- Autore: Massimo Trifirò
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2020
- ISBN: 9788831490665
Personalmente, nelle rappresentazioni del secondo processo a Gesù e neanche in ricostruzioni eccellenti come quelle girate da Zeffirelli e Mel Gibson ho mai trovato tanta energia e tanta probabilità che le cose siano andate così, come in questo libro, per quanto esiguo di pagine, ma convinto, intenso. Tra i numerosi testi nella sua collana “Il nome della prosa”, per le Edizioni Nepturanus, Massimo Trifirò ha pubblicato nel 2020 La moglie di Ponzio Pilato. Tradire se stessi per la verità (nuova edizione estate 2023, 100 pagine), a metà tra il racconto storico e il saggio sulla Palestina sotto il controllo di Roma, nel I secolo.
Con la straordinaria e distintiva scorrevolezza che gli è congeniale, lo scrittore di Lecco informa i lettori sulle tradizioni, i costumi, le abitudini dell’epoca, peraltro di due diverse culture e religioni, la ebraico-israelita della popolazione locale e quella romana imperiale degli occupanti.
Protagonisti del romanzo-fiction-documentario (questo in definitiva il prodotto di Trifirò) sono il sannita Ponzio Pilato - prefetto della Giudea, procuratore in rappresentanza dell’imperatore Tiberio, governatore della provincia per conto di Roma - e soprattutto la moglie, Claudia Procula, giovane matrona romana, che risedeva nella Fortezza Antonia, caserma dei milites della guarnigione e domus dell’autorità politica a Gerusalemme. La presenta come
una donna dal passato tempestoso e non certo privo di peccato, che in seguito in Giudea probabilmente mutò vita.
La sposa di Ponzio, nipote di Augusto e figlia della terza moglie di Tiberio, riferisce del processo romano, citata solo nel Vangelo di Matteo e pure in modo marginale. Di spicco, in queste pagine e anche strumentale al racconto, è la sua ancella, una fenicia sedicenne, Dido (nella sua lingua vuol dire vergine), tradotta schiava a Roma e destinata a qualche lupanare nella Suburra, ma comprata dalla famiglia di Pilato per accudire alla padrona. A Dido Procula affida il breve scritto da consegnare a Ponzio, che in veste di giudice d’appello sta per condannare definitivamente “un uomo senza colpe”. Ha sognato il Salvatore e questo l’ha inquietata e spinta a intercedere, per il rispetto della verità. A costo di tradire la propria classe sociale e di contrastare la severa giustizia di una civiltà dominante,
l’aristocratica latina va in soccorso di un incolpevole, sebbene fosse un negromante levantino estraneo alla propria sensibilità culturale. Comunque, è giusto salvare un giusto.
Dev’essere una questione importante, se il il prefetto è stato svegliato all’alba di un afoso, umido venerdì di primavera in Giudea. Di solito, il giudizio inappellabile dell’amministrazione romana viene chiesto solo dopo quello della corte rabbinica, quindi il processo ebraico deve avere avuto luogo addirittura in piena notte.
“Crucifige! Crucifige!”. Non promettono grazia le urla che arrivano dal lastricato, dove si affolla chi assiste all’udienza. Secondo la tradizione, per la Pasqua potrà essere liberato un condannato. La scelta è tra due omonimi: Yahushua bar Yohsifya (Gesù figlio di Giuseppe, il Maestro, il Rabbi, il Messia atteso dai profeti, Christòs come lo chiama Dido, alla greca) e Yahushua bar Abba, un ribelle catturato.
L’interrogatorio di Pilato al Cristo già percosso si sviluppa in un agevole latino. La fonte è il Vangelo di Giovanni. Gesù sostiene: “Regnum meum non est de hoc mundo”, a precisare la natura spirituale del suo potere, che non confligge con quello di Roma (il mio regno non è di questa terra). Ponzio Pilato incalza: “Ergo rex es tu? (Dunque tu sei re?)”. Gesù risponde: “Tu dicis quia rex sum ego (Tu dici che io sono re). Ego in hoc natus sum, et ad hoc veni in mundum, ut testimonium perhibeam veritati (Io per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità)”. Al che il prefetto replica con la famosa domanda provocatoria: “Quid est veritas? (Che cos’è la verità?)”. Per dire: cosa ne puoi sapere tu, scrive Trifirò, “straccione giudeo, rabbino israelita. Esempio soltanto per questo popolo di fanatici”.
Intanto, con uno stilo, Procula ha inciso in fretta poche parole sopra una tavoletta incerata, consegnata a Dido, per farla arrivare al marito.
Non avere a che fare con quell’uomo, che non ha colpa alcuna. Stanne lontano, mio amato. Lavatene le mani, come è previsto dal rito e lascialo andare. L’ho sognato e mi ha mosso a pietà.
È intanto una giornata bellissima e luminosa, che a metà sarà scossa dal terremoto e oscurata dal buio. Interessante la datazione proposta dal narratore. Il giorno della settimana della crocifissione è certamente un venerdì, durante la celebrazione della Pasqua ebraica, Pesach. Il numerale per i vangeli sinottici è il 15, mentre per Giovanni è quello di preparazione alla Pasqua, il 14. L’ora è la nona romana, le quindici del pomeriggio. Il mese è di sicuro Nisan, del calendario giudaico, tra marzo e aprile. Le date del 14 o 15 per la morte di Gesù si collocherebbero intorno alla fine della prima settimana del nostro aprile. Si considerano principalmente tre ipotesi, per quanto riguarda l’anno. La prima è il 31 dell’era cristiana, ma non sembra molto probabile, per lo slittare troppo in avanti della data del Pesach, al 27 aprile. La seconda è il 33 d.C. (3 aprile), basata più che altro sull’età tradizionale di Gesù, adottata per indire gli anni giubilari a ricordo della Passione. Però, l’epoca della sua nascita era stata conteggiata in modo errato. Pare fosse venuto al mondo prima dell’anno zero, perfino l’8 a.C. o come minimo il 6, in relazione al censimento. Sicché, l’epoca del supplizio dovrebbe risultare l’anno 30, nel quale il venerdì di passione cade il 15 del mese di Nisan, 7 di aprile.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La moglie di Ponzio Pilato
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