- Autore: Sergio Campailla
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Bompiani
Una storia romanzata di grande efficacia narrativa su Cagliostro, fondata su dati biografici documentati, è l’opera di Segio Campailla La divina truffa (Bompiani, 2008), suddivisa in capitoli ciascuno dei quali contrassegnato da un numero ordinale e da un titolo che anticipa in sintesi il narrato.
Colta la scrittura attraversata da un’inventività coinvolgente che si concretizza in un pullulare di storie sorprendenti che fanno toccare con mano il mistero dell’animo umano e che s’incastrano per dare la fisionomia di un’epoca tumultuosa - le vicende si svolgono dopo la rivoluzione francese e la caduta a Parigi della testa di Luigi XVI - entro cui si situa il caso Balsamo-Cagliostro. Ampia la ricostruzione di spazio e di tempo, non lineare nella narrazione, e coinvolge la scrittura nutrita di dati conoscitivi assemblati da una calamitante inventività che, in perfetta simbiosi, fa convivere fantasia e realtà, verità e menzogna col risultato di una continua suspense. Ogni capitolo offre la visione di nuovi scenari e si rivela come la tappa di un viaggio iniziatico che ha i caratteri della segretezza e della presenza di simboli da decifrare.
Tentiamo ora di delineare gli snodi della trama ritenuti più significativi, lasciando al lettore l’opportunità e il gusto dell’approfondimento capitolo per capitolo. Una spiccata visività introduce nel luogo in cui la vicenda si svolge:
Una fortezza militare inespugnabile, si ergeva su una gigantesca rupe, inaccessibile da ogni lato. Da terra era umanamente impossibile fare la scalata sulla roccia viva a strapiombo.
Siamo nella fortezza di S. Leo, lugubre è la descrizione anche per l’ululato dei lupi: si ha quasi una visione metafisica, poiché il tempo sembra essersi fermato. Parla da solo il prigioniero o con qualcuno che le guardie non vedono. A San Leo si aspetta un personaggio ai vertici della gerarchia vaticana: il cardinale de Zelada, presidente della Congregazione del Sant’Uffizio. Si arrovella Semproni, il governatore della fortezza; insistentemente si chiede il motivo per cui una persona così importante veniva da Roma in quel luogo sperduto. L’accoglienza del Cardinale avviene in modo pomposo, ma sembra che egli non la gradisca: è di pessimo umore per gli ostacoli incontrati durante il viaggio, ma è rinchiuso nella fortezza un prigioniero detto “Impostore”. Su di lui circolano tante leggende, è l’uomo di cui ha parlato l’Europa e ora si trova in condizioni abbastanza precarie – la sifilide gli ha divorato il cervello –, scontando il carcere a vita.
Lettere anonime sono spedite al Governatore; da una in particolare si può dedurre l’esistenza di un rapporto tra lui e la setta degli Illuminati che si stava diffondendo in tutti i paesi d’Europa. De Zelada voleva rivederlo di persona e, ora che si trova faccia a faccia con lui, così esordisce:
Sua Santità ti ha concesso la grazia, ha voluto, per la Sua infinita benignità, che la sentenza di condanna a morte fosse tramutata nel carcere a vita, sperando nella redenzione dal peccato.
De Zelada ha in mente di risolvere col suo aiuto il suo problema di erezione che l’affligge. Così si viene informati di un’altra qualità dell’Impostore: quella di essere un guaritore con l’ausilio di magici filtri.
Nel corso del colloquio lo sguardo dell’Inquisitore si posa su alcuni segni scolpiti sulla volta rocciosa: sono misteriosi segni tra cui spicca la rappresentazione di un serpente. Innanzitutto de Zelada vuole avere notizie dell’identità dell’Impostore per il convincimento che il condannato abbia potuto avere un nome diverso da quello riportato nella condanna : “Nessuno ci ascolta… Getta per un istante la maschera! Tu... chi sei, veramente?”. La conversazione si sposta sulla compagna dell’Impostore: ci teneva tanto ad avere notizie di lei. “Ti ha tradito sempre”, gli dice de Zelada, “e tu lo sai benissimo, nel corpo e nello spirito!”.
Dopo aver descritto il non facile soggiorno parigino di Cagliostro che si conclude con l’espulsione dalla Francia, Campailla, immettendo il lettore in un labirinto dagli oscuri significati simbolici, narra, non risparmiando la sua vena ironica, le plurime esperienze esoteriche di Cagliostro da Strasburgo a Curlandia. Siamo adesso a Roma in cui è tornato Alessandro conte di Cagliostro, “l’uomo più celebre d’Europa, in compagnia della consorte Serafina”. Il rientro nella città del papato fa circolare numerose notizie sul suo conto. Gli interrogativi vertono sulla sua identità, giacché era solito cambiare nome di volta in volta:
Chi era davvero il mitico conte di Cagliostro?
La notizia eclatante non tarda a giungere; si parla della sua identificazione con un pregiudicato di Sicilia:
a Palermo vivevano ancora la madre e la sorella, in condizioni economiche di indigenza. Avevano persino prestato quattrini al loro congiunto, che non li aveva mai restituiti dopo che aveva preso il volo, dimenticandosi per sempre della famiglia. All’anagrafe si chiamava Giuseppe Balsamo.
Gli interrogativi indirizzano l’attenzione sul personaggio:
Perché Cagliostro decideva di venire a Roma? Quale il suo calcolo? Possibile davvero che si proponesse di sottoporre all’attenzione del Santo Padre il suo Rito della Massoneria egiziana?
Se l’aspettava e forse già aveva immaginato la scena. Era la domenica del 27 dicembre 1789 e il Sant’Uffizio aveva decretato il suo arresto domiciliare. L’intoccabile mago in possesso di virtù magiche e medianiche viene ora tradotto alla prigione di Castel Sant’Angelo per essere sottoposto a tortura psicologica. Soprattutto quella fisica è la causa del suo crollo biologico. Intanto la massoneria si sta diffondendo nella Roma papalina e la più potente tra le associazioni segrete era la setta degli Illuminati. I capi d’accusa di Cagliostro potevano essere tanti, ma era il delitto di eresia formale a prevalere su tutti. L’Inquisizione così sentenziava sulla condanna: “imputato e reo di numerosi delitti e di essere incorso nelle censure e pene pronunciate contro gli eretici formali, i dogmatizzanti, gli eresiarchi, i maestri e i discepoli della magia superstiziosa”. Specificamente gli venivano riconosciute le pene stabilite
tanto dalle leggi apostoliche di Clemente XII, in qualsivoglia maniera, favoriscono e formano società e conventicole, quanto dall’editto del Consiglio di Stato coloro che si rendono colpevoli in Roma o in qualsiasi altro luogo dei domini pontifici.
Giovanni Barberi, il segretario del tribunale giudicante nel processo contro Cagliostro, dagli atti processuali
redigeva passo passo un “Compendio della vita, e della gesta di Giuseppe Balsamo denominato il conte di Cagliostro.
Per coinvolgere la massa ecco la sceneggiata messa in atto dal Sant’Uffizio:
Cagliostro, stravolto, con la barba bianca incolta da mesi, addosso i segni della tortura nascosti da un saio nero di tela grezza, uscì dalla prigione di Castel Sant’Angelo su una carretta trainata da una coppia di buoi corpulenti.
In quel dolcissimo inizio di Maggio 1791, nessuno voleva rinunciare a vedere con i propri occhi il corteo grottesco. Era una festa: una processione vera e propria attraversava le vie di Roma. Era “la scenografia sapiente del potere, che conosce i desideri profondi della massa”.
Cagliostro, sfuggito alle catene della Bastiglia, si trova ora prigioniero del Papa senza più la possibilità dell’evasione. Il rogo dei libri in piazza Santa Maria Maggiore significa la conquista dell’ordine sull’anarchia. Viene citato dal narrante il trattato Rituel de la Maçonnerie Egyptienne:
un manoscritto redatto in lingua francese, non di pugno del Maestro ma di uno scrivano, l’unico forse esistente, prezioso e perverso, la fonte del morbo.
Il boia brucia anche un’opera dannata: il Liber memorialis de Caleostro cum esset Roboreti, conosciuta però volgarmente come Il Vangelo di Cagliostro. Prendono fuoco anche tanti altri oggetti del rito egizio e diversi documenti segretissimi.
Riguardo al soggiorno parigino, Cagliostro è presentato come un mago che interpreta i sogni e guarisce dalle turbe psichiche. Ma soprattutto è l’ideatore e l’organizzatore che con lungimiranza tesse la trama della massoneria su basi internazionali per la diffusione di un rito di sua creazione, capace di unificare le logge massoniche esistenti e annettervi sia la borghesia, classe emergente nel secolo dei lumi, sia le donne che dal lontano passato avevano vissuto una condizione di repressione. A Parigi dunque si era occupato della Massoneria:
Autoproclamatosi Gran Cofto aveva fondato una loggia madre di rito egiziano, per l’Oriente e l’Occidente la “Sagesse triomphante”, che avrebbe dovuto essere il modello di una massoneria unificata. Consapevole del valore della partecipazione femminile, aveva fondato a Parigi una loggia femminile.
Sa di tenerezza la descrizione del suo incontro, a Campo de’ Fiori, con Lorenza Feliciani. Scambiandosi i nomi, le dice di chiamarsi Alessandro conte di Cagliostro: quasi la premonizione di un destino. Dopo il loro matrimonio, poiché i soldi non bastano mai, a sua moglie procura clienti altolocati. Aveva imparato dalla strada le tecniche della sopravvivenza e amava travestirsi da abate per gioco e per un gusto della dissacrazione. A Casanova, che l’aveva incontrato ad Aix nell’albergo “Tre Delfini”, dall’accento parve un siciliano e non un napoletano come Balsamo gli aveva detto. Specificamente gli diede l’impressione di un mascalzoncello.
Da giovane Balsamo fugge da Palermo perché ricercato dai gendarmi, avendo commesso alcuni reati. S’imbarca per Malta su un piroscafo francese aiutato da un ignoto benefattore di cui in seguito conoscerà il nome. Tante le sue disavventure che alla fine si tramutano in una buona sorte. Andando indietro nel tempo, con un episodio di sangue è rappresentato il malfamato ambiente palermitano del mercato Ballarò e del quartiere dell’Albergheria in cui era nato e cresciuto. Alle notizie sul padre (“Pietro Balsamo, il padre fantasma, era di professione un mercante di tessuti e di ciarpame”) e sulla madre (“Donna Felice era povera, ma con estrema dignità, a causa della disgrazia del marito scomparso precocemente che l’aveva lasciata vedova con due orfanelli”), segue la sua formazione nel convento dei Padri Benfratelli di Caltagirone, fattovi entrare per assicurargli la pagnotta. Lì
mostrava un’inclinazione tale a maneggiare decotti, erbe e farmaci […]. Una volta Giuseppe fece una scoperta: non un medicinale nuovo. Ma un libro, sepolto in un cassetto serrato a chiave di un armadio di ciliegio. Un libro proibito: "Opus paramirum", di Paracelso, con note autografe a margine... [...] Lo lesse di nascosto, a lume di candela, per quanto poté e, provò un’eccitazione profonda, oscura, mai provata prima.
Poi, a distanza di due anni ritorna a Palermo, “felice di essersi liberato, per sempre, dell’abito nero da novizio”. Cagliostro
era da anni isolato dal mondo e completamente cancellato dalle cronache […] E ciò nonostante, […] come un fantasma, ritornava, riaffiorava nell’immaginario collettivo. La gente, anche se non l’aveva mai visto, si riferiva a lui, lo invocava, in definitiva ne aveva bisogno...
La notizia della sua morte sorprende tutti e la stranezza è che il suo corpo non si trova:
Cagliostro, il mago, si era eclissato […], nemmeno la fortezza di San Leo aveva saputo custodirlo.
Ritroviamo de Zelada nelle stanze del Vaticano mentre osserva di Raffaello “La scuola di Atene" e si pone domande su questo affresco, avendovi individuato la presenza personaggi non allineati al credo cattolico. Due lettere gli erano pervenute dopo che a San Leo si era consumata la tragedia: una la mandava il governatore della Rocca, l’altra era anonima. Fra l’altro, il governatore lo informava su un disegno di ampie dimensioni sulla volta rocciosa realizzato dal condannato col suo stesso sangue: raffigurava un serpente. Nessuna novità sostanziale, questa, per de Zelada, che ricordava di aver visto un disegno analogo, ma di modeste dimensioni, durante la sua visita. Il governatore ne descrive con esattezza i dettagli, fornendo la sua interpretazione. La seconda lettera “veniva per altra via a collimare”. Quale il contenuto tale da destare la curiosità di de Zelada? Quali i suoi inquietanti interrogativi? Profetico il colloquio con monsignor Barberi che affermava:
A Roma, è vero, non ci sono terremoti, per grazia di Dio. Soltanto qualche incendio… Quello di Nerone, per esempio… Ma è stato il presupposto per la fioritura della cristianità nel corso di duemila anni. E alla religione cristiana è stata fatta la promessa dell’immortalità.
Dopo avere identificato Cagliostro con Giuseppe Balsamo, de Zelada fa cadere la conversazione sulla morte:
Gli uomini, dunque, a ragione o a torto, temono la morte, da quando sono bambini. E gli uomini rimangono in qualche misura, lasciatemelo dire, sempre infantili: per questa fragilità, essi amano l’idea di potersi sottrarre alla necessità, sono disposti ad adorare qualcuno che li illuda su questa richiesta decisiva.
Infine de Zelada impone a Barberi di scrivere nel "Compendio" che Cagliostro era morto secondo la versione ufficiale del bollettino medico e che era stato seppellito: occorreva, dunque, dare ritualmente la sepoltura ad un corpo qualsiasi come se fosse stato il suo. Ed è la menzogna ad avere così il sopravvento:
Noi: la Chiesa, il Santo Padre. Siamo noi che dobbiamo continuare a decidere.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La divina truffa
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