Nella ricorrenza (1946 - 2026) del riconoscimento del voto alle donne in Italia, sono stato invitato dal comune lombardo di Vermezzo con Zelo a tenere una relazione di fronte a un consesso interamente femminile, riunito pure per festeggiare l’Otto Marzo, lasciando a me la scelta dell’argomento.
Così, da scrittore, nel tentativo di essere originale, mi sono chiesto – e ho chiesto - qual è stato nel passato il ruolo delle muse nella storia della letteratura. Sono ancora le protettrici divine delle arti e figure ispiratrici del maschio scrittore e poeta? Oppure si sono evolute prendendo la scena, proponendo un’ispirazione e una scrittura di genere? Una scrittura di segno femminile?
Mi sono venute alla mente molte storie: racconti, biografie di artisti e artiste, saggi sulla storia della letteratura. Titoli di romanzi. Nomi di donne: tra cui Virginia Woolf, Gertrude Stein e Lou Andreas Salomè che ispirò - e andò a letto - con il filosofo Nietzsche e con il poeta Rainer Marie Rilke.
Le Muse hanno pure un corpo, oltre un’anima e una ricca mente. Per dirla con le mie parole, hanno lunghe gambe, un gonnellino che fa la ruota e una potente voce. Una relazione amorosa è desiderio, infatuazione e ispirazione, registro di parole e lingua segreta, tra cui quella dei mistici e dei sognatori.
Per esempio la mistica tedesca Ildegarda (1098-1179), badessa benedettina, inventò pure una lingua ignota (Litterae Ignotae) con un alfabeto di 23 lettere e un lessico di mille parole per descrivere le sue visioni. E siamo nell’anno Mille.
Così sono andato a ritroso fino alla nascita delle Muse e alla nascita della scrittura. Oggi desidero celebrare le Muse e il loro lavoro. Lavoro e compiti spesso ingrati, oscuri e poco apprezzati. Tempo fa ho pubblicato un articolo sulle dediche e sulle epigrafi di Andrè Gide, con lo scopo di dare risalto proprio ai nomi delle Muse e dei Musi a cui sono dedicate le pagine dei suoi romanzi. Spesso il lettore frettoloso sorvola sulle dediche, e spesso non sa nulla di quei nomi e delle relazioni con l’autore o l’autrice.
A me, degli scrittori, piacciono anche le biografie che spesso sono la struttura portante delle loro opere. Per conoscere appieno uno scrittore dobbiamo conoscere la sua vita, i suoi amori, i suoi desideri, i suoi fallimenti, le sue perversioni. Poi se un romanzo è "buono" funziona da solo.
Il dio egizio Thoth e le Muse greche
Andiamo indietro nel tempo, mettendo il dito e il naso nella mitologia greca con le nove Muse e con il dio egiziano Thoth, patrono degli scribi.
Secondo il mito, la scrittura è opera di un maschio, il dio Thoth, che ha inventato i geroglifici: i segni che rappresentano parole e suoni del mondo e diventano la scrittura sacra. Ma sono le donne, poi, a ispirare i poeti e le opere del teatro. Come Calliope, la musa della poesia epica. Sono, appunto, le femmine a soffiare la voce negli orecchi dei maschi. E a far gonfiare la loro mente e anima. Qui, si rovesciano le parti: è la femmina a penetrare e a ingravidare il maschio, è la Musa che feconda l’artista.
Nella storia della Letteratura - senza dimenticare la Beatrice di Dante e la Laura di Petrarca - ci sono scrittori fecondati da Muse o da Musi e ciò accadde pure con le scrittrici che amano gli uomini oppure le donne. La musa di Virginia Woolf era la baronessa Vita Sackville-West, quella di Gertrude Stein era Alice B. Toklas, il muso di Sibilla Aleramo era il poeta Dino Campana – l’Orfeo folle -, il muso di Oscar Wilde era l’amante Lord Alfred Douglas, i musi di Jean Genet erano i marinai e i travestiti come Divine, il personaggio del romanzo Nostra Signora dei Fiori. La musa di P. P. Pasolini era la madre Susanna o l’attrice Laura Betti? O i ragazzi di borgata? La musa di Amelia Rosselli era la poetessa Silvia Plath, e ambedue morirono suicide.
Le Muse soffiano trame e parole. Il verbo soffiare mi ricorda qualcosa di sacro, biblico: il soffio divino da cui nasce la vita. Uno scrittore possiede questo potere: quello di insufflare la vita in un personaggio. È un potere che richiede un grande sforzo e, a volte, il soffio è debole e dà vita a un’opera debole. E in molti casi a nessuna opera. Ciò dipende da chi scrive, perchè deve avere anche buone orecchie per ascoltare e un buon ventre per ospitare la vita che sarà.
La mia amica teologa Antonietta Potente (vedi la mia intervista su Sololibri.net), a proposito della scrittura, sostiene di essere ispirata quando "qualcuna, qualcuno ti soffia dentro". Io stesso quando scrivo sostengo di sentire delle voci, di udire qualcuna, qualcuno che mi soffia nelle orecchie le parole che poi fanno tana nella mia pancia. Potrei allungare la riflessione affermando che le voci sono pure il nostro inconscio, la nostra voce interiore che ci accompagna durante la scrittura. E qui, mescolandosi le suggestioni, mi sono incartato con la promessa che ha dato titolo al mio intervento e che riuscirò forse a soddisfarne una minima parte.
Chi sono lo scrittore e la scrittrice?, mi sono domandato. Sono coloro che, investiti dall’ispirazione, possiedono un’anima dotata di orecchie aguzze e stendono la scrittura sulle pagine bianche?
Chi sono e da dove arrivano le Muse?
Le Muse sono considerate le divinità ispiratrici delle arti, della poesia e delle scienze. Sono le figlie di Zeus e di Mnemosine (la Memoria) e incarnavano l’essenza della creatività e del sapere umano. Le Muse, come fonti divine di ispirazione, influenzarono i poeti greci antichi. Ne cito tre:
- Calliope, la musa della Poesia epica;
- Erato, la musa della Poesia amorosa;
- Talia, la musa della Commedia .
Detto ciò cercherò di riprendere il mio iniziale canovaccio proponendo alcune suggestioni e tre domande su cui riflettere.
Confesso che le suggestioni contengono, ahimè, molte bugie – che non sono propriamente delle menzogne, bensì invenzioni talora fittizie - e alcune verità. Del resto la trama di un romanzo deve essere verosimile per funzionare. Non è la verità, ma somiglia alla verità.
Riflettiamo dunque su prossimi punti, che sono temi o intuizioni di una discussione che potranno forse evolvere in un ragionamento più completo, ovvero in un’argomentazione.
- La musa: specchio magico del maschio scrittore;
- Il ruolo oscuro e defilato delle muse nell’universo maschile;
- Le Muse, da ispiratrici passive a metafora di potenti voci femminili nella storia della letteratura e nella storia dell’arte;
- Le donne da Salottiere a Mecenati e a Scrittrici di primo piano, a loro volta influenzate da muse femminili e maschili;
- Il conflitto artistico tra musa e autore/trice.
Le tre domande – aperte e che attendono risposte - sono:
- La scrittura è maschile o femminile?
- Possiamo andare oltre il dualismo di genere?
- Esiste una scrittura androgina?
Io stesso nei miei romanzi ho affrontato più volte questi temi. Temi che mi affascinano e che mi hanno ispirato. Ho dedicato uno dei miei romanzi Nata con il cuore in una mano (L’erudita, G. Perrone, 2013) a Erato, la musa mitologica della poesia amorosa, a Mary Haskell, la mecenate di Kahil Gibran, l’autore de Il Profeta, e a Zelda Sayre, la moglie di F. Scott Fitzgerald che ispirò il personaggio di Nicole in Tenera è la notte e che ebbe un forte conflitto artistico con il proprio marito, essendo pure lei un’artista e scrittrice. Ho scritto nella epigrafe che quel mio vecchio romanzo era dedicato a tutte le muse e al loro ingrato compito di amare gli scrittori ancora più delle loro opere.
Le Muse, dunque, s’innamorano e si sacrificano per i propri uomini e, a volte, sacrificano pure il loro talento artistico. Una epigrafe, scritta molti anni fa, forse intrisa di una cultura patriarcale che ha costretto le mie muse nell’esercizio di essere solo custodi e amanti dei propri uomini. Uomini spesso difficili, scontrosi, egoisti e narcisisti.
Mentre, invecchiando, e forse diventando più saggio, nel mio ultimo lavoro dello scorso anno, Chi ha rapito Cesare Pavese? (G. Meligrana, 2025), la vera protagonista e personaggio fondamentale del romanzo è una musa che non suggerisce solo parole, anzi diventa essa stessa scrittura. Da cui ne ho tratto la convinzione che la scrittura è femmina. Anzi, è androgina.
Le muse di Midnight in Paris
Ma prima di continuare questa conversazione vi chiedo di socchiudere gli occhi per facilitare il richiamo alla memoria di alcune immagini di Midnight in Paris, un film di Woody Allen del 2001.
Ecco la breve trama.
Agli inizi degli anni 2000, un giovane sceneggiatore del cinema hollywoodiano in vacanza a Parigi aspira a scrivere un romanzo serio e non opere prezzolate, buone per ogni bocca. Ogni notte, allo scoccare della mezzanotte, una macchina retrò lo trasporta negli Anni Venti dove incontra molti artisti, pittori, musicisti, cineasti e gli scrittori Ernest Hemingway e F.S. Fitzgerald. Incontra pure Picasso e Modigliani e la loro la musa. Gli incontri avvengono in caffè e bistrot di una Parigi degli anni Venti e nella casa salotto artistico di Gertrude Stein, nel quartiere mitico di Montparnasse.
Il film, secondo la mia lettura, evoca le Muse come fonti d’ispirazione. Lo sceneggiatore dialoga con Gertrude Stein sul suo romanzo, riceve consigli da Hemingway, discute con F.S. Fitzgerald e con la moglie Zelda Sayre e s’innamora di Eva Gouel, la musa di Picasso e Modigliani.
Permettetemi questa parentesi per rafforzare il ruolo della Musa e la biografia di un artista. Modigliani nella sua breve vita ebbe molte muse amanti: Eva, di cui vi ho detto, la femminista e scrittrice Beatrice Hastings e per ultima Jeanne Hébuterne, compagna e musa dal 1917, sposata poco prima della sua morte, ritratta in decine di opere con collo da giraffa. Incinta del secondo figlio, si suicidò due giorni dopo la morte di Modigliani nel 1920, a soli 21 anni.
Il film di W. Allen celebra l’atto creativo come accettazione del presente, sostenendo che la vera stanza per scrivere è interiore, riprendendo e interpretando una suggestiva tesi di Virginia Woolf. Ma potrei pure dire che anche un’epoca, passata o futura, o distopica, può fungere da musa. Pure la nevrosi può essere una musa: pensate al concetto di fine ’800 del Nervenkunst, o "arte dei nervi", che influenzò molti artisti. La nevrosi, la follia è una ispiratrice. Come lo è il male o il diavolo. Pensiamo al capolavoro di Wilde Il ritratto di Dorian Gray. Ma io apprezzo di più Wilde, accusato di sodomia, quando scrive per i suoi due figli le tenere favole de Il gigante gentile.
Pure il Mistero è una Musa, quando la scrittura è ispirata da una divinità, o dal daimon – lo spirito mediatore tra umano e divino - che risiede nella nostra anima.
Sulla scrittura delle donne c’è un testo che ritengo fondamentale, ed è stato pubblicato nel 1929. S’intitola Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, l’autrice del romanzo Orlando dedicato alla sua amante e musa, la scrittrice e nobildonna Vita Sackville-West.
Sappiamo che la Woolf, in preda alla follia, morì suicida gettandosi nel fiume Ouse, come Ofelia, personaggio dell’Amleto di Shakespeare che muore annegata in un torrente. Si suicida come il personaggio fittizio da lei creato, Judith, la sorella di Shakespeare, che possiede lo stesso talento poetico e drammaturgico del celebre fratello, ma è costretta dalle convenzioni e dalla cultura patriarcale dell’epoca a non studiare e a svolgere le faccende di casa senza poter esprimere la propria arte. Senza poter scrivere una sola parola.
Nel saggio Una stanza tutta per sé, tratto da due conferenze tenute in due scuole universitarie femminili nell’ottobre del 1928, la Woolf rivendicava l’ammissione delle donne al mondo delle lettere e dell’editoria di successo, ritenuta esclusivo appannaggio del maschio. Il titolo delle due conferenze era Le donne e il romanzo. Non è un tema da poco e la Woolf, prima di argomentare con un pubblico di giovani donne, s’interroga sul senso del titolo della sua conferenza. La stessa operazione che ho fatto io oggi con le Muse.
Il titolo poteva significare la donna nella realtà e la donna nel romanzo; oppure le donne e i romanzi che scrivono; oppure le donne e i romanzi che parlano di donne.
L’opinione della Woolf in queste due conferenze - che aveva una rendita di 500 sterline al mese, una biblioteca paterna, fondatrice di una casa editrice con il marito e voce autorevole di un gruppo intellettuale – era che una donna, se desidera scrivere romanzi, deve avere soldi e una stanza tutta per sé da chiudere con un lucchetto.
Recensione del libro
Una stanza tutta per sé
di Virginia Woolf
La Woolf, un secolo fa, rivendicava l’ammissione delle donne alla scrittura non solo come emancipazione ed empowerment, non solo come autostima personale ma come dignità di partecipazione all’universo della letteratura, fino ad allora dominio dello scrittore maschio. Ricordiamoci che all’epoca alcune scrittrici per pubblicare i loro romanzi usarono un nome maschile, come accadde con le sorelle Brontë. Pure la nostra Grazia Deledda, all’inizio della sua carriera, utilizzò pseudonimi maschili.
Quelle donne desideravano essere riconosciute come scrittrici e voci autorevoli nell’universo della Letteratura. La radice di autorevole e di autorità (auctoritas) è la stessa di autore (auctor): deriva da augēo – accrescere -, con il significato di aumentare la conoscenza, trasmettendo autorità e competenza.
Il sesso della scrittura
Riprendendo il lavoro di Woolf del 1928 e diverse teorie più recenti di fine ’900, mi sono pure domandato: la scrittura ha un sesso? C’è una scrittura asessuata? La scrittura è femminile? Esiste una scrittura androgina?
Ho da proporre un’ulteriore domanda: l’appartenenza a un genere sessuale o all’altro influisce sulla parola scritta?
Potrei sostenere che la domanda è vecchia e svela molti pregiudizi e stereotipi, tra cui quelli di una scrittura dura e virile (quella maschile) e di una scrittura dolce e sentimentale (quella femminile). La tesi "la scrittura è femminile" è un’idea provocatoria emersa nel dibattito femminista, che lega la creatività scritta a qualità archetipicamente femminili come la fecondità e la memoria.
All’inizio del mio intervento ho detto, richiamando la mitologia, che sono le Muse, figlie della Memoria, a donare ai poeti l’ispirazione, rendendo la produzione letteraria un "parto" creativo e fecondo.
Hélène Cixous, scrittrice e drammaturga, ha pubblicato nel 1975 il saggio Il riso della Medusa, un manifesto della scrittura femminile, tradotto e pubblicato da Feltrinelli nel 2025. Un breve saggio che richiede pazienza nella navigazione della lettura tra invenzioni linguistiche, riferimenti psicanalitici, mitologia, storia della letteratura e storia dell’emancipazione e delle lotte femminili. Un saggio scritto contro la visione fallogocentrica che privilegia il maschile, il rigido dominio patriarcale pure nella scrittura. Una definizione che comprende anatomia maschile e logos: fallo e parola, fallo e pensiero, fallo e ragione.
Il riso della Medusa comincia così:
Parlerò della scrittura femminile: di ciò che farà. Bisogna che la donna si scriva: che la donna scriva della donna e che faccia venire le donne alla scrittura, da cui sono state allontanate tanto violentemente quanto sono state allontanate dal loro corpo; per le stesse ragioni, dalla stessa legge e per lo stesso scopo mortale. Bisogna che la donna si metta al testo – come al mondo, e alla storia – di sua iniziativa.
Cixous descrive l’écriture féminine come latte materno, opposto all’inchiostro nero maschile, logocentrico e rigido; la Medusa che ride, invece di pietrificare, incarna questa forza vitale che "si scrive" rompendo silenzi.
La scrittrice Maria Rosa Cutrufelli, autrice del saggio Scrivere con l’inchiostro bianco (Iacobelli Editore, 2018) riprende l’immagine per la pagina femminile "bianca" che accoglie e sovverte l’inchiostro maschile. La filosofa Maria Giovanna Farina argomenta che la scrittura "si-fa-femmina" per la sua natura oggettivante e interpretativa presente in entrambi i sessi come categoria dell’essere.
Le donne scrivono con l’inchiostro bianco, cioè con la memoria del latte materno che scorre dentro di loro. Io credo che questa accada pure ai maschi. Il latte materno sono pure le storie, le favole raccontate al figlio da una madre. Sono le immagini e il suono della voce di una madre. O di un padre, se penso alle favole di Oscar Wilde.
La teologa Antonietta Potente nel breve saggio Quando lei viene, scritto con storica spagnola Maria Milagros, sostiene che la scrittura ispirata è femminile, non obbedisce al potere, nasce dalla lingua materna.
Lei viene. A volte ci sveglia durante la notte e, altre volte, ci visita durante il giorno. Viene, con la visita di una frase, una parola. È mistero che vuole parlare attraverso tutte le donne e non solo quelle colte.
Il dibattito è dunque aperto, le teorie e le suggestioni sono tante. E a proposito della scrittura androgina, il poeta, critico letterario e filosofo Samuel T. Coleridge (1772-1834), figura chiave del Romanticismo inglese, ha teorizzato la "mente androgina" come essenziale per la genialità creativa, un’idea ripresa da Virginia Woolf.
Coleridge sosteneva che "una grande mente deve essere androgina", intendendo un equilibrio tra forze maschili (razionali, lineari) e femminili (associative, intuitive), che genera sinergia e superiorità creativa. Qui potremo ricordare anche le caratteristiche del nostro cervello: l’emisfero destro è specializzato nell’intuizione, nella creatività e nelle emozioni; l’emisfero sinistro, invece, è specializzato nel ragionamento deduttivo e logico. Ho utilizzato questa differenziazione nel mio romanzo Nata con il cuore in una mano, dove le anime dei personaggi maschili e femminili sono alla ricerca di un equilibrio. Virginia Woolf, in Una stanza tutta per sé, cita Coleridge per spiegare la scrittura androgina: menti come quelle di Shakespeare, Keats, Coleridge sono androgine, mescolando i sessi per superare stereotipi e raggiungere l’eccellenza letteraria.
Scrive la Woolf che Shakespeare era androgino, Proust era totalmente androgino, forse un po’ troppo donna... dobbiamo essere femminili-maschili o maschili-femminili.
Nel romanzo Orlando della Woolf, il personaggio principale nasce uomo e poi si ritrova donna. Orlando possiede caratteri maschili (razionalità, avventura) e caratteri femminili (intuizione, grazia).
Posso sostenere che io, come scrittore, mi sento contemporaneamente padre e madre? Maschio e femmina? Tenore e soprano? Penso di sì, ma ciò dipende dalla storia, dalla trama, dai caratteri dei personaggi, dal contesto storico e culturale. In breve, dipende dalla vita e dalla realtà in cui sono immerso. Dipende dalla mia biografia. Dipende dalle possibili combinazioni della mia libido, per dirla alla Cixous.
Nel mio ultimo romanzo faccio dire alla Consorteria delle Voci, che di fatto sono le Muse della scrittura, queste parole:
Noi voci siamo un mescolamento e non apparteniamo a un sesso ben definito. Non siamo nè maschi nè femmine. Ciò è un pregio per servire meglio i nostri clienti. Ci sono scrittori con un’anima femminile e scrittrici con sentimenti mascolini, ma noi li possiamo aiutare mescolando, quando serve, quei temperamenti.
L’artista, secondo la mia visione, concepisce, entra in gestazione - una gestazione che può durare molti anni da quando riceve il primo seme – e partorisce l’opera. A volte partorisce con affanno, a volte l’opera è malata, debole, senza forma.
Molte parti anatomiche dell’anima corporea dell’artista, come la bocca, le labbra e la lingua sono sostantivi femminili. Come la pancia/utero che contiene e che dà vita ai personaggi e alla trama di un romanzo. Lo scrittore ispirato e completo possiede entrambi i caratteri del maschio e della femmina e la sua voce a volte è quella di un tenore oppure quella di un soprano. Lo scrittore è padre e madre e ciò dipende dal suo stato d’animo. Dipende pure dai suoi demoni. Paternità e maternità, che hanno radici diverse, grammaticalmente sono sostantivi femminili. Ma ciò forse dipende dalla mia struttura della mia anima corporea e dalla mia educazione, perché nella storia della letteratura ci sono scrittori tenacemente fallocentrici e scrittrici radicalmente femministe.
Per concludere questa conversazione, di cui ho detto molto e poco, tra le suggestioni ne propongo un’ultima: le parole sono creature viventi?
Certamente: hanno un’anima, una mente e un corpo. Le parole - come le storie - crescono, mutano, si ammalano, invecchiano. Le parole al Nord e al Sud del mondo sono belle, combattive e fragili. Muoiono ma si rigenerano e nel tempo possono mutare di senso. Le parole si trasformano nel grembo dell’autore. Le parole – e le storie – sono bene-dette quando promettono e producono emozioni, talora pure violente. E il linguaggio della scrittura è benedetto soltanto dalla passione erotica. Se la passione è debole la stessa scrittura è debole, e le parole svaniscono nel limbo della banalità.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il ruolo delle muse in letteratura, dalla mitologia greca a Hélène Cixous
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