Il nuovo romanzo di Francesco Bova Chi ha rapito Cesare Pavese? (G. Meligrana, 2025) s’iscrive al filone letterario del realismo magico, per la presenza di elementi soprannaturali e distorsioni temporali (ci vuole un nulla a saltare da un secolo all’altro, fare amicizia con uno scrittore che non c’è più), proponendo un mondo parallelo in cui gli eventi storici possono essere anche cambiati.
Se Salinger fa dire al protagonista de Il giovane Holden che “quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”, Francesco Bova fa molto di più: offre la sua anima a Dio, o al demonio, e viaggia nel tempo, sulla ferrata di una stazione abbandonata.
“Chi ha rapito Cesare Pavese?”: trama e personaggi del romanzo
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Regalerei la mia anima al diavolo o a quel dio che non conosco per poter scambiare qualche parola con lui
questo confida il protagonista, un giovane scrittore alla sua voce interiore, personificata da una bella ragazza, alla quale chiede di trovare un modo, anche contro natura, per conoscere e diventare amico di Cesare Pavese. Siamo nei primi anni ’80, il giovane scrittore, Lui, e la sua voce interiore, Io, rinchiusi in una stazioncina ferroviaria disabitata scelta quale luogo solitario per scrivere un grande romanzo, iniziano una serie di viaggi speciali, a bordo di un treno con un locomotore a vapore, per raggiungere Santo Stefano Belbo.
Eravamo partiti alle sette del mattino di lunedì 26 settembre del 1981 ed arrivammo alle dodici meno un quarto del 26 settembre del 1946. Quasi cinque ore di viaggio per fare centoquaranta chilometri e giungere a destinazione con una capriola all’indietro di trentacinque anni. Questo non era un paradosso del tempo ma un prodigio che accadeva solo una volta nella vita di uno scrittore e della sua Voce se ne erano degni.
Durante questi viaggi, il giovane scrittore e Cesare Pavese si incontrano più volte, condividendo confidenze sulle donne difficili, la letteratura, il cinema e la politica. Vanno al cinema e vanno per piole, le osterie nei dintorni di Torino.
La storia si snoda tra le colline delle Langhe e le colline della Liguria, dove pure i personaggi dei romanzi di entrambi gli scrittori si incontrano e dialogano. La storia culmina in un crescendo di eventi immaginari, fino al progetto di “Lui” di rapire Cesare Pavese per scongiurare il suo suicidio nell’agosto del 1950.
Interessante il personaggio femminile della Voce, colei che segue e protegge il giovane scrittore, innamorato di Pavese e al quale somiglia per via dello stesso “gorgo muto”, della “musa nascosta”, dei suoi “quarti di luna” e di un “fico storto”.
Ero rimasta appiccicata a Lui per tutto il viaggio: sulle spalle, sulle cosce e la pancia, nascosta tra i capelli spettinati, sull’orecchio destro e mi ero pure dondolata sulla sua lingua. Ero una specie di pulce e, se Lui fosse stato un grande pescecane o una manta, io sarei stata un pesce pilota, una pescella con la ventosa attaccata alla sua anima per condurlo nei grandi oceani delle storie.
Veniamo a sapere che Io, la Voce, negli anni Trenta è stata una delle muse, la voce interiore, di Cesare Pavese, la prima e la più inesperta per poi essere incaricata, negli anni Ottanta, dalla Consorteria delle Voci, di diventare la musa del giovane scrittore ligure.
In quel momento, sotto l’ombra del porticato, il destino riunì noi tre: Io, Lui e Cesare. A dire il vero, io ero impalpabile come lo può essere un fantasma, ma loro due erano lì in carne e ossa: due uomini belli, con gli occhi affogati nel cielo e le labbra affamate di baci. Ero dentro un prodigio e lo sapevo bene. Il tempo è solo una convenzione per chi si ciba di pagine con buone storie e ci vuole un nulla a saltare da un secolo all’altro, fare amicizia con uno scrittore che non c’è più e prendere un caffè con i personaggi di un romanzo. Stava capitando questo, ne ero lusingata e pure spaventata.
L’intervista a Francesco Bova
- Salinger avrebbe voluto telefonare al suo scrittore preferito; e Francesco Bova?
Io, facendo il verso a Walt Whitman di Foglie d’erba, avrei voluto sedere accanto a Pavese e poterlo toccare mentre conduce a punta la barca sulle rive del Po o del Sangone. Come avrei voluto passeggiare con Mastronardi nella sua Vigevano delle calzature o ad Alba con Fenoglio. O discutere insieme a Silone con i cafoni della sua terra. Di fatto con molti degli scrittori italiani del Novecento.
- Il titolo del tuo ottavo romanzo è suggestivo. Ma Pavese non è mai stato rapito, come la mettiamo?
Infatti è Pavese il rapitore. È colui che trascina a sé il lettore, come fa la melodia che ghermisce Dante nel Canto XIV del Paradiso.
Rapire è un verbo transitivo, per cui può significare il sequestro di una persona oppure mandare in estasi un innamorato. Nel mio romanzo il protagonista è rapito dal desiderio di conoscere e di conversare con Pavese e nello stesso tempo vorrebbe rapirlo per evitare il suo suicidio.
- Il tuo protagonista non ha un nome di persona; qual è la ragione?
A parte alcuni personaggi, cosiddetti minori, ho scelto di usare i pronomi LUI e LEI come se fossero nomi propri di persone, nomi di santi, per i due protagonisti: un giovane scrittore (Lui) e la sua musa dalle belle gambe (Lei). La ragione è quella di rendere universale la storia, che poi è la storia di un autore che dialoga e litiga pure con la sua voce interiore, con colei che gli suggerisce le trame e le parole.
- Un viaggio nel tempo, su e giù tra gli anni Quaranta e gli anni Ottanta e viceversa.
Un viaggio “contro natura”, su un treno condotto da un locomotore a vapore per incontrare Cesare nelle Langhe. Anzi, sono più viaggi speciali: a Santo Stefano Belbo, a Torino, Varigotti, lungo le sponde del Belbo e su quelle dello Scarinciu, un torrente della Liguria.
- Ricordando alcune delle recensioni ottenute dal tuo primo romanzo, già allora Luca, il protagonista de La leggenda dei pesci bambini (pubblicato la prima volta nel 2004 da Perrone e ripubblicato Meligrana), era una sorta di alter ego di Pavese.
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Pavese è stato un amore giovanile, quello che non si scorda mai. Non solo i romanzi e le poesie mi hanno insegnato molto, ma pure le sue Lettere, il Mestiere di vivere e quel suo Taccuino segreto così emblematico dell’uomo ancor più dello scrittore.
- Sei stato così rapito da Pavese che hai fatto incontrare alcuni personaggi della tua Leggenda dei pesci bambini con quelli dei romanzi di Pavese.
Mi hanno ispirato per le loro somiglianze. I personaggi che s’incontrano sul treno a vapore, sulle colline delle Langhe e su quelle della Liguria appartengono ai romanzi La casa in collina, a La luna e i falò, a Tra donne sole e a La bella estate.
Per esempio ci sono Nuto e Anguilla di Pavese che si rinfrescano in un ruscello con Luca, rammentando due stragi, tra loro molto simili. Ginia, Cate, Rosetta, Cinto e Pale viaggiano sullo stesso treno a vapore con Marianne, Tubo e Marcello. Su quella ferrata, come scriveva Pavese, che termina dove ci sono i porti per poi salpare per l’America.
- Un amore particolare, quello tra lo scrittore – Lui – e la voce interiore – Io –, che rasenta la follia.
Potrei dire, da come l’ho descritto, che è anche un amore carnale, perché Io è la musa dalle belle gambe che durante la notte si concede per soffiare parole e storie. Una musa però molto diversa dalle “donne e dagli amori difficili” di Pavese.
- Nella pagina dei Ringraziamenti, tra gli altri, citi il sociologo Franco Ferrarotti.
Ho avuto il piacere, nel 2023, durante la stesura dei primi capitoli del romanzo, di scambiare qualche parola con Franco Ferrarotti, che in gioventù era stato amico di Pavese e che gli fece pubblicare il suo primo saggio con Einaudi. Ci confrontammo su alcuni aspetti della vita dello scrittore di Santo Stefano Belbo e mi diede importanti consigli per completare il mio lavoro.
- Per concludere l’intervista ti chiedo: il tuo romanzo può essere iscritto al filone letterario del realismo magico di Marquez e di Borges?
Domanda imbarazzante, potrei montarmi la testa. Senz’altro sono presenti alcuni elementi tipici del realismo magico come quelli della distorsione temporale, del mito e del folklore, il soprannaturale, la dimensione onirica. Ci sono alcune venature di Calvino e di Zavattini. E ti ho detto tutto, arrossendo.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Francesco Bova, autore di “Chi ha rapito Cesare Pavese?”
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