Açelya Yönaç, nata in Turchia nel 1978 e cresciuta tra Istanbul, Milano e New York, scrive il suo primo romanzo, La casa turca, in italiano, pubblicato da Neri Pozza nel 2026. Una scelta tutt’altro che marginale, perché scrivere in italiano una storia che parla esclusivamente della Turchia significa compiere un doppio attraversamento: geografico e linguistico. E significa anche guardare la propria terra d’origine attraverso una lingua acquisita, una lingua altra (per approfondimenti, vedi l’articolo sulla letteratura translingue).
Il romanzo si apre con un ritorno, quello della protagonista, Asena, una scrittrice affermata che viene accolta dalla sua città di origine, Istanbul, con onori ma anche con tante domande. Ormai appartenente a un mondo occidentale che ha contribuito a costruire la sua identità di cui ora le sue radici le chiedono il conto. Lei porta con sé memorie di una casa d’infanzia, di sua madre, di un albero di melocotogno e di un’assenza: quella del fratello, giornalista e attivista, del quale si sono perse le tracce dopo il suo ritorno in Turchia. Istanbul, dunque, diventa il genius loci della memoria, dell’identità e, in ultima analisi, della migrazione stessa. Istanbul è la casa, così come la casa fisica non esiste più, la città della memoria di Asena non esiste più. Il ritorno restituisce soltanto la distanza percorsa per poterla guardare. Asena ritrova una città che non coincide più con quella della sua memoria, ma scopre anche che la bambina che era stata non coincide più con la donna che è diventata. La casa, allora, non è più soltanto un luogo fisico, ma è una costruzione della memoria.
C’è qualcosa che accomuna, a mio avviso, La casa turca ad alcuni testi recenti di autrici di origine altra, allofone, che scrivono in italiano pur provenendo da altri mondi linguistici e culturali. Penso, per esempio, alla scrittura di Nadeesha Uyangoda. In entrambi i casi può emergere, a tratti, un tono quasi didascalico, attraversato da un linguaggio colto, argomentativo, talvolta quasi accademico. Come se queste autrici si assumessero il compito di spiegare qualcosa al lettore italiano: la propria terra, la propria storia, le proprie categorie culturali. Ma sarebbe riduttivo leggere questa operazione come semplice divulgazione, perché ciò che accade è più interessante e profondo. Queste scrittrici non si limitano a insegnarci qualcosa sulla loro terra, piuttosto ci insegnano a guardare e, soprattutto, ci propongono uno sguardo altro, una prospettiva rovesciata.
Il lettore italiano, abituato a considerare l’Italia come il centro dal quale osservare l’altrove, viene improvvisamente catapultato nell’altrove. È lui a diventare l’osservatore che deve imparare a decifrare un mondo che non gli appartiene. Questo è uno dei significati più profondi della letteratura transculturale e translingue: non soltanto portare dentro la letteratura italiana storie provenienti da altri luoghi, ma modificare la posizione dalla quale quelle storie vengono osservate. La Turchia è osservata attraverso gli occhi di una donna che vi ritorna dopo aver trascorso gran parte della propria vita altrove. È una Turchia ricordata, perduta, ritrovata e nuovamente messa in discussione. La Turchia assume un carattere universale, incarna la Casa, le radici, potrebbe trovarsi ovunque. Pertanto la lettura di questo romanzo propone più piani narrativi e psicologici, chiunque abbia vissuto la distanza può immedesimarcisi, può capirlo. Chiunque abbia vissuto un ritorno può sentire la vibrazione delle parole contenute nel romanzo, e ancora, chiunque abbia vissuto una perdita può versare le stesse lacrime di Asena per il fratello.
Ed è qui che il romanzo introduce un’altra dimensione della migrazione: la scelta di partire e la scelta che altri fanno per noi. Perché non tutti i migranti scelgono di migrare. Ci sono figli che ricevono la migrazione come eredità. Crescono altrove, apprendono altre lingue, abitano altre culture, e quando un giorno guardano verso il paese d’origine scoprono di non sapere più se appartenga loro. La migrazione dei genitori diventa così una condizione esistenziale dei figli che non hanno scelto di partire, eppure devono costruire la propria identità su quella scelta. In questa prospettiva, la figura del fratello assume il valore dell’ombra della migrazione. Il fratello non ha mai accettato di vivere da migrante in un Paese in cui nessuno è in grado di pronunciare correttamente il suo nome. Il concetto di Casa assume nuovi confini, sono i confini del nome, dell’identità, della lingua. Il fratello, forza maschile del racconto, torna verso le radici e lì scompare. È rimasto nel romanzo come assenza, memoria, domanda irrisolta. La sua scomparsa diventa il motore profondo del ritorno di Asena, la ricerca sì del fratello, ma anche la ricerca di quella parte di sé che non ha accettato la migrazione e che è rimasta rimossa nell’inconscio, la ricerca dell’Animus perduto, dell’ombra da integrare. In una lettura junghiana, potremmo considerarlo come una figura dell’Ombra della migrazione. Se Asena rappresenta colui che parte, attraversa il confine, costruisce altrove una nuova identità e infine ritorna, il fratello rappresenta colui che non riesce a compiere quella trasformazione. È l’altra possibilità. Quella parte di sé che non si riconosce nel nuovo mondo e che non riesce, forse, a trasformare la distanza in appartenenza. Il fratello diventa così la figura di chi non trova una casa nella migrazione, il suo Paese non è necessariamente il luogo in cui è nato, ma è il luogo in cui
qualcuno è ancora capace di pronunciare il suo nome
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Una profonda definizione di Casa, intesa come patria, come radici, come il luogo nel quale il nostro nome conserva un significato, nel quale qualcuno sa chi siamo, nel quale la nostra storia non deve essere continuamente tradotta. Un luogo in cui la nostra esistenza non è frammentata, non è divisa, come lo è invece quella di Asena, l’Anima della migrazione, il femminile che si è prestato a fare da ponte tra i due mondi. Il simbolo dei due passaporti che Asena porta con sé all’inizio del romanzo condensa questa ambivalenza: due appartenenze, due storie, due versioni di sé. Ma avere due passaporti non significa necessariamente avere due patrie. Talvolta significa non sapere più quale delle due possa essere chiamata casa. Ed è forse proprio questo il nodo della letteratura transculturale: raccontare non tanto l’appartenenza a due mondi, quanto la condizione di chi vive nello spazio tra i mondi. Uno spazio che può essere sofferenza, ma anche possibilità. Yönaç stessa ha attraversato confini e lingue, turco, inglese e italiano. E proprio l’italiano, lingua acquisita attraverso la vita a Milano, è diventato infine la lingua nella quale dare forma al suo primo romanzo. Come se per tornare a una casa fosse necessario, qualche volta, attraversare una lingua straniera.
In una prospettiva junghiana, la casa è una delle immagini archetipiche più profonde della psiche: rappresenta il luogo interiore dell’appartenenza, uno spazio nel quale le diverse parti dell’Io possono riconoscersi e nel quale la memoria personale si intreccia con quella familiare e collettiva. Per chi migra la casa esterna si separa dalla casa interna: la prima può essere lontana, trasformata, perduta; la seconda continua a vivere nelle immagini, negli odori, nei gesti, nei racconti e soprattutto nelle parole. È qui che il tema della casa di Yönaç incontra quello della lingua e viene spontaneo pensare a Jhumpa Lahiri, che ha compiuto un movimento ancora più radicale: dopo aver scritto per anni in inglese, ha scelto l’italiano come lingua letteraria, arrivando a fare della lingua stessa un luogo di appartenenza e di ricerca identitaria. In Lahiri la lingua non è semplicemente lo strumento attraverso il quale raccontare una casa: la lingua diventa casa. Non la casa originaria, ma una casa scelta, costruita parola dopo parola.
È un’idea particolarmente pregnante se accostata a La casa turca. Yönaç torna alla Turchia attraverso l’italiano; Lahiri trova nell’italiano un nuovo modo di abitare se stessa. In entrambe, la lingua sembra diventare uno spazio intermedio nel quale l’identità può finalmente smettere di scegliere tra un’origine e un altrove. La letteratura transculturale ci ricorda allora che le radici non sono immobili, al contrario possono attraversare frontiere, parlare più lingue e persino riportarci indietro all’origine.
- Autore: Açelya Yönaç
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Neri Pozza
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La casa turca
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