la Vergine è interpretata dalla settantatreenne madre Susanna.
Giuseppe, Yohsifyah bar Ya’aqov, si concorda fosse in età più avanzata rispetto alla giovanissima promessa sposa. Non troppo anziano, a ogni modo, considerata l’energia richiesta nella fuga in Egitto,per mettere in salvo la Madonna (dal latino mea domina, mia signora) e soprattutto il neonato Gesù dalle minacce di morte di re Erode il Grande, l’Ascalonita (perché nativo di Ashqelon, nel deserto del Negev). Stando ad alcuni apocrifi, specie il Protovangelo di Giacomo del II secolo, Yohsifyah era originario di Bet Lehem (vi si recherà per registrarsi al censimento di Publio Sulpicio Quirinio, quando la Vergine era prossima al parto), non tanto falegname quanto piccolo imprenditore di costruzioni, vedovo, già padre di quattro maschi (Giuda, Giuseppe, Giacomo e Simeone) e due femmine (Lisia e Lidia).
Molto spazio nel testo è dedicato alla nascita, nella stalla dietro la locanda a Betlemme, con una mangiatoia come culla. La partoriente venne assistita quanto meno da una levatrice, sbalordita dalla sua verginità, e i tre magi non erano re, l’equivoco si deve a cattive traduzioni e interpretazioni. Gaspare, Melchiorre e Baldassarre erano sacerdoti di Zarathustra Spitama, di età varia (le tre stagioni dell’uomo, giovinezza, maturità, vecchiaia), etnie (semitica, camitica, giapetica) e colore diversi (Beltht’sar era nero). Interrogando gli astri, avevano appreso di un prodigio, la venuta sulla terra del Salvatore. Erode Ascalonita temeva che il Messia venisse a scalzarlo, arrivando a regnare com’era annunciato e aveva chiesto ai tre di tornare alla reggia e riferire.
Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo.
Cosa che i saggi zoroastriani si guardarono bene dal fare. Avvertiti in sogno di non ripassare dal re, fecero ritorno per un’altra strada. Da qui la vulgata popolare: una volta assodato che i magi si erano presi gioco di lui, Erode mandò a uccidere tutti i bambini di Betlemme e del territorio, dai due anni in su. Trifirò fa notare però che non si può considerare reale l’episodio della cosiddetta strage degli innocenti. Non è certo. Non figura nei testi di altri evangelisti, tantomeno di Flavio Giuseppe, storiografo romano di origine ebraica. In più, anche se fosse avvenuto, pur restando un’eventualità lo stesso gravissima, avrebbe comunque riguardato pochi bimbi, visto “il ridotto numero di maschi nati a quel tempo e in quel luogo”.
Sta di fatto che, per Matteo. un certo pericolo doveva essersi presentato, magari di natura diversa rispetto all’infanticidio. Erode era dopo tutto il despota crudele che, per mantenere il potere, in diverse circostanze aveva fatto trucidare una moglie, tre cognati, la suocera, tre figli e alcune centinaia di oppositori. Altra interpretazione della strage degli innocenti, più realistica, è quella che conduce a una faida familiare: l’esecuzione per oltraggio di Alessandro e Aristobulo, figli della seconda moglie di Erode, Marianne, con altri circa trecento dei loro seguaci. Non esistono certezze storiche sul luogo dove Yohsifyah, Maryam e il piccolo Yah’u’shua attesero la morte dell’Ascalonita per poter tornare in Galilea.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La buona notizia. Speranza che si fa essenza
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