- Autore: Ludovica Elder
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Piemme
- Anno di pubblicazione: 2026
La valigia del ritorno (Piemme, 2026) è il nuovo romanzo di Ludovica Elder; nata nel 1980 a Monfalcone, che si affaccia sul Golfo di Trieste, vive e lavora a Milano, pur mantenendo saldo il legame con le proprie radici. Un oceano da attraversare, un segreto da nascondere. Il suo nuovo libro è un grande romanzo storico che ne conferma il talento, e descrive il coraggio e il desiderio di riscatto di una donna giovane che sfida le onde avverse del destino.
Ottobre 1923.
L’aria fredda le faceva lacrimare gli occhi e le impediva di sentire l’odore dell’oceano. Quello, Rosalba riusciva a riconoscerlo solo quando rientrava nella sua cabina, si riscaldava, e il naso smetteva di colare. Quel posto sul ponte di notte le permetteva di piangere in pace e di dare la colpa al vento.
Era stata abbandonata, ignorata, persino spedita lontano su quella nave verso il Canada, dove nessuno avrebbe potuto guardare il bambino che aveva in grembo e riconoscerlo come il figlio illegittimo di Giacomo Ledri. Il rispettabile dignitario del fascio, uno degli uomini più potenti di Trieste, ma padre di un figlio illegittimo no. Questo, nel suo curriculum, mai.
Era salita sulla nave per Montréal da un imbarco prioritario, ma non era riuscita a evitare di vedere le persone della terza classe, che affollavano ancora il molo e protestavano diffidenti quando venivano costrette a separarsi dai loro bagagli. Era uguale a loro, dentro. Ma fuori le era stata dipinta una facciata migliore.
Tutto quello che era successo l’aveva cambiata molto e in profondità: come spesso accade a chi resta scottato da un evento negativo avendo avuto la presunzione di poterne rimanere immune, era diventata presto remissiva e clemente verso se stessa, verso i propri errori e le proprie leggerezze, in un modo che mai avrebbe contemplato solo pochi mesi prima. Prima sarebbe stata inflessibile nei giudizi se avesse dovuto parlare degli stessi argomenti riferendosi ad altri. Ora quella che aveva sbagliato ed era stata abbandonata era lei. Pur dichiarandosi colpevole, nel processo che celebrava dentro di sé mentre il piroscafo procedeva verso ovest, era riuscita a trovare molte attenuanti per ogni gesto sbagliato che aveva commesso. Ma l’attenuante ricorrente, e che usava più spesso, era l’amore. E in quel tribunale immaginario, che galleggiava sull’Atlantico, Rosalba Garbin finiva sempre per trasformarsi da imputata – si era concessa a un uomo sposato e questo, nel suo codice di valori morali, era un reato gravissimo – a vittima innocente di un sentimento esplosivo e di un uomo furbo. Si assolveva dall’aver compiuto una scorrettezza, e la punizione era stata già ben severa.
In Canada l’aspettava un lavoro come governante a casa di James Phillips, un ex ufficiale della marina inglese, mentre la sua terra natale, il Carso, appariva sempre più lontana. Evitava di andare troppo indietro coi ricordi, troppa fatica e troppo dolore. La salvezza ora era guardare avanti. Era sola, incinta, sulla nave a non fare niente e a pensare. Quel tempo in mezzo al mare le ricordava la terra di nessuno, che separa due Paesi, a un confine. Quei pochi metri neutri, che non sapeva bene a cosa servissero ma che esistevano, erano lì pur non essendo niente. Avrebbe voluto abitare per sempre in quella terra di nessuno. Così i suoi giorni di navigazione erano la terra di nessuno, il tempo di nessuno in cui niente poteva turbarla e niente di peggio di ciò che era già accaduto poteva succedere.
E intanto il piroscafo continuava ad andare avanti verso ovest, senza che si potessero sentire le onde.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La valigia del ritorno
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