L’eroe
- Autore: Achille Campanile
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Rizzoli
La gloriosa e triste commemorazione del tragico assedio alla fortezza di Alcantares è giunta alla sua quindicesima edizione e, come ogni anno, davanti al monumento dell’Eroe giovinetto che si è immortalato per la Patria, sfilano ministri, eminenze, generali, ex assediati veri o falsi che siano. Come ogni anno un pesante busto marmoreo verrà rimesso sul suo piedistallo e avrà luogo la cerimonia dell’ammaina bandiera e, quindi, tutti i presenti ascolteranno il disco su quale fu incisa la telefonata tra il generale Fulcs, il comandante della caserma e padre del giovane eroe, e il suo omologo tedesco che minacciava di fucilare il ragazzo, qualora lui non si fosse deciso ad arrendersi. Come ogni anno, in prima fila, ad assistere alla mesta cerimonia, il generale Fulcs ormai un po’ svanito, la indomita e autoritaria consorte, la generalessa Matilde, che non hai mai perdonato al marito la ferale risposta, la vecchia nutrice, altri componenti del nucleo familiare, lo sconsiderato responsabile del museo, il cavalier Zorapide e il suo sciocco assistente, l’ex assediato Raimondo.
Insomma, la solita solfa, ripetuta stancamente più per abitudine che per reale convinzione, ma quest’anno c’è un’importante novità: il comandante Kapel vuole incontrare il suo nemico per ottenere il perdono e riappacificarsi con lui. Quando tutto sembra oramai deciso e avviato su nuovi binari, avviene un colpo di scena: riappare il giovane eroe oramai adulto e con un braccio di legno, che ha il difetto di bloccarsi nelle posizioni più strane procurando al suo proprietario pericolose avventure. Attorno a questo braccio e sulle cause dell’incidente che ne hanno causato la sua perdita, arrivano da parte del suo ex proprietario le spiegazioni più incredibili, storie collaterali che non c’entrano nulla con l’opera, finché, passando attraverso una serie di colpi scena rivelatori, si arriva alla conclusione dell’opera.
L’eroe è l’unica opera politica di Achille Campanile, che per scelta si era sempre tenuto fuori da qualsiasi schieramento politico e aveva accuratamente evitato di trattare nei suoi libri un argomento così delicato. Tramite questo libro, l’autore critica duramente la retorica partigiana e denuncia con forza gli orrori della guerra, causa di lutti e distruzioni per entrambi gli schieramenti, vincitori e vinti. Scorrendo le pagine dell’opera, questa critica diventa un atto di accusa contro quanti hanno fatto della resistenza un pretesto per trovare un posto di lavoro, un seggio al parlamento, snaturando la vera natura del fenomeno, e quanti, in tempi successivi, hanno rinnegato i valori morali dei loro padri e dei caduti per ridurre questo avvenimento a un fenomeno da baraccone, una cerimonia laica alla quale non crede più nessuno.
Il libro si apre con un escamotage letterario di un Achille Campanile, un personaggio esterno alla storia che per esigenze imprecisate si deve nascondere nella fortezza e, pertanto, da un posto di osservazione di fortuna diventa un testimone esterno alla storia. È il brillante colpo d’inizio di un romanzo divertente, perfettamente bilanciato tra situazioni comiche e momenti drammatici, tra battute fulminanti e storie avvincenti quanto assurde, un equilibrio che rende quest’opera diversa dalle altre, in particolar modo della giovinezza. Scorrendo le pagine emerge, infatti, un Achille Campanile maturo, ricco di esperienza e reso saggio dagli anni, che scrive con uno stile pacato – dalle pagine traspare una grande pace interiore – ma che non rinuncia alle sue formidabili battute, ai suoi giochi di stile che lo hanno resto famoso. Ad esempio, le digressioni narrative attorno alle vicende umane – belliche e post-belliche – dei personaggi dell’opera, deviazioni sulla strada maestra, che non solo non c’entrano nulla con la storia, ma costituiscono un ottimo esempio della fervida fantasia dell’autore. In questo senso si può ribadire che l’opera è senza dubbio una delle migliori che lo scrittore abbia mai prodotto: divertente, ricca di spunti di riflessione ed equilibrata al tempo stesso. In particolare, le vicissitudini legate all’arto di legno rappresentano non solo un formidabile elemento comico, ma addirittura diventano una storia nella storia, un testo che prende in giro la stupidità dei regimi politici, l’assurdità dei loro simboli e riti collettivi, nonché la paranoia che li avvolge da capo a piedi e di cui non possono fare a meno pur di mantenersi al potere.
L’ultima parte dell’opera è un susseguirsi di colpi di scena, che mettono a dura prova la fantasia del lettore, uno svelarsi di verità nascoste che precedono una conclusione che vola in alto, tocca la poesia e ci lascia un grande messaggio di vita: la guerra è crudele e lascia dietro di sé molte vittime. Non ci si deve, quindi, meravigliare che il libro abbia vinto nel 1976 il Premio Forte dei Marmi, dedicato alla satira politica, l’ultimo riconoscimento che Achille Campanile abbia ottenuto in vita. Una ricompensa più che meritata per una così geniale opera, anche se quasi tutti i critici furono concordi nel ritenere quel premio un riconoscimento al Maestro dell’umorismo, non tanto per l’opera singola quanto per l’attività che aveva accompagnato oltre cinquant’anni di vita italiana.
L'eroe
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Non conoscevo questo scritto di Campanile indubbiamente molto interessante. D’ altronde lo stile caustico, ironico è tipico dello scrittore. Interessante è la critica alla resistenza e a una certa retorica partigiana. Certamente da leggere e anche più da rileggere in generale.