- Autore: Nadeesha Uyangoda
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Einaudi
- Anno di pubblicazione: 2025
- ISBN: 9788806259747
Acqua sporca (Einaudi, 2025), l’ultimo romanzo di Nadeesha Uyangoda nella dozzina del Premio Strega 2026, può essere contenuto in un unico concetto psicologico principale: lutto migratorio. Si tratta di una forma di perdita complessa e spesso invisibile, che riguarda chi lascia il proprio paese d’origine. Non è un lutto legato a una morte, ma a molte piccole separazioni: dalla lingua, il cibo, gli odori, i gesti quotidiani, persino dai paesaggi, fino a tutti i riferimenti culturali e affettivi. È un lutto stratificato, che non si risolve mai completamente, perché ciò che si perde continua a esistere altrove, irraggiungibile nella sua forma originaria. In questo senso, il lutto migratorio non ha una chiusura netta: è un processo che accompagna, si trasforma, riaffiora.
In Acqua sporca, questo stato interiore si traduce in una narrazione che oscilla continuamente tra Italia e Sri Lanka. L’alternanza geografica diventa anche un’alternanza emotiva e identitaria: da una parte il presente, dall’altra una memoria che non è mai solo passato, ma presenza costante, sottopelle, invisibile ma costantemente percepibile e che riaffiora nei momenti e nelle situazioni più inattese.
La narrazione dedicata allo Sri Lanka è tra le parti più riuscite del libro: vivida e attenta al dettaglio, ampiamente documentata e in grado di trasmettere le atmosfere di luoghi geograficamente lontani, senza tuttavia cadere nell’esotismo, ma emotivamente presenti nella vita dell’emigrato. I luoghi diventano spazi carichi di storia, tensioni e tradizioni culturali: un paese stravolto da trent’anni di guerra civile, segnato da varie colonizzazioni e permeato da credenze legate a yakshaya, demoni malevoli che si crede capaci di aggrovigliarsi a un arto ogni qual volta si presenti un disagio, fisico o psichico.
Le era stato insegnato che c’erano gli astri, gli spiriti, le divinità, e solo le preghiere e i riti potevano favorire la loro volontà di plasmare una realtà benevola.
Lo Sri Lanka appare come uno spazio attraversato da norme e codici culturali e comportamentali arretrati al confronto con il mondo occidentale: le donne sposate senza figli vengono designate con un termine preciso, musala, che le colloca in una posizione sociale definita, mentre ai bambini adottati spesso si celano le proprie origini. Eppure un possibile ponte esiste e dialoga profondamente con l’identità della voce narrante:
Una diagnosi di depressione non era poi tanto diversa da un yakshaya aggrappato a una gamba.
Dalla trama emerge un concetto centrale, quello della casa. Casa non è un luogo fisico, né stabile. È piuttosto un elemento fragile, fatto di compromessi e distacchi. L’Italia può essere casa per abitudine o necessità, lo Sri Lanka per radice e memoria, ma nessuno dei due spazi riesce a contenere interamente l’identità di chi migra. La casa, allora, si trasforma in una tensione costante, qualcosa a cui si anela, di cui si percepisce continuamente la mancanza, un disagio presente sempre e ovunque.
In questo quadro migratorio descritto nelle sue sfumature più intime si inserisce il tema della migrazione di ritorno, incarnato dalla figura della madre. Lei che si è allontanata dalle radici e ha trascinato anche la figlia, proprio lei decide un giorno di tornare a casa, di tornare verso quei luoghi da cui si era distanziata.
L’autrice descrive sia il punto di vista della donna, migrante di prima generazione, per la quale il ritorno rappresenta un tentativo di riconciliazione con una perdita mai elaborata, sia la prospettiva della figlia, migrante di seconda generazione, che ha vissuto tutta la sua ancora giovane vita nella tensione di ricomporre il dolore della madre da un lato e la propria integrazione dall’altro.
Per mia madre l’idea di casa era sempre stata avvinghiata alla perdita.
Se il lutto migratorio racchiude in due parole una narrazione tanto articolata e analizzata in profondità, la doppia appartenenza ne rappresenta la manifestazione più acuta e aggressiva. Non si tratta semplicemente di vivere tra due mondi, ma di percepirne la tensione che lacera e non concede tregua.
Il rapporto che intessevo con la mia vita altrove era così: un’esistenza che cresceva su un’altra come un parassita. Mentre una cercava di prendere il sopravvento, portandosi appresso le radici, esposte come carne viva, l’altra, quella sottostante, continuava a sopravvivere al limite del marciume.
L’immagine è violenta e disturbante: due vite che non si integrano ma piuttosto si consumano a vicenda. Le radici non sono una sicurezza, ma un nervo scoperto, sensibile e doloroso. In questa dinamica non c’è sintesi, ma piuttosto competizione, invasione ed erosione reciproca.
Di fronte a questa eredità emotiva, la ragazza, migrante di seconda generazione, reagisce in modo opposto rispetto alla madre di fronte alle doppie radici. Il suo gesto è quello dell’allontanamento: prendere distanza dalle proprie radici per non sentire fino in fondo il dolore e la lacerazione della doppia appartenenza. È una strategia di difesa che si costruisce anche attraverso immagini narrative molto pregnanti.
Bisogna armarsi per voltare le spalle al proprio passato, sprangare le porte, barricarsi dentro la propria mente e sperare che la realtà di fuori non faccia un’imboscata. Uno strazio topografico.
In questa chiusura si riflette un senso persistente di spaesamento, di misplacement, che attraversa l’esperienza della seconda generazione fino a influenzare anche le scelte più intime.
Non avevamo avuto figli, io e Fabiano, non avrei sopportato di trasmettere quest’afflizione a un’altra generazione.
È proprio nel confronto tra prima e seconda generazione che il romanzo si snoda in uno dei suoi aspetti più interessanti. Le vite delle due donne, madre e figlia, scorrono in simbiosi per molti anni, quasi a sovrapporsi a tratti, laddove la madre profondamente legata alle radici abbandonate arranca nella fatica di sopravvivere e la figlia, maggiormente integrata linguisticamente e culturalmente, sebbene sempre in parte, sopperisce e sostiene le carenze della genitrice.
Mentre mia madre, con i suoi vestiti puliti, ordinati e assolutamente fuori contesto, stava un passo indietro, dandomi la procura di parlare. La sua voce, la mia, che differenza poteva fare.
Del resto, la prima generazione ha vissuto la migrazione come necessità materiale: ha lavorato, resistito, “sgobbato”, senza potersi permettere il lusso dell’introspezione. La seconda, invece, eredita quella storia e la rielabora sul piano simbolico e psicologico, interrogandosi su traumi, identità e appartenenza.
Ayesha [la figlia, ndr] era tutta un parlare di traumi, di stress post-traumatico, di psicologia della migrazione, ma lei [la madre, ndr] invece aveva continuato a svegliarsi ogni mattina alle sei per fare ciò che doveva – non aveva mai avuto tempo di osservare il presente.
Proprio questa differenza fa emergere ciò che altrimenti resterebbe sommerso: il costo emotivo di quella fatica, rimasto inespresso.
Il testo è molto curato, ben strutturato narrativamente, ampiamente documentato; a tratti risulta didascalico, dal sapore saggistico, tra citazioni dotte di matrice psicanalitica, antropologica o artistica, come se l’autrice sentisse l’esigenza di argomentare, dimostrare, chiarire e costringere gli occhi miopi di chi legge a osservare oltre la superficie, oltre le categorie semplicistiche. Si ha l’impressione che il testo voglia talvolta anche esibire una competenza, rivendicare la capacità di una soggettività migrante di raggiungere vette intellettuali che lo sguardo comune tende a negarle.
Dal testo affiora anche la rabbia verso tanto il passato coloniale quanto il presente europeo. È una rabbia che nasce dalla consapevolezza delle disuguaglianze e delle gerarchie che attraversano i mondi in cui la protagonista si muove. Tuttavia, si intravede anche una certa ambivalenza: l’Italia è insieme spazio di accoglienza e di distanza, un luogo che offre possibilità ma in cui le barriere sociali restano percepibili. In tal senso, quando emerge la frustrazione per essere percepita più come forza lavoro, adatta solo a ruoli subordinati come quello della cura, ma non come soggetto creativo, il discorso tocca un nodo reale, ma rischia talvolta di semplificare un campo, come quello artistico, che è di per sé difficile e selettivo per molti, indipendentemente dall’origine, dimenticando che per fare la stilista o l’artista non basta essere italiani.
Sarebbe stata abbastanza immigrata per fare la domestica, la badante o entrambe le cose, ma la sua storia non sarebbe suonata internazionale a sufficienza per fare la stilista o l’artista.
Approdare al mondo dell’arte è concesso comunque alla giovane protagonista, proprio come all’autrice stessa nella realtà, tuttavia affrontando un mondo, quello artistico londinese, che tende a mercificare la razzializzazione, l’esotismo, l’esperienza migratoria. Tutto, di fatto, ha un costo emotivo.
Allora perché tutta la vostra arte […] ha a che fare con l’altrove? […] tra gli artisti con un background migratorio c’erano due frange: chi desiderava potersi permettere gli stessi panni dell’oppressore e chi scavare nella propria sofferenza.
Un’immagine simbolica evocata nel testo si fa rappresentante della condizione migratoria: quella del serpente. Animale a sangue freddo, capace di cambiare pelle, il serpente diventa una figura che rispecchia l’esperienza di espatrio. Come il migrante, muta, si adatta, abbandona parti di sé per poter continuare a vivere. Ma non è solo metamorfosi, è anche un corpo capace di insinuarsi nei meandri di un ingranaggio che schiaccia, capace di passare attraverso fessure, margini, crepe. Il serpente è simbolo per eccellenza della capacità di adattarsi e muoversi tra le pieghe e le piaghe dell’esistenza, di abitare interstizi, di sopravvivere. È un simbolo che restituisce astuzia, ma anche resistenza, perdita e capacità di trasformazione.
Acqua sporca è un titolo eloquente e al tempo stesso oscuro. L’immagine, fortemente evocativa e simbolica, rimanda alla sensazione di impurità, di colpa, di errore, pur nascondendo qualcosa al suo interno. Si tratta di una linfa vitale macchiatasi di una colpa che l’ha resa opaca, annacquata.
Se fossi stata anche io loro nipote [dei datori di lavoro, ndr] e non il frutto di parentele immaginarie, fatte più di acqua sporca che di sangue, forse avrei buttato il ciarpame, e cavato uno spazio disponibile e intatto per i nuovi proprietari.
E altrove:
Quella conversazione con Pavitra, di cui non afferrai tutta la ragionevolezza, calò il sipario sulla mia vita altrove. Il sangue del mio sangue diventò acqua sporca. Non mi restò allora altro da fare se non stappare il lavandino per lasciarla scorrere. Mi sono svuotata per sentirne meno il dolore
Eppure, cosa nasconde la sporcizia? Non è poi dal fango che nasce il fiore del loto? Il rizoma della ninfea non necessita forse di limo dove affondare le proprie radici plurime? Dunque l’acqua, fonte imprescindibile di vita, componente principale del corpo umano, anche sporca, è feconda, crea legami, non solo immaginari.
L’acqua può apparire torbida ma non essere necessariamente nociva, può contenere nutrimento anche se priva di limpidezza e trasparenza. Acqua sporca risuona come un ossimoro, contiene in sé l’ambiguità dell’alchimia che permette alla materia di trasformarsi. È in questa dinamica che il romanzo rivela una delle sue fragilità più autentiche e, al tempo stesso, uno dei suoi aspetti più critici e, tuttavia, fertili. Proprio come i concetti di casa, identità, appartenenza, l’acqua rivela un’ambiguità e una molteplicità che fanno da specchio a una realtà opaca, trasfigurata, mai completamente univoca.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Acqua sporca
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