- Autore: Ludovica Elder
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Piemme
- Anno di pubblicazione: 2025
I vestiti della domenica (Piemme, 2025) è il romanzo d’esordio della scrittrice Ludovica Elder, nata nel 1980 a Monfalcone, cittadina che si affaccia sul Golfo di Trieste, ma che vive e lavora a Milano, pur mantenendo saldo il legame con le proprie radici.
Lo struggente sfondo di questa appassionante saga familiare, riuscita opera prima di una sensibile autrice di talento, è la fertile terra rossa del Carso, terra di confine ricca di tradizioni, spazzata dalla bora, custode di vitigni, di molte memorie e teatro delle principali battaglie del fronte italo-austriaco nella Prima Guerra Mondiale, una delle guerre più sanguinose della storia. Protagonisti due personaggi affascinanti: Vittorio Stefàncich e Antonia Pàhor, destinati a intrecciare le loro vite.
Giugno, 1923.
La casa grande degli Stefàncich si trovava nel mezzo dei fondi coltivati a grano e vite, che erano appartenuti alla famiglia da generazioni. Vi si accedeva attraverso una strada sterrata piuttosto lunga e larga solo quanto un carro, chiamata da tutti Stradella Verde.
Quella casa era aperta a tutti. Era la casa del padrone, ma el paron amava la gente e ne era ricambiato. Le domestiche della famiglia parlavano tra loro in sloveno, con le altre usavano solo il dialetto; l’italiano, la lingua, come dicevano loro, lo conoscevano proprio male. Nessuno se ne stupiva. Era l’abitudine parlare lo sloveno a casa. Ma solo in casa. Erano passati quasi tre anni dai primi gravi incidenti a Trieste, quando con feroce violenza era stata colpita la minoranza di lingua slovena. La gente continuava ad avere paura. Così, per strada, nei luoghi pubblici, in occasioni eleganti o in presenza delle autorità, si cercava di usare solo l’italiano.
I genitori di Vittorio Stefàncich, figlio ed erede del padrone, reduce della Grande Guerra, erano trasportatori, agricoltori da generazioni, gente pratica, dedita al lavoro, con la vita scandita dalle stagioni, dalle ritualità contadine tramandate uguali da sempre, un legame viscerale con la loro terra. Terra che non avevano mai dovuto cedere a nessuno dei governanti, veneziani, francesi o austriaci che fossero stati. Poi, con i profitti di una neonata impresa di trasporti, inventata da Stefano Stefàncich, erano diventati, quasi improvvisamente, possidenti. Così avevano comprato altre terre, ingrandito e abbellito la casa, rinnovato la stalla, investito ancora nei trasporti ormai indispensabili al porto e al cantiere navale, vera nuova ricchezza del posto.
Dalla casa dei Pàhor, sull’altopiano del Carso, si poteva vedere il mare.
Nelle giornate limpide, usando un buon cannocchiale, si riuscivano a leggere le scritte bianche sui fianchi delle navi, che attraversavano lente il golfo di Trieste. Il paese era costruito sulla collina più alta, che scendeva morbida verso valle. Sui versanti e sul pianoro, i terreni erano coltivati a vite, mentre in alto, dietro alla chiesa e al cimitero, si apriva un vasto bosco di castagni. Nella proprietà si potevano contare almeno una dozzina di doline, avvallamenti naturali profondi poche decine di metri e larghi un centinaio, coperti nel fondo di fertile terra rossa. Antonia non aveva mai fatto grandi sogni d’amore e non aveva mai pensato a sé stessa solo come a una moglie, ma l’incontro con Vittorio Stefàncich, due anni prima, l’aveva trasformata. Alla vigilia delle nozze, Antonia aveva ascoltato da due cameriere un pettegolezzo, che l’aveva lasciata attonita. Si considerò una stupida ingenua anche se era una sposa perbene, diligente, figlia unica e ricca. Il pensiero era allora tornato al passato, a quando aveva visto per la prima volta Vittorio, il suo promesso sposo.
Il loro primo incontro risaliva al 9 settembre 1911, quando Vittorio aveva appena compiuto diciassette anni e Antonia ne aveva undici.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: I vestiti della domenica
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